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L'assassinio di Umberto I

Si conquista la quarta sponda

la battaglia di Ain ZaraPer qualche anno l'operazione si sviluppò senza problemi. Il Banco di Roma si assicurò alcune concessioni minerarie diventando in breve il maggior proprietario terriero del Paese con un consistente controllo sui mulini e su parte della pesca delle spugne. I problemi sorsero quando i nazionalisti turchi presero il potere a Istambul e controbilanciarono la presenza italiana con il potere di colossi tedeschi come la Krupp, la Deutsche Bank e la Siemens. L'appalto per i lavori del porto di Tripoli, vinto da una ditta italiana, fu lasciato cadere dal governo turco. L'allarme suonò per tutti gli interessi politici ed economici legati alla Libia, tanto più che vi era il sentore che Francia ed Inghilterra non fossero tanto indifferenti sulla questione libica. Giolitti, che si preparava ad affrontare nuove elezioni di massa, impartì i primi ordini di studiare l'attacco alla Libia nell'estate del 1911. Le condizioni meteorologiche erano favorevoli e buona parte degli ambasciatori stranieri, si trovavano in vacanza. Tuttavia la necessità di agire segretamente e presto impedì la piena preparazione dello strumento militare, nonché una seria analisi della situazione complessiva in Libia.

Il 29 settembre venne presentato, dopo alcuni pretestuosi incidenti, un ultimatum di 24 ore alla Turchia, che sorprendentemente accettò. Giolitti ignorò la disponibilità turca a trattare perché voleva la guerra e non voleva alcuna mediazione austro-teciesca. Il 3 ottobre la seconda squadra della flotta italiana, insieme alla divisione navi scuola, effettuò il bombarda mento della piazzaforte di Tripoli.

Nonostante le controbatteria dell'artiglieria turca, i cannoni italiani ebbero rapidamente partita vinta smantellando i forti. Due giorni dopo, 1.600 marinai nelle loro candide divise sbarcarono sul suolo libico. Per mascherare la vera consistenza di due sparuti reggimenti si ricorse al vecchio (ma sempre efficace) trucco di farli reimbarcare in un luogo appartato e risbarcare sotto gli occhi della folla. La capacità di improvvisazione non poteva tuttavia nascondere a lungo la sostanziale impreparazione al conflitto. Soltanto una settimana dopo l'inizio delle operazioni un corpo d'armata fu finalmente in grado di imbarcarsi diretto in Libia. Pochissimo si sapeva della stessa zona d'operazioni e mancava del tutto una strategia studiata a tavolino. Infine si commise il grave errore di pensare che gli arabi indigeni si sarebbero rivoltati contro l'oppressore turco Basteranno alcuni vescovi irresponsabili, con il loro incitamento alla crociata, per far scattare la solidarietà religiosa al grido di "Jihad!", la guerra santa musulmana.

ALAMARI TRA LE DUNE. Il primo ad arrivare fu l'onnipresente capitano Federico Craveri, autentico globe-trotter dell'Arma, inviato speciale ogni qual volta vi fosse da risolvere un problema spinoso. Questa volta occorreva ristabilire l'ordine a Tripoli e Craveri arruolò subito elementi arabi nella polizia. Nel giro di un giorno le botteghe ed il mercato potevano riaprire, ma occorreva comunque sostituire i cinque preesistenti battaglioni di gendarmeria turca.

Finalmente il 10 ottobre arrivò il corpo di spedizione, forte di 20mila uomini, ottimisticamente ritenuti sufficienti per portare avanti la guerra. Insieme ad essi giunsero quattro sezioni mobilitate dalle legioni di Napoli e di Roma, che includevano Carabinieri a piedi e a cavallo.

A metà ottobre cominciarono le operazioni di attacco a Bengasi che si conclusero con successo, mentre il 21 ottobre arrivò a Tripoli il colonnello Enrico Albera con l'incarico di predisporre l'intelaiatura dei Carabinieri per tutta la Libia. Appena in tempo perché, non prevista dai nostri strateghi, due giorni dopo scoppiò la rivolta araba contro l'aggressione italiana. Torme di cavalieri arabi, sbucati dal nulla dal deserto, si slanciarono sulle posizioni di Henni, puntando soprattutto su Sciara-Sciat. Contemporaneamente a Tripoli si accesero improvvise scaramucce nelle strade rese insicure dai franchi tiratori.

A Sciara-Sciat, accanto ai piumetti dei bersaglieri, vi erano gli alamari dei carabinieri. Quattro di loro caddero sotto il piombo arabo. A Tripoli i militi ingaggiarono rabbiosi combattimenti per le strade, stroncando una puntata degli insorti sulla piazza del Pane. La crisi fu superata quasi per miracolo, ma fu utile nel dimostrare l'inaffidabilità dei gendarmi locali. Dopo lo scontro di Sidi Messri (26 ottobre 1911), dove ancora una volta fanti e carabinieri respinsero un attacco turco-arabo, gran parte degli elementi di polizia locale fu licenziata. Il 3 novembre, con l'arrivo di due altre sezioni, fu possibile dar vita alla Divisione di Tripoli, articolata in due compagnie, agli ordini del maggiore Caprini. Fino a tutto il 18 i militi continuarono ad affluire permettendo la costituzione di altre compagnie fra Tripoli e Bendasi.

Come se la guerra non bastasse, anche il colera decise di reclamare le sue vittime e toccò ancora una volta ai carabinieri assistere la popolazione, disinfettare i locali, sgombrare i cadaveri. Le sezioni di guerra dell'Arma erano impegnate in tutte le battaglie difensive ed offensive nella Cirenaica e nella Tripolitania: Henni, Ain Zara, Bir Tobras, Sidi Abdallah.

Ai primi del 1912 dall'Eritrea giunsero 29 zaptié scelti tra gli elementi più affidabili in modo da stabilire contatti più diretti con la popolazione libica. I migliori zaptié diventarono istruttori della Scuola Allievi Zaptié, fondata il 10 febbraio 1912, mentre il 13 marzo la compagnia allievi zaptié assorbì 25 nuovi allievi oltre ai restanti elementi turco-arabi perché compissero un corso integrativo.

Ormai era stata stabilita in Libia una solida organizzazione territoriale che permise di affrontate anche la piaga del contrabbando d'armi assai fiorente sui confini tunisino ed egiziano. Ain Zara e Sidi Abdallah restarono fino al marzo 1912 i punti nevralgici di nuovi combattimenti difensivi, culminati nella battaglia dell'oasi delle Due Palme. I carabinieri non solo furono in prima linea, ma ottennero diverse medaglie di bronzo al valore per il coraggio mostrato nel servizio portaordini.

La guerra, quella guerra che richiese l'impegno di oltre 100mila soldati, venne ufficialmente risolta con una brillante manovra italiana per linee esterne. Anziché incaponirsi nelle dune libiche si occuparono audacemente le isole del Dodecaneso e di Rodi, esercitando una pressione di tutto rispetto sul governo turco e soprattutto sulle altre potenze europee. Francia, Inghilterra, Germania ed Austria non gradirono affatto la mossa italiana, ma accelerarono le pressioni sui turchi perché accettassero la pace: il trattato di Losanna (estate 1912) sancì la conquista della Libia, di Rodi e del Dodecaneso. Fu un momento di grande lusinga per l'orgoglio nazionale e Giolitti lo sfruttò per blandire un vasto elettorato che per la prima volta fruiva del suffragio universale maschile.

L'Arma ricevette una medaglia d'argento al valore per l'opera svolta. La guerra, tuttavia, non era ancora finita, anche se le diplomazie la consideravano chiusa. Sul terreno, la confraternita religiosa dei senussiti, fino ad allora neutrale, fu convinta nel 1913 dall'energico ufficiale turco Enver Bey ad entrare in guerra con l'Italia. In pratica l'effettivo controllo del territorio da parte italiana si riduceva a una ristretta fascia costiera, anche a causa del costante aiuto austro-tedesco a favore degli insorti durante la prima guerra mondiale.

Finché non verranno conclusi nel 1915 l'accordo di Acroma e quello di Regima, che stabiliranno una sorta di pace coi senussiti in cambio dello sgombero dell'entroterra della Cirenaica, la storia dei Carabinieri in Libia sarà tessuta di eroiche resistenze in posti abbandonati da Dio e dagli uomini e di vane cacce a guerriglieri che sapevano sfruttare a fondo il deserto. Un'altra pagina poco nota scritta dai militi con il silenzio ed il sacrificio. Ne affronteranno di ben più grandi e laceranti nella Grande Guerra che ormai incombe nefasta sulla prospera Europa.

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