
Tali indennità erano certo
previste dal contratto firmato con il Governo ottomano, ma era
sempre molto aleatorio ottenere simili risarcimenti dai
turchi. Gli ufficiali avrebbero comunque conservato il loro
posto nei rispettivi ruoli agli effetti dell'anzianità,
dell'avanzamento e delle pensioni.
I delicati rapporti con le autorità locali e con il Governo del
Sultano, poi, rendevano ancora più complesso il servizio. Ben lo
mise in luce Caprini in una sua lettera personale al colonnello
Luigi Cauvin, allora Segretario al Comando Generale dell'Arma
(attuale Capo di Stato Maggiore), e lo stesso De Giorgis in una
lettera del febbraio 1905, sempre indirizzata al Cauvin.
Così scriveva Caprini il 24 marzo 1904 da Costantinopoli:
«(...) l'organizzazione della gendarmeria è passata dal campo
tecnico a quello politico, e se non si riuscirà a riportarla sul
campo tecnico non solo non se ne farà nulla, ma si avranno anche
delle sorprese».
Nella stessa lettera Caprini dava notizia dell'arrivo in città del
capitano dell'Esercito Giovanni Romei, che era alle dirette
dipendenze del Sultano e che si sarebbe distinto durante un lungo
periodo nel servizio alla Corte di Costantinopoli.
Dopo meno di un anno di servizio, confermava il De Giorgis il 5
febbraio 1905, in una lettera consegnata a Cicognani per
Cauvin:
«(...) egli (il Cicognani, n.d.A.) ha avuto qualche attrito con
le Autorità e gli ufficiali ottomani, a causa dell'errore commesso
da Albera col non avere ben spiegato ai nostri ufficiali che non
avevano attribuzioni di comando ma solo di contratto di istruzione.
Ciò ha dato origine a qualche malintelligenza, ma senza conseguenze
gravi».
Gli ufficiali prescelti raggiunsero Salonicco alla fine di aprile
del 1904. In seguito fu selezionato anche il tenente Cosma Manera,
della Legione Veneta, Comandante della Tenenza di Portogruaro; per
ordine del Ministro della Guerra, fu messo a disposizione del
Ministero degli Affari Esteri il 12 dicembre 1904, e trasferito in
Macedonia, dove arrivò agli inizi del 1905.
In quel periodo si trovava a Costantinopoli anche un altro
ufficiale dei Carabinieri Reali, il capitano Achille Tomassi, come
Aiutante di Campo particolare del Sultano. Il Tomassi faceva anche
parte della Commissione permanente governativa, che trattava in
genere delle cose militari e che si occupava dei problemi
concernenti la riorganizzazione della Gendarmeria in Macedonia.
Quella Commissione era presieduta dal Ministro della Guerra e ne
facevano parte altri due generali ed un colonnello dell'Esercito
ottomano. Quando la Commissione si riuniva, anche il Tomassi veniva
convocato e il suo parere sulle varie questioni militari, dopo
essere stato tradotto in turco, veniva regolarmente registrato per
iscritto. Indirettamente, dunque, anche questo ufficiale dei
Carabinieri si occupava della Gendarmeria macedone, quando venivano
sottoposte alla Commissione questioni riguardanti quel Corpo.
Gli ufficiali italiani furono così dislocati: il maggiore
Cicognani, che come gli altri aveva in Macedonia un grado superiore
a quello ricoperto in Italia, risiedeva a Monastir, con competenza
sulla quarta (territorio di Pulepèe), sesta (Demir Kisar-Pribilu) e
ottava Compagnia (Resma); il maggiore Garrone, sempre con sede a
Monastir, aveva competenza sulla prima, la seconda e la settima
(territorio di Florina); il capitano Lodi, con sede in Ostrida,
aveva competenza sul territorio della quinta e della quarta
(Krcora); il capitano Luzi aveva sede a Kastoria, e il comando
dell'omonima Compagnia.
Nel luglio del 1904 il colonnello Enrico Albera, insieme agli altri
ufficiali dell'Arma, diede inizio ad una serie di ispezioni negli
uffici e nei locali destinati alla Gendarmeria macedone, nonché al
personale e ai quadrupedi; s'interessò anche dell'amministrazione e
dell'andamento dei vari servizi, in modo da poter fare delle
relazioni il più possibile ampie ed esaustive per il Governo
italiano. Ai numerosi e ben articolati rapporti dell'Albera,
inviati, oltre che al Ministro della Guerra e alla Regia Ambasciata
a Costantinopoli, anche al Comando Generale dell'Arma dei
Carabinieri Reali, per competenza, il Comando rispondeva
ringraziando il colonnello Albera e dichiarando di fare «pieno
assegnamento sulla intelligenza e abnegazione dei Signori Ufficiali
dell'Arma inviati in Macedonia per ben corrispondere nella missione
loro affidata dal Governo».
Scriveva Albera nel giugno del 1905 al Ministro della Guerra:
«Lenta procede l'opera nostra in questo vilayet (provincia
ottomana, n.d.A.) unicamente per gli ostacoli che le autorità
turche ci innalzano sul cammino che tende alla nostra meta (...).
Le indagini e investigazioni fatte dagli ufficiali per la scoperta
dei rei di gravi crimini, quasi a nulla servirono, inquantoché
l'autorità giudiziaria (ottomana, n.d.A.) è amministrata sempre a
suono di danaro».
Sempre nello stesso rapporto, così si esprimeva Albera nei
confronti della Gendarmeria macedone:
«È da chiedersi quale azione possa avere la gendarmeria anche
ammettendo che venisse riorganizzata nel vero senso della parola?
Non azzardo una risposta per non peccare di pessimismo. Gli
ufficiali quantunque in gran parte mutati, non rispondono ancora
del loro mandato. Apatici, sempre indifferenti, pigri, indolenti,
riottosi all'applicazione del regolamento, privi di criterio
disciplinare e di iniziativa».
A detta dell'Albera, il problema principale dei turchi era che, pur
avendo essi sufficiente cultura militare, non possedevano alcuna
pratica del servizio d'istituto, non conoscevano il Regolamento
dell'Arma, così come adattato alla Gendarmeria ottomana, non
conoscevano il Codice penale e quindi non comprendevano quali erano
i doveri di un ufficiale di Polizia giudiziaria. Mancavano inoltre
d'iniziativa, di criterio amministrativo e disciplinare. Anche la
truppa, che rispondeva ai requisiti fisici, non aveva però alcuna
istruzione militare, e nessun senso di disciplina era
presente.
Per volere del Sultano, fu deciso a Costantinopoli di dare speciale
istruzione militare a quegli ufficiali dell'Esercito ottomano che
avessero voluto passare nella Gendarmeria macedone, istituendo
appositi corsi presso la Scuola Militare, nel tentativo di formare
rapidamente una certa dirigenza specializzata, ma non si arrivò a
risultati pienamente soddisfacenti.

Con queste premesse, il
lavoro degli ufficiali si rivelò in realtà più difficile del
previsto: personalmente essi erano rispettati e il loro
contegno pubblico e privato assai apprezzato dalle autorità,
ma era evidente che «gli ufficiali ottomani, specialmente
l'elemento giovane e quindi di idee moderne ed avanzate», non
vedevano di buon occhio l'ufficiale straniero, di qualsiasi
nazionalità in realtà egli fosse, per un sentimento di amor
patrio che si andava diffondendo nella élite militare, ma
anche per un certo senso di umiliazione nel vedere affidato a
stranieri un compito che essi ritenevano avrebbero potuto
disimpegnare in modo soddisfacente. Inoltre l'evidente
discrepanza nel trattamento economico indispettiva non poco
gli ottomani, che non solo ottenevano paghe notevolmente
minori, ma che di rado vedevano il loro salario mensile
corrisposto con regolarità: erano sempre «in sofferenza» di
qualche mese in arretrato. Il malcontento era diffuso anche
fra la truppa, in condizioni ancora peggiori degli
ufficiali.
Era dunque chiaro che non fosse facile istruire la nuova
Gendarmeria, soprattutto con i criteri di disciplina e abnegazione
che caratterizzavano l'istruzione e l'etica dell'Arma. L'opera dei
nostri ufficiali procedeva comunque «diligente e perseverante,
malgrado le difficoltà che continuamente» si presentavano «nella
applicazione delle varie disposizioni» che riguardavano il nuovo
assetto militare. A Monastir e a Uskub fu organizzata una Scuola
per i Comandanti di Stazione diretta dal maggiore Garrone,
coadiuvato da ufficiali della Gendarmeria che avevano partecipato
ad un Corpo di istruttori in analoga istituzione a Salonicco. Molto
di più gli ufficiali dell'Arma avrebbero potuto compiere se vi
fosse stata una minore ingerenza ed invadenza nelle faccende della
Gendarmeria stessa da parte delle autorità civili ottomane - i
kaimakam (funzionari che rappresentavano l'autorità politica
centrale) e i mudir (amministratori) - preposte al governo locale.
Secondo il giudizio italiano queste avevano tutto l'interesse
affinché «i loro loschi intrighi, le loro indelicate azioni, i
soprusi d'ogni genere» non fossero rivelati pubblicamente e si
potesse continuare a governare senza regole fisse di carattere
morale o giuridico.
Tra le altre vi erano anche grandi difficoltà economiche per
procedere nell'equipaggiamento e nell'armamento della truppa,
perché, se pure si erano previsti cospicui stanziamenti di bilancio
per lo scopo prefisso, lo stato comatoso dell'amministrazione
ottomana aveva fatto sì che buona parte di questo denaro fosse già
stato impiegato altrove, impedendo l'assunzione a regime di altri
ufficiali e la sistemazione di caserme e alloggiamenti.
Interessante ricordare che tra il 1904 e il 1905 passarono agli
ordini del colonnello Albera anche alcuni ufficiali belgi e
tedeschi e un ufficiale norvegese: questi militari erano stati
assunti precedentemente dal Governo ottomano per riorganizzare la
Gendarmeria nei diversi «sangiaccati» (unità amministrative) del
territorio. L'Ispettore Generale per le riforme, Hilmi Pascià,
chiese nel giugno 1904 che venissero integrati nella Missione
militare straniera in Macedonia. Il generale De Giorgis espresse il
suo assenso e questi ufficiali vennero a trovarsi agli ordini degli
italiani: circa cento anni orsono si era così costituita una
Missione indubbiamente multinazionale, quali sono attualmente molto
spesso le missioni di collaborazione tecnica nel settore della
Polizia civile.