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Nel 1921, intanto, era ripresa la
campagna per assumere il controllo della colonia libica. Ancora
oggi, purtroppo, questa guerra è poco conosciuta, anche perché
costituisce una capitolo di storia coloniale particolarmente duro.
La guerriglia posta in atto dalle popolazioni libiche era tenace,
abile, sfuggente, feroce ed eroica. Gli italiani, dopo le prime
incertezze, arrivarono a stroncare la resistenza anticoloniale
facendo ricorso ad una repressione (talvolta molto dura e spesso
censurabile nelle sue manifestazioni) guidata da generali come
Graziani e Badoglio.
Gli italiani sapevano che la Libia
era una terra ostile e per lunghi anni i fanti cantarono:
"Arriveremo a Gialo / a Cufra e anche più in là / ma per uscir
dalla porta / ognor la scorta ci vorrà". Ci fu bisogno di migliaia
di militi non solo per assicurare quella protezione, ma anche per
intraprendere quelle che nel gergo sono chiamate operazioni di
grande polizia e servizi di polizia militare.
Al fianco dei carabinieri operavano
i coraggiosi zaptiè. Per quanto considerate truppe di seconda
categoria come spesso nelle guerre coloniali lo sono gli ausiliari
indigeni, gli zaptiè erano rispettati e difesi dai carabinieri come
colleghi alla pari.
Quando un cittadino italiano si
permise di schiaffeggiare l'allievo zaptiè Canul ben Ramadan perché
lo aveva investito inavvertitamente con la bicicletta, la reazione
dell'Arma fu inflessibile. Dopo il rapporto steso dall'allievo
zaptiè, il comando locale citò in tribunale il cittadino italiano
che fu condannato ad otto anni di reclusione, oltre al pagamento
delle spese. Anche in appello i carabinieri sostennero con successo
la tesi secondo la quale l'allievo zaptiè doveva essere considerato
pubblico ufficiale anche nei confronti di un cittadino italiano
metropolitano.
Il battesimo del
fuoco per gli zaptiè avvenne il 31 gennaio 1923 a Sidi Bu
Argub. Bisognava sloggiare da una posizione forte sulle
colline una grossa banda di ribelli e uno squadrone di zaptiè,
al comando del tenente Contadini, ci riuscii dopo una carica
ed uno scontro durato due ore. Il 2 febbraio i carabinieri
operarono un'altra durissima carica contro oltre 700 arabi;
due giorni più tardi 900 ribelli furono spazzati da un altro
selvaggio assalto di cavalieri dell'Arma, che ottenne alla
fine del primo ciclo di operazioni una croce di guerra e una
seconda dopo il secondo cielo.
LA RIVOLTA DI OMAR. La
Tripolitania era di nuovo sotto controllo, ma restava il problema
dell'immensa ed arida Cirenaica. Qui le operazioni erano frazionate
in Colonne volanti che sfidavano un deserto inospitale e che spesso
dovevano difendere con lo scontro corpo a corpo il controllo dei
vitali pozzi in oasi sperdute.
Il 1° febbraio 1926 la sfida contro il deserto fu raccolta a
Giarabub: dopo una marcia sfibrante gli italiani raggiunsero l'oasi
sbalordendo il locale capo senussita, che si sottomise
spontaneamente.
Tre anni più tardi, però, la rivolta
riprese vigore, per merito di un leader leggendario, Omar el
Muchtar "il leone del deserto". Gli stessi italiani lo descrissero
con ammirazione: l'energico, sobrio, astuto, generoso, valoroso
come pochi". Lui stesso, con una punta di ironico orgoglio, si
definiva "capo del governo della notte". Gli italiani, come gli
americani in Vietnam quasi mezzo secolo più tardi, potevano
illudersi di controllare il territorio di giorno, ma la notte i
libici dettavano legge e sgozzavano gli occupanti.
Roma non poteva
accettare questa sfida al suo rinascente impero e inviò sul
posto il proconsole Rodolfo Graziani a chiudere il conto. Per
il generale Graziani un gruppo di più di tre arabi doveva già
essere considerato sedizioso ed eliminato con ogni mezzo; la
frontiera libico-egiziana era solo un arido colabrodo da
bloccare a tutti i costi. Graziani lanciò una gigantesca
caccia all'uomo, in cui i Carabinieri con le loro capacità
militari ed informative fornirono un contributo essenziale.
Quattro battaglioni di ascari eritrei marcarono stretto el
Muchtar, altre colonne a squadroni fornirono il necessario
supporto: in totale furono impiegati nell'operazione 6.000
uomini.
Intorno al capo della rivolta fu
fatta terra bruciata, finché un giorno, un nervosissimo ausiliario
dei carabinieri catturò un arabo caduto dal cavallo ferito. "Non
sparare, sono Omar el Muchtar". Fu impiccato.
Per i Carabinieri l'epopea coloniale
non finì qui. Gli altipiani etiopici rivedranno le fiamme d'argento
in battaglia. |