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Il 1920 sembrò presentarsi
come un anno di stabilizzazione nell'agitata scena politica
italiana. Un anno prima le elezioni politiche avevano premiato
forze democratiche sia pure molto differenti come i socialisti (156
seggi) e i popolari di matrice cattolica (100 seggi), lasciando
invece a secco senza neanche un deputato i fascisti.
E' vero che il
governo Nitti era stato affondato dalle opposizioni di destra
e sinistra quando il presidente del consiglio aveva tentato di
far passare un aumento del prezzo politico del pane, allo
scopo di alleviare il disavanzo del bilancio statale. D'altro
canto proprio nel giugno 1920 tornò alla ribalta, dopo una
lunga assenza protrattasi per tutta la durata della guerra, la
figura di quello sperimentato statista che era Giovanni
Giolitti.
La sua visione politica era rimasta
acuta e penetrante come nei decenni precedenti. "In questi ultimi
tempi i partiti reazionari proseguono una campagna di diffamazione
contro il Parlamento, ben comprendendo che essi, avendo contro di
sé la maggioranza del popolo, non potranno mai avere la maggioranza
del Parlamento, che è l'espressione del suffragio universale, ma
sono ciechi poiché non vedono che oramai un governo il quale
rappresenti principalmente le classi privilegiate è impossibile, e
che esautorare il Parlamento, cioè la rappresentanza di tutte le
classi sociali, significa favorire l'avvento dei soviet che è la
rappresentanza e la dittatura del solo proletariato".
Queste parole, pronunciate dallo statista piemontese in un discorso
elettorale, rimasero inascoltate e il prezzo pagato da una ottusa
borghesia fu elevatissimo. |