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Anche da la gloria ha
un prezzo. Quello più evidente e immediato è rappresentato dal
bilancio delle vite sacrificate (un tempo si diceva immolate) per
le grandi cause: e il Risorgimento fu, senza dubbio, una grande
causa.
Vi è però anche
un prezzo vero e proprio: un costo economico, per intenderci.
Sono argomenti che sfuggono spesso all'analisi superficiale
degli storici, ma che condizionano al momento le scelte dei
governi. E il Risorgimento fu un'impresa molto costosa, che
rischiò perfino di mettere in crisi le casse dello Stato che
si andava formando.
La guerra contro l'Austria del 1848-1849 era costata qualcosa come
200 milioni di lire, la guerra di Crimea altri 50, quella del 1859
un quarto di miliardo di lire e la batosta del 1866 aveva sfiorato
gli 800 milioni. In meno di 20 anni si erano spesi la bellezza di
1.300 milioni di lire di allora. Le entrate invece salivano
faticosamente a 600 milioni annui nel 1866 e naturalmente non vi
erano solo le uscite militari da tenere in conto. Tutte le grandi
opere pubbliche necessarie per lo sviluppo dell'infrastruttura di
un Paese più moderno assorbivano altre importanti quote di
bilancio.
Nel 1861 il debito pubblico
ammontava a 2.450 milioni di lire; quattro anni dopo era più che
raddoppiato. La terza guerra di Indipendenza (1866) fece registrare
un aumento del deficit complessivo sul bilancio dello Stato dal 47
per cento a oltre il 60 per cento. Una situazione che fa venire in
mente l'allarme sempre più acuto dei nostri giorni di fronte
all'aumento vertiginoso del debito pubblico.
Anche allora vi erano denunce per l'iniquità fiscale: il prelievo
sui consumi era pesantissimo, mentre proprietà e redditi venivano
tassati in misura leggera. Anche allora le banche europee elevarono
notevolmente i tassi d'interesse sui prestiti concessi al governo
italiano. Una semplice manovra finanziaria non sarebbe stata
sufficiente per sanare la situazione e per tutto il quindicennio
1861-1876 fu applicata la politica della
lesina. |