CARABINIERI

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Ministero della Difesa

La Guerra di Liberazione

La liberazione di Roma

5 giugno 1944, i Carabinieri del contingente R entrano a Roma il giorno della Liberazione.L'11 maggio gli alleati, grazie alle truppe marocchine e da montagna del generale francese Juin, riuscirono a forzare con una manovra aggirante la linea Gustav. Mentre Roma si preparava all'insurrezione per liberare la città, i nazisti catturarono il generale Caruso. Il patriota fece appena in tempo a inghiottire un foglietto compromettente prima di essere trasferito in via Tasso. Nonostante le torture oppose un ostinato, beffardo silenzio ai suoi inquisitori. Pochi giorni dopo il 29 maggio, fu arrestato il generale Oddone, nonostante l'aspra resistenza di tre carabinieri sardi, Zuddas Meloni e Piras. I primi due caddero nello scontro; Piras riuscì a sgusciare fra le maglie naziste dopo aver tentato invano di avvisare il superiore. Oddone e Caruso furono caricati su un autocarro il 3 giugno per essere fucilati Storta, ma Caruso riuscì miracolosamente a fuggire per riprendere il controllo dell'insurrezione.

Essa non riuscì in pieno sia per l'azione dei nazisti che per l'attendismo di alcune forze politiche, ma il 4 giugno i tedeschi furono costretti alla ritirata e molti di loro furono catturati dai carabinieri e dai partigiani.

Proprio mentre nella lontana Normandia il Vallo Atlantico nazista stava per cedere, Roma abbracciava in festa gli alleati e le truppe italiane. Tra le avanguardie vi erano anche i carabinieri del Contingente R, 1.600 uomini che avevano combattuto insieme alla 5ª Armata americana ad Anzio. Questi soldati, insieme a quelli del 1° Raggruppamento Motorizzato ed ai loro colleghi dell'Aeronautica e della Marina cobelligeranti, rappresentavano la concreta speranza di un riscatto nazionale e di un futuro migliore.

I Carabinieri erano ben presenti anche nel resto dell'Italia occupata. A Milano il pluridecorato maggiore Ettore Giovannini, tornato dalla Jugoslavia, mise rapidamente in piedi un'organizzazione clandestina con nuclei di sabotatori ben mimetizzati nelle unità territoriali dell'Arma. Quando l'8 dicembre 1943 i tedeschi decretarono la deportazione dei carabinieri, Giovannini radunò circa 300 uomini e li inquadrò militarmente. Fu una banda molto temuta dai nazifascisti e tenuta nella dovuta considerazione dal CLNAI (Comitato Liberazione Alta Italia). Nel mese di aprile la formazione (che poteva ormai contare su circa 700 uomini) assunse il nome di banda Gerolamo, dal nome di battaglia del capo. Continuò ad essere attivissima e mantenne contatti con la consorella brigata Barba (formata anch'essa da carabinieri).

LIQUIDATE LA BANDA TASSI. A Radicofani, in posizione di dominio strategico sulla via Cassia, operava la banda Tassi. Il carabiniere Vittorio Tassi era un partigiano della prima ora che si era aggregato alla banda Tifone, guidata dal brigadiere Giovanni Zuddas. Alla fine del gennaio 1944 Tassi decise di andare a lottare nella sua terra d'origine. Partito con il consenso di Zuddas costituì la sua formazione il 20 febbraio 1944.

I tedeschi dettero a lungo la caccia a questa formazione e il 15 giugno riuscirono alla fine a catturare Tassi e pochi altri uomini della banda che si erano incaricati di coprire la ritirata dei compagni per evitare l'annientamento della formazione.

Tassi cercò di proteggere fino all'ultimo i suoi compagni dalle torture, caricando su di sé tutte le responsabilità. Venne fucilato il 17 giugno insieme all'aspirante carabiniere Giovanni Magi.

i membri della CLN sfilano per le vie di Milano.Si comportarono in modo analogo tre carabinieri della stazione di Fiesole per salvare 10 ostaggi innocenti. La stazione dei Carabinieri era, in realtà, un nucleo di resistenza collegato alla brigata V e condotto dallo stesso comandante, il vicebrigadiere Giuseppe Amico. Un brutto giorno un'autocolonna carica di SS sorprese tre carabinieri in attesa di una staffetta partigiana. Il carabiniere Pandolfo venne ferito, catturato, torturato e fucilato il giorno dopo.

Il vicebrigadiere Amico finse di cadere dalle nuvole quando fu convocato dal comandante del presidio tedesco della cittadina, tenente Hans Hiesserich. Quando seppe che un suo sottoposto, il carabiniere Ciofini era sospettato (correttamente) di essere coinvolto nella sparatoria del 29, lo fece allontanare in direzione di Firenze perché raggiungesse le unità clandestine.

I tedeschi, però, si stavano ritirando e il 6 agosto presero Amico e altri ostaggi portandoseli fino al passo del Giogo. Amico riuscì ugualmente a far pervenire ai carabinieri Marandola, La Rocca e Sbarretti l'ordine di darsi alla macchia. I tre non riuscirono a lasciare la città e quando Hiesserich scoprì che la stazione era rimasta vuota ordinò la fucilazione di 10 ostaggi se non si fossero ripresentati. Marandola, La Rocca e Sbarretti, appena informati, decisero di presentarsi per salvare la vita degli ostaggi. Sono passati alla storia come i martiri di Fiesole (12 agosto 1944).

UN PARA NON GIURA DUE VOLTE. «Nossignore». La parola fu una frustata in piena faccia per i gerarchi della Repubblica Sociale Italiana. Gli occhi scintillanti del tenente colonnello Edoardo Alessi, l'eroe dei carabinieri paracadutisti ad Eluet el Asel, in Africa, fissarono con calma e disprezzo i gerarchi.

Alessi si congedò sbattendo i tacchi da quegli uomini che gli avevano chiesto di giurare per la nuova repubblica retta dalle baionette dell'invasore. Un tribunale speciale lo condannò a 30 anni, di reclusione, ma Alessi si era già rifugiato nella vicina Svizzera dove restò fino al 21 maggio 1944.

Nel frattempo il comune di Campione era stato, primo fra tutti quelli d'Italia, liberato definitivamente da un colpo di mano dai militi della locale stazione dei Carabinieri e del comitato di resistenza. La legazione italiana in Svizzera chiamò Alessi a reggere la carica di vicecommissario di Campione. Nel febbraio 1945 il CNL lo invitò a riprendere il comando della prima divisione alpina di volontari della libertà.

19 aprile 1945, le ultime azioni di combattimento delle formazioni partigiane contro i fascisti a Torino.La sua linea d'azione si ispirò a due concetti: proteggere le popolazioni dall'occupazione germanica e salvare il patrimonio economico al momento della ritirata tedesca che avrebbe potuto far terra bruciata. Dai partigiani della Valtellina era conosciuto con il nome di comandante Marcello: un personaggio mitico, che beffava i reparti che gli davano la caccia, rincuorava le popolazioni e preparava l'insurrezione. Il 25 aprile 1945 la Valtellina attendeva l'ultimo segnale. La notte del giorno dopo si diffuse la notizia che Marcello era morto, incappato in un reparto di disperati. Tutta la Valtellina spazzò i resti del nazifascismo.

In Veneto era sorta la Compagnia Carabinieri Partigiani, inquadrata nella brigata Matteotti che aveva la sua base nei pressi del monte Grappa. Era stata forgiata dal tenente Luigi Giarnieri ed aveva partecipato a tutte le grandi azioni di lotta.

Per i responsabili della controguerriglia quei partigiani erano un incubo. Oltre alle normali azioni come attacchi a truppe, ponti, convogli, essi erano riusciti in imprese che facevano perdere la faccia al potente occupante e ai suoi collaboratori. Erano stati liberati 300 uomini destinati alla deportazione; era stato distribuito alla popolazione locale un ricco bottino di cibi sottratti ai tedeschi; erano state bruciate in massa le cartoline precetto; era stata perfino fatta saltare in aria una polveriera superprotetta.

Con l'autunno il fronte sulla linea gotica divenne meno caldo e si moltiplicarono i rastrellamenti per la cattura dei partigiani. Nella notte tra il 19 ed il 20 settembre 1944 20.000 uomini accerchiarono il Grappa per dare la caccia a 1.000 partigiani. Le truppe attaccanti erano costituite da quattro divisioni tedesche, due di brigate nere, altri reparti minori e due battaglioni della divisione alpina Monterosa.

La brigata Campocroce fu distrutta insieme al III battaglione della Matteotti. Giarnieri fu ferito e venne catturato la notte seguente. Condotto al comando di Paderno del Grappa, fu torturato inutilmente per due lunghi giorni: alla fine i suoi aguzzini decisero di impiccarlo, per dare un esempio. La mattina del 24 settembre, alle 7,30 il prigioniero fu portato a Crespano del Grappa per essere impiccato. Fu lui stesso a indicare ai cinque uomini della scorta un uncino, vicino a un negozio di frutta e verdura, adatto all'impiccagione. Morì gridando «Viva l'Italia!». Gli appesero al collo un infame cartello, con la scritta «ERO RIBELLE E QUESTA E' LA MIA FINE».

Di ribelli i nazifascisti ne incontrarono sempre di nuovi, pronti a riprendere le armi in pugno. I veri partigiani non furono mai legioni, ma bastarono a illuminare idealmente del loro amore della libertà persino i pavidi, i neutrali, gli attendisti, i profittatori.

L'ALBA DELLA LIBERTA'. Fosco Montini fu catturato dai tedeschi nel luglio 1944, quando aveva appena 22 anni ed era già un combattente famoso nella 8ª brigata Romagna. Una settimana prima il suo reparto era stato disperso da un massiccio rastrellamento: fu una rischiosa incursione volta a rubare al nemico armi e munizioni a farlo catturare insieme ai suoi compagni. Fu fucilato a Sarsina, il 13 luglio, dopo atroci torture sopportate stoicamente. «Aveva veramente del fegato quel carabiniere», commentò ammirata la gente del posto.

L'occupazione tedesca volgeva ormai al termine.

Sul fronte i gruppi di combattimento italiani, addestrati ed equipaggiati dagli inglesi, si preparavano alla penetrazione finale della linea gotica. Cresciuti in mezzo alla generale diffidenza alleata che ancora voleva far pesare la guerra persa, i gruppi di combattimento erano il segno concreto del rifiuto di continuare la guerra solo come portatori d'acqua delle armate alleate.

I partigiani italiani avevano sempre respinto, qualunque fosse il loro colore politico, l'idea degli alleati di servire solo nelle missioni più neutre di spionaggio e sabotaggio. Erano consapevoli del fatto che far trovare le città già liberate prima dell'ingresso dei soldati avrebbe avuto un grande peso politico negli assetti del dopoguerra.

Alla frontiera della Venezia Giulia si combatteva una sorda e dura guerra in cui, oltre al discrimine dell'ideologia, c'era anche quello nazionale. Non mancarono carabinieri e partigiani morti per mano di altri partigiani che volevano strappare suolo italiano negli ultimi mesi di guerra. Alcune medaglie d'oro onorano l'olocausto di quei patrioti spesso dimenticati durante gli anni della guerra fredda.

I tedeschi capivano che ormai la guerra era finita e che dovevano o negoziare sottobanco la resa tra comandanti o fuggire il più presto possibile dalle prevedibili ritorsioni dei futuri vincitori. Anche i repubblicani più compromessi capivano che era meglio sparire. Non a tutti andò bene. Mussolini fu catturato a Dongo e fucilato.

Nel mese di aprile del 1945 venne il momento di calare dalle montagne ed impedire che i pionieri tedeschi facessero terra bruciata durante la loro ritirata.

Bologna insorse e fu la prima città nella quale i gruppi di combattimento entrarono trionfalmente fra due ali di folla in delirio.

Il 25 aprile la banda Gerolamo calò su Milano, occupando con cronometrica precisione le varie caserme. Il 28 aprile la divisione partigiana Piacenza, comandata dal tenente Fausto Cossu, liberò la città dalla quale aveva preso il nome. Fausto Cossu nel breve giro di un anno e mezzo aveva trasformato una compagnia di Carabinieri in una delle più grandi divisioni partigiane, sfuggendo a ben tre grandi rastrellamenti.

La libertà sorse nuovamente sull'Italia. E i Carabinieri si dedicarono di nuovo ai loro compiti istituzionali nella difesa dell'ordine dopo aver reso onore ai loro 2.735 caduti e dopo aver curato i loro 6.521 colleghi feriti.

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