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Fra il 1850 e il
1861 non cambia soltanto il nome. Innanzitutto, gli effettivi
aumentano vertiginosamente (dell'84,4 per cento) rispetto ai tagli
del Lamarmora fatti prima della guerra del 1859. L'Arma conta
adesso 503 ufficiali e 17.958 tra sottufficiali e truppa. Di questi
2.894 sottufficiali, 9.755 carabinieri e 841 allievi appartengono
alla forza a piedi, mentre a cavallo sono 974 sottufficiali, 3.323
carabinieri e 171 allievi con un rapporto appiedati/cavalieri di 3
a 1. Dal 1860 al 1862 il reclutamento viene alimentato con tutti i
mezzi possibili: ferma agevolata per i coscritti; reclutamento da
tutti i corpi e le armi dell'esercito; riammissione in servizio;
nuovi arruolamenti volontari.
In secondo luogo, per la prima volta
nella storia dei Carabinieri il comando supremo é affidato a un
organo collegiale: il comitato. Vediamo chi sono i membri di questa
oligarchia degli alamari. Presidente è il maggior generale Federico
Costanzo Lovera di Maria (ex-Comandante Generale); segretario, il
tenente colonnello Emanuele Veggi; membri, tutti maggior generali
ed ex-comandanti: Ferdinando Martin di Montù Beccaria (comandante
in seconda riconfermato nell'Arma);
Antonio Martino Massidda (già comandante dei CC RR di
Sardegna); Giovanni Serpi (Carabinieri di Sicilia); Trofimo
Arnulfì (Carabinieri di Napoli). Non ci vuole troppo per
comprendere perché si sia resa necessaria una mezza
rivoluzione. Due membri del comitato sono espressione della
continuità con il Corpo dei Carabinieri Reali, mentre gli
altri sono gli artefici delle grandi ristrutturazioni nel
regno delle Due Sicilie e il rappresentante della molto
particolare realtà isolana sarda.
Un sistema collaudato come tanti
altri per amalgamare differenti realtà appena unificate, senza
creare inutili e pericolose frizioni tra i quadri e il vertice.
Come si sa, ognuno ama essere comandato da chi già conosce e questo
era particolarmente vero per i meridionali, che già avevano subito
il duro impatto con una massiccia piemontesizzazione. Un
personaggio chiave del comitato, nonostante il minor rango, diventa
gradualmente il segretario in quanto depositario della volontà
ufficiale del comando collegiale e suo supremo organo esecutivo.
Terzo cardine della riforma: le
legioni. Esse costituiscono un livello di comando tra il
comitato e le Divisioni. Ognuna ha un numero progressivo:
1ªTorino, 2ª Genova, 3ª Cagliari, 4ª Milano, 5ª Bologna, 6ª
Firenze, 7ª Napoli, 8ª Chieti, 9ª Bari, 10ª Salerno, 11ª
Catanzaro, 12ª Palermo, 13ª'Ancona e 14ª Allievi. La legione
territoriale dispone di autonomia amministrativa, è retta da
un colonnello e risponde direttamente ai ministri degli
Interni e della Guerra per le parti di rispettiva
competenza.
Alla fine del 1862 la struttura
dell'Arma è articolata in un comitato, 14 legioni, 38 Divisioni,
100 compagnie, 174 luogotenenze e 2.199 stazioni. Il cambiamento ha
richiesto qualche passaggio intermedio per i casi più difficili:
Sicilia e Napoletano. A Palermo Serpi viene nominato il 31 ottobre
1861 ispettore dei CC RR. Da lui dipendono sia il comando della
legione sia il deposito allievi temporaneo, costituito per
sopperire ai gravi problemi di reclutamento nell'isola. A Napoli
Arnulfi è nominato ispettore in via provvisoria.
Infine la lista dei requisiti per
essere arruolati nell'Arma si allunga. Adesso si richiede:
-
età minima 19 anni, massima
36;
-
leggere e scrivere almeno
mediocremente;
-
onesta famiglia;
-
non essere ammogliato o vedovo con
prole;
-
statura minima 1,70 metri per la
truppa appiedata, 1,72 per i cavalieri;
-
nessuna condanna penale o
immissione in reparti di punizione;
-
certificato di buona
condotta;
-
certificato di svolto servizio di
leva e stato di famiglia;
-
certificato di idoneità morale
rilasciato dal locale comando dell'Arma;
-
assenso scritto dei genitori o del
tutore se si è volontari minorenni.
Il pacchetto di riforme dimostrerà
tutta la sua validità negli anni non meno tormentati in cui si
accavallarono un'altra guerra di indipendenza, la cosiddetta
questione romana e la terribile guerra al
brigantaggio. |