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Le
motivazioni sono quelle di sempre, con i soliti aggettivi e
sostantivi. "Coraggio", "zelo", "senza badare al pericolo",
"con pericolo della vita". E' il 1839: il disgelo primaverile
e le piene autunnali provocano disastri a catena nelle valli
dei fiumi, che straripano nelle campagne, travolgendo uomini,
bestiame e cose. Il dissesto idrogeologico e la paura delle
inondazioni non sono davvero cosa nuova per l'Italia, come non
lo è la presenza costante ed efficace delle forze armate nelle
calamità.
In particolare dei
carabinieri, che in quell'anno sono dovunque in prima fila a
portare soccorso, a salvare donne, vecchi e bambini che
rischiano di annegare sotto l'impeto delle acque di fiumi e
torrenti: il Po, la Dora, il Polcevera, il Sesia, l'Areto. Le
scene sono (cambiati i costumi e gli oggetti quotidiani)
quelle di sempre: quelle dell'alluvione che colpì la provincia
di Salerno nel 1899 (ricordata in copertina) o quella, per
rammentare gli episodi più recenti, del Vajont o
dell'inondazione della pianura padana, o di Firenze.
Chiome di alberi che a malapena spuntano dalle acque, carogne di
animali che galleggiano gonfie, gruppi di superstiti intirizziti
sui tetti delle abitazioni, qualche barca che si aggira per la
desolazione.
Nel 1839 i carabinieri si fanno
onore; si prodigano ai limiti delle loro forze (come già avevano
fatto tre anni prima in occasione di un'epidemia di colera) e
diverse medaglie d'argento testimoniano del coraggio e dell'abilità
dei soldati nel salvare da sicura morte interi nuclei familiari. In
guerra e in pace, comunque in prima
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