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Avigliano aveva visto nascere
tra la miseria e la disperazione di una famiglia di malviventi il
piccolo Giuseppe Summa, che aveva presto seguito con profitto le
orme dei genitori: l'amnistia del 1860 lo aveva salvato dalla
fucilazione per omicidio. I torbidi seguiti all'annessione del
regno delle Due Sicilie lo videro presto a capo di una banda di
disperati, che aveva il suo santuario nel bosco d
Lagopesole.
Conosciuto ormai come Ninco-Nanco,
il giovane spadroneggiava nella Lucania e, inalberando la bandiera
del legittimismo borbonico, s'era creato dal 1861 un'immagine
pittoresca di indomito generale di guerriglieri. Il suo petto era
adorno di medaglie e firmava i suoi messaggi come "Generale delle
Truppe Francescane". Le memoria storica lo descrive come una belva
umana avida ignorante, ambiziosa, ma Ninco-Nanco doveva avere,
oltre alla furbizia, altre doti: sapeva scegliersi amici giusti e
al di sopra di ogni sospetto Gli stessi amici che negli anni
passati avevano discretamente proposto alle autorità civili e
militari di arrivare a un qualche modus vivendi e gli stessi che,
probabilmente, lo tradirono al momento opportuno. Fortunatamente
l'ipotesi di un vergognoso compromesso all'italiana venne
seccamente stroncata dall'approvazione della cosiddetta legge Pica
(1863). Nel Parlamento di Torino l'esasperazione contro il fenomeno
della guerriglia contadina era giunta a un livello tale che
l'orientamento politico fu favorevole al pugno di ferro, nonostante
si comprendesse che solo rimedi a lungo termine potessero risolvere
il problema. Il dibattito sulla legge fu brevissimo perché le
vacanze estive erano vicine.
La legge Pica permise la repressione
senza limiti di qualunque resistenza: si trattava, in pratica,
dell'applicazione dello stato d'assedio interno. Senza bisogno di
un processo si potevano mettere per un anno agli arresti
domiciliari i vagabondi, le persone senza occupazione fissa, i
sospetti fiancheggiatori di camorristi e briganti. Nelle province
dichiarate infestate da briganti ogni banda armata di più di tre
persone, complici inclusi, poteva essere giudicata da una corte
marziale. Naturalmente alla sospensione dei diritti costituzionali
(il concetto di diritti umani di fatto ancora non esisteva) si
accompagnarono misure come la punizione collettiva per i delitti
dei singoli e le rappresaglie contro i villaggi.
Dopo l'approvazione della legge la
forza del contingente di pacificazione toccò un picco di 120mila
unità per poi scendere negli anni successivi a 90mila uomini prima
e poi a 50mila: quasi la metà dell'esercito unitario. Quasi tutte
le armi (carabinieri, fanteria, cavalleria, artiglieria)
parteciparono al sanguinoso conflitto insieme alla guardia
nazionale. La guerra al
brigantaggio fu durissima come testimonia il bilancio delle
ricompense al valore: 4 medaglie d'oro al valor militare, 6
croci dell'ordine militare di Savoia, 2.375 medaglie d'argento
e 5.012 menzioni onorevoli. I territori dove il brigantaggio
era maggiormente diffuso furono divisi in tre zone: Caserta,
Gaeta, Avellino. Ognuna di esse fu frazionata in sottozone, in
cui vennero creati distaccamenti e colonne mobili. Su una
forza complessiva nel 1861 di 18.461 carabinieri, un totale di
6.887 (il 37,3 per cento) furono dislocati nel meridione,
Sicilia inclusa. Il loro ruolo fu preminente: ebbero una
medaglia d'oro, 4 croci dell'ordine militare di Savoia, 531
medaglie d'argento e 748 menzioni onorevoli.
UNA COCCIUTA
RESISTENZA. Gli echi di questa legge erano ovviamente
arrivati anche nella lontana Basilicata, ma Ninco-Nanco non se ne
curava troppo. Il 2 febbraio 1864 la sua banda trucidò alcuni
bersaglieri, fanti leggeri scelti in prima linea nella lotta. al
brigantaggio.
Cinque giorni dopo, a capo di 25 dei
suoi a cavallo, Ninco-Nanco sorprese quattro carabinieri ed un
vicebrigadiere di ritorno alla stazione di Acerenza dopo una
perlustrazione e intimò loro di arrendersi. I carabinieri non si
arresero: per tre ore nella contrada di Ralle (comune di Genzano)
infuriò il combattimento, in cui rimasero uccisi tre carabinieri.
Gli altri due scamparono alla morte per un pelo, grazie all'arrivo
di guardie nazionali condotte dal sindaco di Genzano . I briganti
si ritirarono lasciando sul terreno un solo ferito '.
Apparentemente si trattò di un
episodio di guerriglia come tanti altri, ma suscitò un'ondata di
sdegno e rabbia tra i possidenti locali e tra i militari di stanza.
"La memoria degli estinti durerà fin che il mondo dura, ed una
aureola di gloria circonderà le loro tombe ( ... ). E' un grido di
vendetta quello che prorompe dal petto esanime dei vostri
commilitoni. Raccogliete l'appello, vendicateli e siate inesorabili
come il destino!". Questo fu l'ordine del giorno diffuso dal
luogotenente generale delle truppe di Basilicata. Poco dopo la
macchina della propaganda governativa si mise in moto. Vale la
pena di leggere il proclama del prefetto della Basilicata,
Veglio, affisso per tutte le strade l'11 febbraio: "Lucani!
Nel giorno 7 Febbraio corrente cinque Reali Carabinieri della
stazione di Acerenza furono presso Genzano sorpresi dalla
banda di Ninco-Nanco forte di venticinque assassini. Essi
circondati, assaliti si difesero per tre ore. Tre caddero
estinti, ma nessuno si arrese, perché i soldati Italiani
combattono sempre, non si arrendono mai. Ai colpi dei due
Carabinieri superstiti mortalmente ferito rimase un brigante:
essi due soli tennero testa finché sopravvenne il Sindaco di
Genzano guidando la brava sua Guardia Nazionale. I briganti si
volsero allora in fuga perché i vili non sanno uccidere se non
col tradimento e l'insidia. Lucani! Due Carabinieri Reali
bastarono a tenere in rispetto l'intera banda di Ninco-Nanco.
Che ne sarebbe dei briganti se tutte le Guardie Nazionali si
levassero in massa, unite e compatte in un solo desiderio di
distruggere questi assassini che disonorano la terra italiana,
che uccidono i nostri figli, che contaminano quanto vi ha di
più sacro all'onore di un cittadino? Si levi quest'onta che da
tre anni pesa sulla nostra Provincia: si mostri che il tempo
di questi assassini è finito. Chi ha cuore ed onore risponderà
alla mia voce e la Storia dirà: 'Le Guardie Nazionali di
Basilicata mostrarono ancora una volta che impunemente non si
assassina nel loro territorio: esse non vollero più i briganti
e li hanno distrutti'. Si imiti l'esempio del Sindaco di
Genzano: è alla testa dei suoi militi che ogni Sindaco ha il
suo posto".
E chiaro che le guardie nazionali
erano ancora una spina nel fianco per la maglia di controlli sul
territorio e i sindaci erano un altro anello debole della catena.
Dalla lettura di questo documento si ricava l'impressione che il
sindaco di Genzano fosse un'eccezione. L'appello alla vendetta
venne concretamente raccolto dai carabinieri della stazione di
Avigliano. Il 13 marzo si verificò finalmente un colpo di fortuna.
Una pattuglia di carabinieri (maresciallo Francesco Rebola,
carabinieri Tobia Segoni, Giuseppe Grimoldi, Gaetano Salandi), che
era accompagnata da un drappello di volontari, si imbatte in un
gruppo di 15 individui, metà dei quali a cavallo, che si dirigevano
verso una pagliaia. Secondo il
rapporto dei carabinieri era difficile distinguere a distanza
se fossero briganti o guardie nazionali. Si decise comunque di
dare l'assalto, ma dopo un miglio e mezzo di corsa a
rompicollo si scoprì che erano guardie nazionali e che avevano
circondato la pagliaia. Con mezzi spicciativi il padrone della
pagliaia, Giovanni Lorusso, fu costretto a parlare. Confessò
che lì si nascondeva il brigante Nicola Lorusso, detto
Carciuso, e con lui il famigerato Ninco-Nanco. Restava da
spiegare come mai le guardie nazionali, tradizionalmente di
basso livello, fossero arrivate in modo così tempestivo alla
pagliaia e che fine avesse fatto la banda di Ninco-Nanco.
I carabinieri intimarono la resa, ma
dall'interno non giunse alcuna risposta. Fu allora appiccato il
fuoco alla pagliaia ripetendo l'invito alla resa. Due guardie
nazionali ed il carabiniere Segoni si predisposero per controllare
le vie d'uscita. Il primo ad arrendersi fu Carciuso, seguito da
Ninco-Nanco, immediatamente afferrato dai tre soldati. Ma a quel
punto si verificò quel che forse nessuno poteva immaginare. Il
bandito negò di essere Ninco-Nanco e una guardia nazionale, Nicola
Coviello Summa, gli sparò a bruciapelo, uccidendolo. Nel trambusto
fu ammazzato anche il brigante Mangiullo. Perché? Perché le
cronache posteriori riferiscono di colluttazioni mai avvenute tra
il carabiniere ed il brigante? Perché non furono attribuite
decorazioni per un'impresa indubbiamente importante? Finora i
documenti tacciono, ma non è peregrina l'ipotesi che quel colpo di
fucile non fosse così "inopportuno", come lo definì la circolare
periodica dei Carabinieri del primo trimestre 1864.
Probabilmente si temeva che
Ninco-Nanco rivelasse imbarazzanti ed inconfessabili complicità con
le autorità locali e con la stessa guardia nazionale, che forse
avevano svolto un ruolo non secondario nel garantirgli l'immunità.
Meglio non suscitare inopportuni scandali, meglio mettere tutto a
tacere, secondo un sistema molte volte adottato anche in seguito.
Il brigantaggio anche dopo il 1863-64, quando la fase politicizzata
del fenomeno cominciò ad affievolirsi perché il Vaticano non
appoggiava più incondizionatamente le operazioni di
destabilizzazione dell'Italia, rimase un capitolo aperto ancora per
un buon lustro. |