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Ministero della Difesa

La caduta del fascismo

L'inferno dei Balcani

Dopo la disgraziata campagna di Grecia e l'inseguimento della vittoriosa avanzata tedesca per tutta la penisola balcanica, le truppe italiane di occupazione pensavano che quello sarebbe stato un fronte tranquillo. Lontani dalle roventi pietraie libiche e dalle sconfinate steppe russe, li sarebbe stato possibile godere la quiete di una retrovia. Anche i carabinieri per quanto impegnati a creare la loro rete di stazioni e tenenze, svolgendo i loro compiti d'istituto, non si immaginavano che cosa sarebbe capitato nel giro di pochi mesi.

i partigiani cetnici al confine tra Serbia e MontenegroUna parte della Slovenia (Lubiana) venne occupata e annessa all'Italia; in Croazia i tedeschi appoggiarono la creazione di un regno, destinato ad Aimone di Savoia, ma che in pratica era nelle mani del poglavnik (duce) Ante Pavelic; la Serbia era ridotta ad un protettorato guidato dal generale Nedic; alcune zone limitrofe erano occupate dagli alleati ungheresi.

La Jugoslavia, considerata un'artificiale creazione della pace di Versailles, sembrava traumatizzata dalla sconfitta, ma nei boschi si nascondevano uomini armati che stavano organizzando la resistenza. Molti erano ufficiali e sbandati dell'esercito iugoslavo. In maggioranza serbi, orgogliosi della loro nazione, niente affatto disposti ad accettare passivamente il crollo della loro patria e pronti a lottare contro gli invasori perché il re potesse fare ritorno dal suo esilio londinese.

Molti avevano scelto la guerriglia, il sabotaggio, le imboscate di cui furono spesso vittima i nostri soldati: ruote sgonfie, motori mal riparati, fili della luce e del telegrafo tagliati, binari divelti. Quando i carabinieri trovarono le prime sentinelle sgozzate a tradimento fu chiaro per tutti che quei luoghi erano l'anticamera dell'inferno. Da allora in poi le placide cittadine slovene, i pittoreschi paesaggi croati, i folti boschi della Bosnia, le piane della Serbia, i monti macedoni ed albanesi si trasformarono in zone inospitali nei quali la morte era in agguato continuo.

Alla guerriglia serba, bosniaca, slovena, reagirono con grande durezza i tedeschi e gli ustascia croati: i primi erano addestrati alla controguerriglia; i secondi erano appena riusciti a realizzare, con l'aiuto dei nazisti, il sogno della grande Croazia e non intendevano davvero arrendersi ai loro nemici mortali, comunisti o filomonarchici che fossero.

gli ustascia di Ante PavelicPARTIGIANI OVUNQUE. In Grecia i rapporti con la popolazione locale erano progressivamente migliorati. Inizialmente i greci avevano diviso i loro sentimenti nei confronti delle truppe dell'Asse, che avevano occupato il Paese, riservando ammirazione ai tedeschi, la cui avanzata era apparsa inarrestabile, e disprezzo agli italiani che avevano penato così tanto sui monti del Pindo. L'arroganza dei tedeschi e l'umanità degli italiani avevano mutato, in un secondo momento, l'atteggiamento della popolazione. Ma anche questa seconda fase fu presto superata. La guerra partigiana divise la Grecia fra collaborazionisti e patrioti, comunisti e filomonarchici, traditori ed eroi. Gli agguati si moltiplicarono, le strade diventarono insicure, nemmeno le caserme offrirono più un rifugio sicuro. Vi furono episodi sanguinari e vergognosi, con imboscate e rappresaglie incivili, senza più alcun rispetto umano. I prigionieri venivano spesso sottoposti a maltrattamenti e torture. I rastrellamenti si susseguivano senza sosta, e anche i carabinieri parteciparono a scontri durissimi. Molti pagarono con la vita la loro fedeltà alla consegna ed alla bandiera. Il carabiniere Rahaman Gjanaj cadde nel 1940 presso Scutari durante uno scontro con sei fuorilegge. Il suo collega Alfredo Gregori fu preso prigioniero a Veli-Dolac e passato per le armi perché non cantava con i partigiani (1941).

Al grido di "Viva l'Italia" cadde sotto il piombo di un plotone improvvisato il vicebrigadiere Bruno Castagna (Monte Maljnjek, 1942), anche lui catturato dopo un aspro combattimento e rimasto insensibile alle minacce: non si era voluto togliere gli alamari e i guerriglieri, scampati all'attacco della sua colonna mobile, lo giustiziarono.

Altri ebbero la fortuna di morire in combattimento. Il vicebrigadiere Giovanni Calabrò scortava una disgraziata autocolonna che venne falcidiata dalle raffiche di una imboscata. Benché ferito, prese il comando della colonna, ma fu fulminato da una raffica mentre tentava di recuperare una mitragliatrice.

L'appuntato Sabato De Vita resistette con i suoi militi ad un attacco nella sperduta stazione di Barmash. I nemici erano numericamente molto superiori, ma lui non si arrese neppure quando fu incendiata la caserma. Morì scagliando le ultime bombe a mano (Albania, dicembre 1942).

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