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La politica estera
dell'Italia, ormai smaniosa di essere trattata da grande potenza,
aveva intanto compiuto due mosse di grande importanza (anche se
piuttosto discutibili) sullo scenario internazionale.
La prima fu
l'adesione alla Triplice Alleanza (1882), frutto della scelta
bismarckiana di rinsaldare i vincoli con l'Austria in modo da
offrire alla sconfitta monarchia danubiana uno sfogo nei
Balcani e del desiderio della monarchia italiana di veder
riparate le frustrazioni subite nel congresso di Berlino
(1878). Se gli italiani non capirono che la reale portata di
quel congresso per loro risiedeva nel semplice fatto di essere
per la prima volta riconosciuti formalmente come grande
potenza, la colpa fu solo dei governi dell'epoca. La delusione
fu aggravata dalla masochista direttiva diplomatica delle
"mani nette". L'allora presidente del consiglio, Benedetto
Cairoli, scelse di non sporcarsi nemmeno le mani per una
qualche vaga e segreta trattativa sul Trentino. Erano
comportamenti nobili, ma del tutto privi di senso
politico.
L'occupazione fulminea da parte
francese della Tunisia (1881) su cui l'Italia credeva di vantare
qualche diritto, non fece che aumentare l'irritazione della parte
più informata dell'opinione pubblica che cominciava a subire il
fascino della forte Germania di Bismarck e a credere che l'Italia
dovesse essere anche temuta per essere rispettata. La stessa corte
di Umberto I non vedeva di cattivo occhio un riavvicinamento
dinastico con l'imperatore d'Austria.
Fu così che, per paura di restare
isolata e desiderando di avere potenti alleati, l'Italia si privò
di quella libertà di manovra all'interno del concerto delle potenze
europee che le era derivata dai successi diplomatici anche quando i
suoi eserciti erano stati solennemente battuti. In più era
costretta, più o meno apertamente, a rinunciare alle rivendicazioni
di terre irredente, che invece corrispondevano ai suoi interessi
più profondi.
La seconda mossa
fu rappresentata dallo stabilimento ufficiale di una prima
colonia in Eritrea (1882), l'apertura di una stagione che
Bismarck liquidò sarcasticamente: "L'Italia ha un grande
appetito, ma denti poco affilati" (in anni successivi Lenin fu
ancor più feroce quando parlò del "colonialismo degli
straccioni").
Le spedizioni di missionari italiani
erano cominciate nel 1830, stabilendo per desiderio di Cavour
relazioni amichevoli con i potentati locali.
Il primo passo fu compiuto sotto il
governo del generale Lamarmora (1865) con l'apertura di una
stazione commerciale nella baia di Assab, finanziata dalla
compagnia di armatori genovesi Rubattino. L'Egitto aveva protestato
immediatamente contro questa penetrazione economica e l'Italia
aveva fatto sgomberare manu militari la baia di Assab senza che
fosse intervenuta alcuna vera decisione politica ad alto
livello.
Nel 1867 era stata fondata a Napoli
una società di studi africani, una serie di esploratori aveva
viaggiato fino alle sorgenti del Nilo e negli anni 1871-72 una
commissione parlamentare aveva discusso il problema coloniale senza
concludere nulla.
I problemi interni fortunatamente
assorbirono le attenzioni dei governanti e non poche personalità
politiche erano piuttosto contrarie ad avventure coloniali, quando
problemi come il deficit pubblico e la questione meridionale
incombevano.
Un decennio dopo i lavori di quella commissione arrivò al governo
un uomo forte, che riteneva di avere la missione di fare
dell'Italia un Paese grande ed imperialista come gli altri.
Francesco Crispi fece pesantemente appello all'onore nazionale per
convincere il parlamento a proclamare la sovranità italiana su
Assab.
NUDI ALLA
META. Il 22 dicembre il Ministero della Guerra trasmise al
ricostituito Comando Generale dell'Arma la richiesta del
Ministero degli Esteri di selezionare i carabinieri per creare
la prima stazione oltremare. Occorrevano quattro militi
compreso un sottufficiale, tutti dell'Arma a cavallo
volontari. Almeno uno di essi doveva essere ammogliato. Le
carte non spiegano i motivi di alcune stranezze burocratiche
nel profilo dei possibili candidati, ma rivelano che l'Arma
fece notare che il requisito dell'ammogliato era davvero
difficile da soddisfare per le regole che ancora scoraggiavano
per quanto possibile il matrimonio. Questa condizione venne
saggiamente lasciata cadere.
I primi carabinieri coloniali furono
il maresciallo Enrico Cavedagni e i carabinieri Albino Ghitta,
Pasquale lervolino ed Edoardo Piazza. Il primo contatto con il
Corno d'Africa fu improntato a una certa spigliatezza piuttosto
lontana dalla solennità (anche eccessiva) prescritta dal celebre
Galateo del Carabiniere.
Il racconto dello stesso Cavedagni è
una testimonianza di questo atteggiamento. Dopo aver rinunciato a
farsi trasportare in acqua a spalle dagli indigeni "... ritenemmo
miglior partito limitarci ad affidare loro il bagaglio e,
rapidamente spogliatici, entrammo in acqua, conservando solo le
armi tenute alte sopra la testa. Arrivammo così alla spiaggia, ove
ci attendeva con pochi connazionali il regio commissario civile,
vestiti solo dell'allegra disinvoltura con cui affrontavamo la
vicenda". Ma poche ore dopo i quattro ritrovarono la loro immagine
ufficiale facendosi vedere in giro rifiniti di tutto punto nelle
grandi uniformi di panno. L'effetto fu enorme, ma per il resto
della permanenza la grande uniforme venne riposta nei bauli e
barattata con una più pratica uniforme di tela.
Il lavoro nella nuova stazione era
enorme e poco tempo dopo Cavedagni avviò l'arruolamento e
l'istruzione di un gruppo di indigeni, il primo nucleo di ausiliari
locali.
In patria
maturava frattanto la decisione di espandere la prima testa di
ponte. Con il tacito assenso dell'Inghilterra, che doveva
affrontare in Sudan la terribile rivolta dei dervisci
schiavisti del Madhi e che preferiva avere i porti della zona
coperti dall'Italia, fu preparata la presa di Massaua. A
vincere le resistenze di una parte dell'opinione pubblica
interna provvide l'eccidio da parte di predoni di una missione
italiana di ritorno ad Assab dopo la stipula di un accordo
commerciale con il negus d'Abissinia, Giovanni II. In
parlamento l'onorevole Mancini coniò una frase di grande
successo: il Mar Rosso è la chiave del Mediterraneo.
Cavedagni fu spedito in missione ad
Aden, Gedda e Suez con l'incarico ufficiale di procurare viveri per
il piccolo corpo di spedizione in arrivo e l'incarico reale di
disinformare sul reale obbiettivo della spedizione. La notizia
diffusa era che il contingente servisse a rinforzare Assab dopo
questo grave incidente.
Il 5 febbraio 1885, al comando del
colonnello Tancredi di Saletta, 800 bersaglieri e 100 marinai
sloggiarono la guarnigione egiziana di Massaua, occupandola ed
estendendo il perimetro ai centri di Arafali, Moncullo, Saati e
Ua'-a. Con i soldati vi erano anche 10 carabinieri agli ordini del
tenente Antonio Amari di S. Adriano. Successivamente arrivarono
altri 63 militi destinati a costituire la sezione Carabinieri
d'Africa.
ED ECCO GLI ZAPTIE'. A
Massaua esisteva la polizia locale dei bashi?buzuk e sulla base di
essi vennero formate, sotto il comando dei Carabinieri Reali, le
prime unità dei celebri zaptié. Tuttavia la situazione non era
affatto tranquilla come si sperava dopo la facile vittoria di
Massaua. Il negus d'Etiopia era estremamente diffidente (e con
ragione) riguardo alle intenzioni italiane. Il suo governatore di
Asmara, ras Alula, ingiunse lo sgombero dei villaggi di Saati e
Ua'-a (14 gennaio 1887) e, alla risposta negativa degli italiani,
attaccò senza successo (25 gennaio) il fortino di Saati. Sembrava
che avessero ragione i politici in patria quando affermavano che si
trattava di pochi ladroni facili da sbaragliare.
Appena un giorno dopo,
l'annientamento presso Dogali della colonna di soccorso a Saati,
guidata dal tenente colonnello De Cristoforis (di 430 uomini se ne
salvarono appena 80), non solo smentì quelle previsioni
semplicistiche ma svelò al mondo intero che il popolo abissino
aveva un orgoglio nazionale non meno sviluppato di quello
crispino.
Come in tante altre sconfitte
coloniali i reparti meglio armati e disciplinati dei bianchi erano
stati distrutti appena le condizioni della lotta avevano permesso
agli indigeni di sfruttare il corpo a corpo e la propria
superiorità numerica. Erano vittorie conquistate a carissimo prezzo
dagli indigeni i cui capi sapevano però come galvanizzare i loro
uomini a dispetto delle perdite.
Dogali fu un duro
colpo per il morale italiano, ma Crispi ne approfittò per far
partire un corpo di spedizione ancora più imponente. I
carabinieri ricevettero istruzioni di incrementare gli
effettivi in previsione di una intensificazione delle
operazioni. Ormai la sezione era diventata una vera e propria
compagnia di Carabinieri d'Africa e avviò, a partire dal 15
ottobre 1887, il reclutamento di due plotoni di zaptié, forti
di 25 uomini ciascuno.
Queste truppe erano parte integrante
della compagnia, ma erano considerate fuori organico perché
amministrate con fondi del Ministero degli Esteri. Fin dall'inizio
si cercò di conferire ai nuovi militi l'adeguato prestigio agli
occhi della popolazione: il segno esteriore era rappresentato dal
tarbush, un alto copricapo rosso ornato di una nappa azzurra.
Come altre unità coloniali nel
mondo, gli zaptié vivranno sino alla fine la vicenda coloniale, in
un difficile equilibrio di fedeltà ai loro superiori stranieri e di
legame con i loro connazionali. Il loro valore era fuori
discussione, tenuto conto anche dei rischi tremendi che correvano
se cadevano nelle mani degli abissini.
Nel novembre 1887 sbarcarono in
Eritrea 13mila soldati agli ordini del generale Asinari di San
Marzano e la fortuna arrise sia alle armi che alla diplomazia
segrete italiane. L'espansione territoriale procedette senza troppi
problemi e soprattutto il pretendente al trono sostenuto dagli
italiani, ras Menelik, riuscì a insediarsi ad Addis Abeba dopo la
morte di Giovanni Il, ucciso dai dervisci. Il trattato di Uccialli
(2 febbraio 1889) riconobbe da parte dell'impero etiopico la nuova
colonia Eritrea.
Il trattato era però un'arma a
doppio taglio: gli italiani non confrontarono subito i due testi
(amarico ed italiano), ritenendo di ravvisare un vago
riconoscimento di un protettorato virtuale dell'Italia
sull'Etiopia. Menelik invece sosteneva che si trattava solo di una
richiesta di appoggio contro eventuali ras rivali.
Nel frattempo gli effettivi della
Compagnia Carabinieri d'Africa vennero portati a 125 uomini, mentre
la forza degli zaptié, salita a 82 unità, ebbe un proprio ufficiale
subalterno, detto jus?bashi. L'attività dei Carabinieri Reali era
particolarmente intensa: si trattava di operare in un ambiente
culturalmente molto diverso nel quale, oltre ai normali reati, si
dovevano fare i conti con le endemiche razzie e con l'attività dei
predoni. In più, la questione del trattato di Uccialli era una
miccia sulla quale soffiavano anche i diplomatici francesi e russi
alla corte di Menelik.
I carabinieri e gli zaptié saranno
in prima linea nelle violente battaglie della guerra d'Etiopia.
Altri loro colleghi pochi mesi dopo calpesteranno le polverose
strade dell'isola di Creta, altri ancora nella madrepatria
continueranno la lotta contro nuovi fenomeni di
banditismo. |