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La pace arriva il 30 ottobre
ed i Carabinieri Reali impiantano rapidamente il loro servizio
nelle province liberate del Veneto e del Mantovano. Già a metà
luglio si era formato il nucleo di una legione provvisoria, ma in
ottobre è possibile stabilire la
sede del comando a Verona per il controllo dei nuovi
territori. La forza assegnata è di 1.925 uomini e 48
ufficiali, suddivisi in 4 Divisioni, 10 compagnie e 21
tenenze.
Al maggior generale Serpi, che aveva comandato i CC RR durante la
campagna viene concessa la promozione a tenente generale e l'ordine
dei santi Maurizio e Lazzaro.
I CC RR sono naturalmente chiamati a presiedere il tradizionale
plebiscito di annessione e sotto il loro impassibile sguardo si
svolge la significativa cerimonia della presentazione al re dei
risultati del plebiscito (4 novembre 1866). Dopo che la deputazione
veneta ha consegnato le cifre dei voti, il generale Menabrea
consegna al re la Corona Ferrea, restituita dagli austriaci alla
firma della pace. Simbolo secolare del regno d'Italia era il
tangibile riconoscimento da parte dell'antico impero asburgico che
Vittorio Emanuele Il era legittimamente il re di uno Stato che
appena cinquant'anni prima era "un'espressione
geografica".
Ma nel paese reale continua a
serpeggiare un clima di delusione e di riscossa che infonde vigore
nuovo ai tentativi di liberare Roma con la forza. Nella primavera
del 1867 Garibaldi aveva condotto una campagna elettorale basata
sul tema di Roma capitale e aveva insistito su questo tema per
tutta l'estate.
Al governo è
tornato Rattazzi, al quale non dispiace l'idea di ritentare
l'impresa fallita cinque anni prima. Fondi neri vengono
convogliati nel partito d'azione perché fomenti una rivolta a
Roma, mentre di tappa in tappa Garibaldi in settembre si
avvicina al confine pontificio. Giunto a Sinalunga, gli
sarebbero bastate solo un paio d'ore per entrare in territorio
papalino, ma Rattazzi vedendo che niente si muove a Roma e
temendo che la Francia possa pesantemente reagire, emana un
ordine di arresto.
La delicata missione viene affidata
il 24 settembre al calabrese tenente Pizzuti, uno dei pochi
riusciti a passare dall'esercito napoletano nell'élite dei CC RR.
Il giorno stesso Pizzuti organizza un treno speciale per il
trasporto di 110 fanti e cinque carabinieri e piomba di sorpresa a
Sinalunga verso le sei del mattino. Ogni abitante incontrato viene
temporaneamente arrestato per evitare tumulti.
La casa che ospita Garibaldi viene
circondata e Pizzuti, introdotto da un domestico, entra nella
camera da letto: "Generale, debbo parteciparle l'ordine di
accompagnarla altrove". L'illustre arrestato non oppone resistenza
e viene trasferito senza incidenti nella cittadella di Alessandria,
proseguendo poi per Caprera. Al largo dell'isoletta incrociano per
buona misura alcune navi da guerra, ma il 20 ottobre Garibaldi le
beffa attuando un'avventurosa evasione. I suoi volontari non sono
stati ancora dispersi e lo aspettano al confine.
Il governo
Rattazzi sperava che i romani insorgessero, fornendo un valido
pretesto, ed il re stesso stava vagliando attentamente le
varie possibilità. Ma la situazione politica a corte era
precipitata e il giorno precedente Rattazzi si era dimesso
mentre il suo successore, generale Menabrea, doveva ancora
insediarsi.
La persistente ambiguità governativi
sulla questione Romana viene così acuita da un effettivo vuoto di
potere. Da Firenze Garibaldi riesce a calare velocemente verso sud,
inseguito dai telegrammi del ministero degli Interni. il prefetto
di Perugia Comunica al suo ministro il 23 ottobre: "Sottoprefetto
di Rieti in esecuzione ordini avendo conosciuto che Garibaldi si è
diretto al confine mi telegrafa di averlo fatto inseguire da grande
forza di carabinieri onde impedire sconfinamento e trattenerlo.
Parteciperò esito". "Carabinieri a cavallo che mandai inseguire
Garibaldi, malgrado massima celerità non giunsero impedirgli
passaggio confine" - informa sconsolato ventiquattr'ore dopo il
sottoprefetto.
Il 27 ottobre, ad ogni buon conto,
il governo pubblica un documento di dissociazione del re e del
governo stesso dall'impresa garibaldina, definita pericolosa e
dannosa per la patria e per l'onore nazionale. Mossa tanto più
necessaria in quanto si era appreso il giorno prima che un corpo
d'intervento francese, comandato dal generale De Failly, era
salpato da Tolone per Civitavecchia.
Il 28 il nuovo
ministro degli Interni, marchese Gualterio, invia categoriche
disposizioni di bloccare ogni arrivo di volontari al confine
pontificio. Subito dopo vengono finalmente sciolti i Comitati
di mutuo soccorso per l'insurrezione romana. Queste società,
in apparenza, avevano lo scopo umanitario di soccorrere i
feriti; in realtà, dovevano alimentare l'insurrezione nello
stato pontificio.
La situazione interna dello stato
pontificio, tuttavia, è molto meno preoccupante per la stabilità
internazionale di quanto sembri: i sudditi del papa non hanno
alcuna intenzione di essere "liberati".
Scrive nel suo diario il grande
storico tedesco Gregorovius, allora residente nella città: "E' un
fatto che nessuna sollevazione si è verificata in parte alcuna.
Nessuno vuole compromettersi. Roma rimane perfettamente tranquilla
... I disordini che ci si attendeva scoppiassero ieri sera e che
erano stati annunciati il giorno prima sono stati rinviati, a
quando si dice, a causa della pioggia. Due giovani asserivano che
l'insurrezione sarebbe scoppiata nel giro di un'ora, dato che
qualcosa doveva necessariamente succedere per redimere i Romani
dalla taccia di codardia ... Ma la notte è trascorsa in piena
tranquillità; il grande atto di eroismo non é stato compiuto".
Quando ormai tutti si rendono conto che i francesi sono pronti a
intervenire sul serio, Vittorio Emanuele Il tenta di salvare le
apparenze dando ordine al generale Cialdini di avanzare nello stato
pontificio per attaccare Garibaldi. I francesi, evidentemente
irritati dai comportamenti del governo italiano, bloccano Cialdini
ordinandogli seccamente di ripassare il confine.
L'eroismo dei fratelli Cairoli,
morti mentre tentano di introdurre fucili a Roma, giunge
provvidenziale evitando che la situazione degeneri in una farsa: ma
questa volta i garibaldini non possono compiere il miracolo. Il
morale dei volontari è molto basso e risente della mancata
partecipazione popolare romana all'impresa. Dopo la vittoria di
Monterotondo sui papalini, lo scontro a Mentana (3 novembre 1867)
con le ben armate truppe francesi si risolve in una disfatta. Da
una parte i volontari vecchi fucili e soprattutto baionetta,
dall'altra i famosi chassepot.
A questo punto, ancora una volta, i
carabinieri assumono lo sgradevole e pericoloso compito di
arrestare Garibaldi e metterlo in condizione di non nuocere. Il
giorno dopo Mentana, il comandante della legione carabinieri di
Firenze, colonnello Roissard de Bellet, viene convocato dal
generale Menabrea che, presenti tutti gli altri ministri, ordina
l'arresto.
DUE INTERMINABILI ORE. Il
tenente colonnello Deodato Camosso, comandante la divisione dei CC
RR nella capitale del regno, parte lo stesso giorno alle 13 con un
treno speciale insieme a 16 carabinieri e due compagnie di
bersaglieri, una precauzione tutt'altro che inopportuna. Gli viene
consegnato un plico sigillato da aprire a La Spezia con istruzioni
sul futuro luogo di detenzione di Garibaldi.
Alle 16,25 a Figline Valdarno c'è già una folla di curiosi che lo
sta aspettando. Camosso, appena arrivato, fa scendere dal suo treno
i carabinieri e i bersaglieri ordinando di sgombrare la stazione e
le sue adiacenze.
Ventidue minuti
dopo entra sbuffando nella stazione il treno di Garibaldi che
non è solo: quattro vagoni sono zeppi di volontari che
ricevono l'ordine di scendere. I volontari, comprensibilmente
esasperati, si abbandonano a un coro di insulti, fischi e
grida. Nel frattempo Camosso sale sul vagone del generale e lo
invita a seguirlo. Garibaldi non è soltanto stupito per
l'ordine, è infuriato, e gli fa calorosamente eco il deputato
Francesco Crispi, che è sul treno con lui.
Nonostante le vivaci proteste,
Camosso prega l'eroe di indicargli le persone che possono seguirlo.
Alla fine Garibaldi chiede di scendere dal treno per esigenze
fisiologiche: ma poi dice al tenente colonnello: "Voi non mi
riporterete su quel vagone se non a pezzi". "La scongiuro, signor
generale, di ricordarsi che è sceso dal treno per mio consenso e
che lei mi ha tacitamente fatto capire che poi sarebbe nuovamente a
mia disposizione".
La situazione non è per nulla
tranquilla. Superati gli sbarramenti di bersaglieri e carabinieri
non pochi volontari fanno cerchio nella sala d'aspetto intorno a
Garibaldi che, stanchissimo, ha chiesto un brodino. Camosso glielo
fa portare, ma poco dopo con la massima cortesia gli ricorda che
deve seguirlo. "No, non vi seguirò, di qui non mi muovo se voi non
mi porterete con la forza sul treno", si ostina Garibaldi. Camosso
si rende conto che non può forzare la mano: prega il generale,
scongiura Crispi, tutto pur di evitare il ricorso alla forza. Due
buone ore trascorrono in questa incresciosa pantomima, e sono così
lunghe che nel rapporto vengono involontariamente trasformate dal
tenente colonnello in tre.
Alla fine Camosso capisce che
occorre dimostrarsi determinati: '"Lei, signor deputato Crispi, sa
benissimo che abbiamo ordini di usare la massima cortesia, altro
che scandalo governativo. Noi non vogliamo commettere una violenza,
ma il generale ce lo impone e noi useremo la forza per compiere un
dovere indeclinabile. Maresciallo Gilardoni prenda due uomini con
sé e accompagni Garibaldi". "Signor Generale, in nome del Re mi
segua". «No, mai». I due carabinieri lo afferrano e a questo punto
Garibaldi non oppone più resistenza.
Crispi ancora strepita: "Signor
colonnello, la informo che protestiamo vibratamente contro questa
violenza detestabile e che sporgeremo querela nei tribunali contro
i signori ministri e contro di lei". I volontari urlano come
ossessi, ma nessuno compie gesti avventati e vengono fatti
sgombrare dalle lucerne nere e dai piumetti verdi.
Il treno può finalmente partire ed arriva a La Spezia il mattino
seguente. Il Plico sigillato viene aperto e comunica al tenente
colonnello Camosso che il lazzaretto del Varignano è il luogo di
detenzione al quale è destinato Garibaldi. La stazione viene
sgomberata e si decide di continuare in carrozza con la scorta di
soli tre carabinieri a cavallo. E' ancora buio quando gruppi di
giovani arrivano nei pressi della stazione; il tam-tam delle
notizie ufficiose ha diffuso la notizia. "Viva Garibaldi", "Viva
l'Italia", "Viva Roma", "Morte a Napoleone III", è il grido della
folla: una dimostrazione pacifica che non rischia mai di
degenerare. Camosso raccomanda ai carabinieri di mantenere i nervi
saldi, mentre la carrozza procede sempre più piano, finché non si
ferma del tutto. Alcuni giovani hanno tagliato briglie e tirelle ai
cavalli, trascinando nell'atrio dell'albergo Croce di Malta la
carrozza. Altro intoppo perché Garibaldi vuole anche riposarsi un
po' dopo tre notti insonni. Il colonnello insiste ancora, ma senza
troppa convinzione, perché sa che l'alloggio del generale al
Varignano non e ancora pronto e perché vuole in ogni modo evitare
problemi seri. "Come lei desidera, ma mi dia la sua parola d'onore
che partiremo all'alba", Garibaldi mantiene.
Alle 8,20 del 5 novembre il gruppo
giunge felicemente al Varignano. L'umore di Garibaldi è buono e
rapporti cordiali si instaurano tra lui e gli ufficiali della
scorta. Solo una persona che accompagnava Garibaldi, il suo genero
signor Canzio, aveva posto qualche problema a La Spezia, ma era
stato ridotto alla ragione con la minaccia di allontanarlo dal
generale.
Ma per Camosso le fatiche non sono
terminate: deve condurre faticosi negoziati con Garibaldi ed il suo
seguito per convincerlo a lasciare per almeno quattro mesi
l'Italia, in cambio della libertà. La risposta è negativa. Con il
passare dei giorni il governo è sempre più imbarazzato sotto il
tiro incrociato di parlamento, stampa e opinione pubblica. Il
governo viene persino accusato di far peggiorare la salute del
generale per costringerlo a una decisione contro la sua
volontà.
Camosso però convince il generale a
chiedere di sua spontanea volontà una visita da parte di medici di
sua fiducia. E' un'idea brillante che consente al governo di
accettare la raccomandazione dei medici di trasferire il
prigioniero a Caprera, salvando la faccia e l'ordine pubblico. Il
tenente colonnello deve ancora usare molto tatto e diplomazia per
convincere Garibaldi a promettere formalmente che non sarebbe evaso
un'altra volta.
Il 2 dicembre 1867 Camosso riceve
questa lettera: "Il Ministro dell'Interno avendo informato il
Consiglio dei ministri del modo lodevole con cui Ella aveva
disimpegnato la difficile e delicata missione di condurre e
custodire al Varignano il generale Garibaldi, mi rendo interprete
dei miei colleghi coi porgere a V.S. i più sinceri complimenti per
aver Ella saputo alla precisa osservanza della legge unire la
fermezza coi riguardi dovuti alla personalità del Generale". E'
firmata dal Presidente del Consiglio, generale Menabrea.
E' l'ultima volta che i carabinieri
ricevono l'incarico ingrato di arrestare il famoso eroe. Tre anni
dopo Roma sarà capitale, mentre infuria ancora la lotta al
brigantaggio. |