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Il momento richiedeva il
massimo di sangue freddo, iniziativa e coraggio. L'Italia era
infestata da reparti tedeschi, ma una decisa presa di posizione
avrebbe complicato parecchio i piani nazisti. Invece vi fu un
ambiguo appello a resistere ad attacchi da qualunque parte
provenissero e vi fu una inequivocabile fuga del re e di Badoglio
da Roma senza organizzare nessuna opposizione.
Senza ordini
superiori, senza una chiara direttiva, senza una gerarchia
identificabile i reparti furono abbandonati a se stessi e
reagirono di conseguenza: si sbandarono e furono catturati
senza sforzi.
Soltanto il Comandante Generale dei
Carabinieri Reali, Cerica, ebbe il buon senso di diramare ai suoi
80 mila uomini l'ordine di restare sul posto e continuare comunque
l'attività. L'Arma, nella crisi gravissima di uno Stato in
dissoluzione, fece appello alla sua straordinaria disciplina
interiore per restare unita.
I tedeschi avevano ormai le mani
libere. A Roma, la 3ª divisione Panzergrenadieren e la 2ª
Fallschirmjäger del generale Franz Heidrich si mossero con rapidità
teutonica per avvolgere la capitale. A sbarrare loro il passo erano
rimasti soltanto i Granatieri di Sardegna, i Lancieri di Montebello
ed i Carabinieri, espressione della più orgogliosa tradizione
militare sabauda.
Tra la Magliana e Tor Sapienza, due
quartieri periferici di Roma, era schierata la divisione Granatieri
di Sardegna, rinforzata dalla Legione Allievi dei CC RR. Erano
ragazzi tra i 18 ed i 20 anni, guidati dal tenente colonnello
Arnaldo Fralich, eroe del la Grande Guerra. In una ideale
ripetizione dell'ultima guerra d'Indipendenza, queste reclute
appena inquadrate in un battaglione erano chiamate a fermare gli
esperti paracadutisti, induriti da cento battaglie, del generale
Heidrich.
Era ormai notte quando presero
posizione alla destra della basilica d San Paolo, ma alle 2 del 9
settembre l'ordine fu di spostarsi sulla Magliana per riconquistare
il caposaldo n. 5 preso dai tedeschi. Protetti da lancieri e
granatieri, ai carabinieri fu affidata la manovra di avvicinamento.
Due pattuglie da combattimento tedesche furono sorprese e
catturate. Un altro nucleo fu gagliardamente messo in fuga con le
bombe a mano.
Alle 5,40 scattò l'attacco alla
posizione tedesca. I paracadutisti tedeschi, già 40 minuti prima
avevano cominciato a far lavorare i mortai e le mitragliatrici, ma
i soldati con la fiamma d'argento guadagnarono ugualmente
terreno.
Venti minuti dopo i tedeschi
lanciarono un veloce contrattacco avvolgente ai danni della
4ªcompagnia, ma Frailich frustrò il tentativo con un'altra
compagnia. I mortai tedeschi scagliavano granate senza sosta, ma
alle 8,30 i carabinieri riuscirono a compiere un'ulteriore
avanzata. Il numero di morti e feriti aumentava rapidamente e molti
valorosi cadevano gridando "Viva l'Italia".
IL VALORE DELLE
ORE BUIE. Alle 10 il caposaldo fu conquistato, ma i
carabinieri non smisero di combattere per sloggiare i
paracadutisti da altre posizioni. Solo alle 19,30 vi fu una
pausa per ricevere il cambio da 200 uomini del gruppo
squadroni carabinieri Pastrengo. Tra il 9 ed il 10 settembre
divamparono violenti combattimenti difensivi ed ancora una
volta i veterani tedeschi furono costretti a desistere. Il
prezzo dell'onore fu di 17 morti e 48 feriti, alcuni gravi; la
ricompensa una medaglia d'oro, una d'argento, una manciata di
bronzo e 25 croci di guerra.
A Monterotondo il battaglione parà
del maggiore Gericke aveva l'incarico di catturare il comando dello
stato maggiore dell'esercito, acquartierato nel castello Orsini.
Gli italiani erano ai posti di combattimento e tre junkers ju-52
carichi di paracadutisti furono tirati giù dalla contraerea. Ma i
tondi paracadute bianchi e violetti si aprirono lo stesso ed i
soldati tedeschi attaccarono vigorosamente i caposaldi italiani con
mortai ed armi controcarro.
Le Breda dei carabinieri diventarono
roventi negli accaniti scontri fuori del castello, testimone di
pietra di un ennesimo assedio. Carabinieri come Giuseppe Cannata e
Francesco Franzesini, usando con coraggio e maestria le loro
mitragliatrici, provocarono pesanti perdite fra gli attaccanti.
Solo alle 18 il maggiore Gericke e i suoi riuscirono ad abbattere
il portone principale ed entrare nel castello, dove si trovarono
intrappolati: con incredibile sangue freddo, il maggiore Gericke
intavolò un negoziato con gli italiani, guadagnando il tempo
necessario per far sapere ai difensori che Roma era ormai città
aperta, cavandosi in tal modo d'impaccio.
Non furono pochi gli atti di valore,
che non ebbero alcun rilievo pratico in quanto i tedeschi
riuscirono comunque a disarmare gran parte delle forze ex-alleate e
a prendere il controllo della penisola non liberata: ma gli episodi
di eroismo testimoniarono lo spirito di ribellione della nuova
Italia. I combattenti erano ancora inquadrati militarmente e
indossavano le divise, ma potevano già essere considerati dei
partigiani per la mancanza di un legame con un comando
centrale.
Il 10 settembre gli scontri
continuavano a divampare, creando momenti di ansia per Kesselring,
impegnato anche a fronteggiare lo sbarco alleato a Salerno di
ventiquattr'ore prima.
A Colleferro una tenenza di
carabinieri tenne in scacco una colonna motorizzata. A Napoli una
ventina di carabinieri catturò il presidio tedesco alla galleria
Umberto I, mentre veniva attuata con successo la difesa della
caserma Pastrengo e veniva conquistato il presidio tedesco di
Palazzo Reale. La rabbia germanica era tale che il giorno 12 fu
incendiato l'ateneo e un marinaio venne giustiziato nel rione
Porto, dove fu attaccata la caserma: i 14 militi della stazione,
per nulla intimoriti, svilupparono una testarda resistenza, che si
esaurì soltanto con la fine delle munizioni. Era ormai arrivato il
tempo cupo delle rappresaglie e gli sventurati prigionieri furono
fucilati il giorno dopo a Teverola, in sprezzo ad ogni legge di
guerra.
UNA BOMBA AL VOLO. Non
mancarono nemmeno episodi curiosi e paradossali. A Gattatico nella
provincia di Reggio Emilia il solito reparto tedesco aveva ricevuto
l'ordine di prendere la stazione, ma incontrò la resistenza di
soldati italiani che non erano andati a casa.
Il comandante del drappello
germanico individuò un buon bersaglio e strappò la sicura della sua
fida granata a stelo. La lanciò, con una parabola perfetta, contro
la stazione, ma il carabiniere Giovanni Magrini riuscì a prenderla
al volo e a rilanciarla al mittente.
A Bolzano, Appiano e Trento furono
pochi i carabinieri che il 9 settembre non spararono sugli
ex-alleati. In alcuni casi soltanto l'intervento dei potenti carri
Tiger ebbe ragione dei difensori.
Altri episodi mostrarono come spesso
dall'atto di valore isolato si passasse alla lotta partigiana vera
e propria. A Bussolengo in provincia di Verona le SS circondarono
la stazione dei Carabinieri, energicamente difesa dal maresciallo
maggiore Giuseppe Bellini. Alle fine i militi dell'Arma furono
fatti prigionieri, ma riuscirono a evadere. Molti di loro si
rifugiarono sulle montagne, mentre Bellini e un altro commilitone
furono deportati.
Il capitano Salvatore Auriemma venne
sorpreso dallo sfascio a Tolmino. I tedeschi riuscirono a
catturarlo, ma lui ebbe la fortuna di uccidere la sentinella e di
raggiungere i partigiani. Non vi restò a lungo perché, al termine
di un difficile viaggio nell'Italia occupata, giunse a Roma dove si
distinse nel fronte clandestino dei carabinieri.
In Abruzzo fu il capitano Ettore Bianco a mettere in piedi una
delle prime formazioni partigiane, la Bosco Martese.
Nei territori liberati al Sud
l'attività dell'Arma non registrò interruzioni. Fin dai giorni
dello sbarco alleato in Sicilia i Carabinieri Reali rappresentarono
un indubbio fattore di stabilità e di continuità della legge e
dell'ordine, anche nella repressione dei reati comuni.
L'opinione pubblica straniera,
spesso così incline a vedere i difetti della macchina statale
italiana, rimase favorevolmente impressionata. La prima
corrispondenza del Times dalla Sicilia (20 settembre 1943) diceva,
fra l'altro: "I Carabinieri sono stati un forte e stabile fattore
nel mantenere l'ordine; si sono tenuti interamente lontani dalle
influenze del partito fascista.
Due giorni dopo il ministro degli
Esteri inglese Anthony Eden rispondeva così a una interrogazione
dell'opposizione: "Perché usiamo i carabinieri? La Camera sa che
essi non sono un'organizzazione di tradizioni fasciste. Al
contrario essi esistevano in Italia molto tempo prima del regime.
Supponiamo per comodità di discussione che non avessimo usato i
carabinieri. Cosa avremmo dovuto fare? Avremmo dovuto impiegare
almeno 10.000 soldati britannici per svolgere il loro compito, non
altrettanto bene".
Il 12 settembre si era costituito il
Comando Carabinieri Italia Meridionale. Il 15 novembre il comando
fu ribattezzato Comando Carabinieri Italia Liberata, con funzioni
di Comando Generale e le sue competenze furono estese alle
isole.
Questo comando, guidato dal generale
Giuseppe Pièche con il colonnello Romano dalla Chiesa come capo di
stato maggiore, oltre a ricostituire la struttura territoriale
dell'Arma al Sud e predisporre le unità per i territori di
imminente liberazione, aveva il delicato incarico di coordinare la
lotta clandestina dei carabinieri nell'Italia occupata.
E' proprio nel buio periodo
dell'occupazione che i carabinieri scriveranno alcune delle pagine
più significative della Resistenza. |