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La via dell'inferno è
lastricata di buone intenzioni: in un certo senso anche quella
verso una guerra lo è. Da quando la svastica nazista,
originariamente un simbolo solare di molte civiltà indoeuropee,
aveva cominciato a,diffondere la sua luce oscura, tanti avevano
ripetuto come non mai attraverso l'Europa democratica la parola
"pace".
Gli argomenti dei
sostenitori della pace, contro la follia di una nuova guerra
devastatrice, non erano solo quelli generici ai quali
ricorrono da sempre tutti i pacifisti. Erano sostenuti dal
vivido, recente orrore della Grande Guerra, quella che aveva
per la prima volta industrializzato il macello bellico e
cancellato l'idea della lotta come nobile, anche se
sanguinoso, gioco intriso di regole cavalleresche.
Romanzi come "Niente di nuovo sul
Fronte Occidentale" del tedesco Erich Maria Remarque o "Il fuoco"
del francese Henri Barbusse resero con realistica crudezza e
disperata poesia la distruzione di una generazione tra il fango
delle trincee e l'incubo dei gas asfissianti.
Quello che i pacifisti non vollero
vedere era che i loro valori e i loro tentativi di trovare una
ragionevole risposta alle rivendicazioni tedesche contro il diktat
di Versailles erano meno di carta straccia per un dittatore
spregiudicato come Hitler.
Chi gode e approfitta dell'impunità
della violenza, non può capire altro argomento della forza usata
con dura fermezza. Tutto il resto non è che un dannoso e penoso
palliativo, come le vicende storiche hanno abbondantemente
dimostrato. |