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Ministero della Difesa

La caduta del fascismo

L'Arma resta compatta

Il momento richiedeva il massimo di sangue freddo, iniziativa e coraggio. L'Italia era infestata da reparti tedeschi, ma una decisa presa di posizione avrebbe complicato parecchio i piani nazisti. Invece vi fu un ambiguo appello a resistere ad attacchi da qualunque parte provenissero e vi fu una inequivocabile fuga del re e di Badoglio da Roma senza organizzare nessuna opposizione.

il Carabiniere Giuseppe Cannata, medaglia d'argento al valor militare per la sua eroica resistenza durante la battaglia di MonterotondoSenza ordini superiori, senza una chiara direttiva, senza una gerarchia identificabile i reparti furono abbandonati a se stessi e reagirono di conseguenza: si sbandarono e furono catturati senza sforzi.

Soltanto il Comandante Generale dei Carabinieri Reali, Cerica, ebbe il buon senso di diramare ai suoi 80 mila uomini l'ordine di restare sul posto e continuare comunque l'attività. L'Arma, nella crisi gravissima di uno Stato in dissoluzione, fece appello alla sua straordinaria disciplina interiore per restare unita.

I tedeschi avevano ormai le mani libere. A Roma, la 3ª divisione Panzergrenadieren e la 2ª Fallschirmjäger del generale Franz Heidrich si mossero con rapidità teutonica per avvolgere la capitale. A sbarrare loro il passo erano rimasti soltanto i Granatieri di Sardegna, i Lancieri di Montebello ed i Carabinieri, espressione della più orgogliosa tradizione militare sabauda.

Tra la Magliana e Tor Sapienza, due quartieri periferici di Roma, era schierata la divisione Granatieri di Sardegna, rinforzata dalla Legione Allievi dei CC RR. Erano ragazzi tra i 18 ed i 20 anni, guidati dal tenente colonnello Arnaldo Fralich, eroe del la Grande Guerra. In una ideale ripetizione dell'ultima guerra d'Indipendenza, queste reclute appena inquadrate in un battaglione erano chiamate a fermare gli esperti paracadutisti, induriti da cento battaglie, del generale Heidrich.

Era ormai notte quando presero posizione alla destra della basilica d San Paolo, ma alle 2 del 9 settembre l'ordine fu di spostarsi sulla Magliana per riconquistare il caposaldo n. 5 preso dai tedeschi. Protetti da lancieri e granatieri, ai carabinieri fu affidata la manovra di avvicinamento. Due pattuglie da combattimento tedesche furono sorprese e catturate. Un altro nucleo fu gagliardamente messo in fuga con le bombe a mano.

Alle 5,40 scattò l'attacco alla posizione tedesca. I paracadutisti tedeschi, già 40 minuti prima avevano cominciato a far lavorare i mortai e le mitragliatrici, ma i soldati con la fiamma d'argento guadagnarono ugualmente terreno.

Venti minuti dopo i tedeschi lanciarono un veloce contrattacco avvolgente ai danni della 4ªcompagnia, ma Frailich frustrò il tentativo con un'altra compagnia. I mortai tedeschi scagliavano granate senza sosta, ma alle 8,30 i carabinieri riuscirono a compiere un'ulteriore avanzata. Il numero di morti e feriti aumentava rapidamente e molti valorosi cadevano gridando "Viva l'Italia".

Lo sbarco alleato in una fotografia che ritrae gli uomini del 5° Seaforth HighlandersIL VALORE DELLE ORE BUIE. Alle 10 il caposaldo fu conquistato, ma i carabinieri non smisero di combattere per sloggiare i paracadutisti da altre posizioni. Solo alle 19,30 vi fu una pausa per ricevere il cambio da 200 uomini del gruppo squadroni carabinieri Pastrengo. Tra il 9 ed il 10 settembre divamparono violenti combattimenti difensivi ed ancora una volta i veterani tedeschi furono costretti a desistere. Il prezzo dell'onore fu di 17 morti e 48 feriti, alcuni gravi; la ricompensa una medaglia d'oro, una d'argento, una manciata di bronzo e 25 croci di guerra.

A Monterotondo il battaglione parà del maggiore Gericke aveva l'incarico di catturare il comando dello stato maggiore dell'esercito, acquartierato nel castello Orsini. Gli italiani erano ai posti di combattimento e tre junkers ju-52 carichi di paracadutisti furono tirati giù dalla contraerea. Ma i tondi paracadute bianchi e violetti si aprirono lo stesso ed i soldati tedeschi attaccarono vigorosamente i caposaldi italiani con mortai ed armi controcarro.

Le Breda dei carabinieri diventarono roventi negli accaniti scontri fuori del castello, testimone di pietra di un ennesimo assedio. Carabinieri come Giuseppe Cannata e Francesco Franzesini, usando con coraggio e maestria le loro mitragliatrici, provocarono pesanti perdite fra gli attaccanti. Solo alle 18 il maggiore Gericke e i suoi riuscirono ad abbattere il portone principale ed entrare nel castello, dove si trovarono intrappolati: con incredibile sangue freddo, il maggiore Gericke intavolò un negoziato con gli italiani, guadagnando il tempo necessario per far sapere ai difensori che Roma era ormai città aperta, cavandosi in tal modo d'impaccio.

Non furono pochi gli atti di valore, che non ebbero alcun rilievo pratico in quanto i tedeschi riuscirono comunque a disarmare gran parte delle forze ex-alleate e a prendere il controllo della penisola non liberata: ma gli episodi di eroismo testimoniarono lo spirito di ribellione della nuova Italia. I combattenti erano ancora inquadrati militarmente e indossavano le divise, ma potevano già essere considerati dei partigiani per la mancanza di un legame con un comando centrale.

Il 10 settembre gli scontri continuavano a divampare, creando momenti di ansia per Kesselring, impegnato anche a fronteggiare lo sbarco alleato a Salerno di ventiquattr'ore prima.

A Colleferro una tenenza di carabinieri tenne in scacco una colonna motorizzata. A Napoli una ventina di carabinieri catturò il presidio tedesco alla galleria Umberto I, mentre veniva attuata con successo la difesa della caserma Pastrengo e veniva conquistato il presidio tedesco di Palazzo Reale. La rabbia germanica era tale che il giorno 12 fu incendiato l'ateneo e un marinaio venne giustiziato nel rione Porto, dove fu attaccata la caserma: i 14 militi della stazione, per nulla intimoriti, svilupparono una testarda resistenza, che si esaurì soltanto con la fine delle munizioni. Era ormai arrivato il tempo cupo delle rappresaglie e gli sventurati prigionieri furono fucilati il giorno dopo a Teverola, in sprezzo ad ogni legge di guerra.

UNA BOMBA AL VOLO. Non mancarono nemmeno episodi curiosi e paradossali. A Gattatico nella provincia di Reggio Emilia il solito reparto tedesco aveva ricevuto l'ordine di prendere la stazione, ma incontrò la resistenza di soldati italiani che non erano andati a casa.

Il comandante del drappello germanico individuò un buon bersaglio e strappò la sicura della sua fida granata a stelo. La lanciò, con una parabola perfetta, contro la stazione, ma il carabiniere Giovanni Magrini riuscì a prenderla al volo e a rilanciarla al mittente.

A Bolzano, Appiano e Trento furono pochi i carabinieri che il 9 settembre non spararono sugli ex-alleati. In alcuni casi soltanto l'intervento dei potenti carri Tiger ebbe ragione dei difensori.

Altri episodi mostrarono come spesso dall'atto di valore isolato si passasse alla lotta partigiana vera e propria. A Bussolengo in provincia di Verona le SS circondarono la stazione dei Carabinieri, energicamente difesa dal maresciallo maggiore Giuseppe Bellini. Alle fine i militi dell'Arma furono fatti prigionieri, ma riuscirono a evadere. Molti di loro si rifugiarono sulle montagne, mentre Bellini e un altro commilitone furono deportati.

Il capitano Salvatore Auriemma venne sorpreso dallo sfascio a Tolmino. I tedeschi riuscirono a catturarlo, ma lui ebbe la fortuna di uccidere la sentinella e di raggiungere i partigiani. Non vi restò a lungo perché, al termine di un difficile viaggio nell'Italia occupata, giunse a Roma dove si distinse nel fronte clandestino dei carabinieri.
In Abruzzo fu il capitano Ettore Bianco a mettere in piedi una delle prime formazioni partigiane, la Bosco Martese.

Nei territori liberati al Sud l'attività dell'Arma non registrò interruzioni. Fin dai giorni dello sbarco alleato in Sicilia i Carabinieri Reali rappresentarono un indubbio fattore di stabilità e di continuità della legge e dell'ordine, anche nella repressione dei reati comuni.

L'opinione pubblica straniera, spesso così incline a vedere i difetti della macchina statale italiana, rimase favorevolmente impressionata. La prima corrispondenza del Times dalla Sicilia (20 settembre 1943) diceva, fra l'altro: "I Carabinieri sono stati un forte e stabile fattore nel mantenere l'ordine; si sono tenuti interamente lontani dalle influenze del partito fascista.

Due giorni dopo il ministro degli Esteri inglese Anthony Eden rispondeva così a una interrogazione dell'opposizione: "Perché usiamo i carabinieri? La Camera sa che essi non sono un'organizzazione di tradizioni fasciste. Al contrario essi esistevano in Italia molto tempo prima del regime. Supponiamo per comodità di discussione che non avessimo usato i carabinieri. Cosa avremmo dovuto fare? Avremmo dovuto impiegare almeno 10.000 soldati britannici per svolgere il loro compito, non altrettanto bene".

Il 12 settembre si era costituito il Comando Carabinieri Italia Meridionale. Il 15 novembre il comando fu ribattezzato Comando Carabinieri Italia Liberata, con funzioni di Comando Generale e le sue competenze furono estese alle isole.

Questo comando, guidato dal generale Giuseppe Pièche con il colonnello Romano dalla Chiesa come capo di stato maggiore, oltre a ricostituire la struttura territoriale dell'Arma al Sud e predisporre le unità per i territori di imminente liberazione, aveva il delicato incarico di coordinare la lotta clandestina dei carabinieri nell'Italia occupata.

E' proprio nel buio periodo dell'occupazione che i carabinieri scriveranno alcune delle pagine più significative della Resistenza.

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