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Adua

La guerriglia dei pastori

In Italia la situazione non è delle migliori. Le convulsioni economiche e sociali interne toccano punte molto alte. Colpa anche di un'altra discutibile iniziativa di Crispi, questa volta sostenuta dal parlamento: la decisione di denunciare gli accordi doganali con la Francia (1888) dopo un anno di aumenti tariffari unilaterali. Questa idea viene favorita da una parte da una generazione di economisti affascinati dalla politica protezionista della Germania, dall'altra da potenti interessi agrari che sempre più avvertono la concorrenza di agricolture più moderne e progredite e non hanno alcuna voglia di investire capitali per tenere il passo.

Il colonnello Eugenio Barantono, che comandò diverse operazioni contro i più pericolosi banditi sardi.Solo pochi esperti durante quel periodo di acceso nazionalismo sottolineano che il reddito nazionale francese è il quadruplo di quello italiano e che quindi la guerra doganale è uno sforzo da pigmei destinato a fallire in partenza. I francesi applicano naturalmente misure di ritorsione contro le esportazioni agricole e zootecniche italiane con risultati disastrosi per la nostra economia. Soltanto nel 1890 Crispi si arrende all'evidenza, anche se i gruppi di pressione degli agrari riescono a far mantenere un assurdo dazio sul grano che non fa che aggravare la miseria dei ceti contadini e ritardare la modernizzazione agricola. L'effetto della guerra doganale si rivela micidiale in particolare per la Sardegna, che continua a soffrire problemi economici e sociali molto forti.

Lo spiega chiaramente un parlamentare sardo dell'epoca, Ignazio Pirastu: "Ai far precipitare la situazione nelle campagne oltre i limiti delle possibilità di sopravvivenza e ad alimentare una nuova ondata di criminalità, che dopo un periodo di relativa stasi, dal 1880 al 1887, toccherà le punte gravissime documentate per gli anni 1887-1894 e culminerà nel conflitto di Morgogliai tra i banditi e i carabinieri nel 1899, intervengono due fatti, la guerra doganale con la Francia e la crisi bancaria, che coinvolgeranno il primo in modo diretto e specifico la pastorizia e il secondo l'economia rurale nel suo complesso". Infatti se dal 1863 la pastorizia sardi aveva beneficiato di condizioni favorevoli, grazie proprio agli accordi con la Francia, la guerra doganale provoca una crisi gravissima, anche perché i capi di bestiame si sono moltiplicati e pascoli più estesi sono stati affittati a canoni ancor più pesanti. Se a questo si aggiunge il fallimento del Credito agricolo industriale sardo, che ha raccolto risparmi per oltre 8 milioni di lire (di allora!), si capisce come mai il crollo economico sia verticale. Centinaia di persone affrontano direttamente lo spettro della fame più nera e la provincia di Nuoro è la più colpita.

Il brigadiere Lussorio Cau, Medaglia d'Oro al Valor Militare, mentre uccide un bandito in Sardegna (dipinto di Alberto Spagnoli).Intere zone della Sardegna precipitano in una condizione da Far West con una media di centinaia di omicidi l'anno, accompagnati da rapine, estorsioni, ricatti, furti ed atti di ferocia di ogni genere. Un tipico reato è la bardana, una vera e propria cavalcata western di decine di banditi che convergono su un singolo paese, riducono all'impotenza le scarse forze dell'ordine e saccheggiano una banca, l'ufficio postale o una ricca masseria. Non ci sono romantici sceriffi, ma da una parte le tuniche nere dei carabinieri e dall'altra gruppi di pastori duri e disperati.

I MASTINI DELLA BARBAGIA. Situazioni d'emergenza richiedono uomini d'eccezione e l'Arma seppe trovarne abbastanza per fronteggiare un banditismo spietato come quello sardo. Quattro nomi spiccano: maggiore Eugenio Baratono, capitano Giuseppe Petella, brigadiere Lussorio Cau e vicebrigadiere Lorenzo Gasco.
I primi due furono gli inflessibili organizzatori di operazioni in grande stile che miravano a distruggere la rete di omertà e complicità che proteggeva i banditi. Quando Ciccio De Rosa, condannato a dieci anni di carcere alla Maddalena, aveva celebrato il suo ritorno alla libertà con quattro omicidi per vendetta nel paesino di Usini (Sassari) e si era dato alla macchia insieme ai non meno pericolosi Mario Angius e Sebastiano Chessa, Baratono chiese ed ottenne carta bianca per spezzare il muro di silenzio e terrore costruito dai banditi. Il vicebrigadiere Lorenzo Gasco.A partire dal 1891 questo ufficiale con occhialetti a pince-nez e brizzolati baffoni spioventi fece terra bruciata intorno ai tre latitanti. Parenti, fiancheggiatori, reticenti, complici furono arrestati uno dopo l'altro. I beni dei banditi vennero posti sotto sequestro e i loro parenti, amici e conoscenti sottoposti a stretta sorveglianza.

In tre anni gli spostamenti diventarono sempre più rischiosi per il terzetto di malviventi che dovevano esporsi per trovare cibo, soldi e munizioni. Il 13 maggio 1894 furono agganciati da una pattuglia, ma riuscirono a sfuggire. Baratono non si dette per vinto e ordinò un rastrellamento sistematico delle campagne del Cossoine. Alla fine, dopo tredici giorni, i tre furono bloccati in una casa di campagna e arrestati al termine di una furiosa sparatoria, in cui perse la vita il maresciallo Vittorio Audisio. Non mancarono i riconoscimenti: una croce di cavaliere dell'ordine militare di Savoia per il colonnello Baratono, quattro medaglie d'argento (una alla memoria), quattro di bronzo. I tre banditi finirono sulla forca a Sassari. Anche il capitano Petella era un fautore delle operazioni di smantellamento metodico del sottobosco di complici del banditismo, ma il suo stile prediligeva la sorpresa e l'azione fulminante. Cau e Casco erano tra i suoi migliori elementi in questa logorante azione di contrasto al crimine. Il primo, nato nel Cagliaritano, era un uomo forte, rotto a tutte le fatiche ed era uno specialista nei travestimenti, capace di confondersi con disinvoltura tra i pastori della Barbagia.

Il tenente Fortunato Palmas che morì nell'operazione che condusse alla cattura del brigante Serra-Sanna (illustrazione Italiana, 1895).Casco, presto paragonato al celeberrimo suo collega Chiaffredo Bergia, era anche lui un piemontese, nato a Mondovì nel 1870 da una povera famiglia contadina. Pochi studi, poco amore per la terra, molta voglia di libertà. La sua grande occasione si presentò con il servizio militare dove sottoscrisse una ferma di cinque anni nell'Arma, che lo trasformò in un uomo serio, posato e maturo. Dopo un periodo di servizio trascorso in Puglia (dove si guadagnò uria medaglia d'argento al valor civile per aver salvato una suicida da una cisterna), chiese il trasferimento in Eritrea o in Sardegna. Voleva essere in prima linea, per dimostrare il proprio coraggio, e fu esaudito.

SFIDA A DORGALI. Casco si fece notare subito nella sua nuova stazione di Dorgali. Prima acciuffò un malfattore al termine di uno spettacolare inseguimento sui tetti, poi partecipò alla cattura del pericoloso brigante Giovanni Antonio Fonteddu e si meritò un terzo encomio per l'uccisione del brigante Alba da Ursulei. In poco tempo la sua fama di uomo duro e capace si diffuse in tutta la Barbagia.

Chi pensava che si trattasse di un piedidolci era invece un celebre e sanguinario bandito, il Berrina, al secolo Vincenzo Fancello. Costui, insieme con altri due malviventi (Giuseppe Pau e Antonio Mulas), aveva creato un vero e proprio feudo del terrore dove aveva la sfrontatezza di emanare dei bandi. Guai a chi non gli obbediva: poteva perdere il bestiame, rischiare di morire di inedia con la famiglia perché, colpito da ostracismo, tutti l'avrebbero sfuggito come un appestato, o poteva perfino essere atrocemente sgozzato. Anche a Casco arrivarono misteriosi messaggi di morte, intimazioni a lasciare il paese entro pochi giorni. Ma il carabiniere non esitò a raccogliere la sfida mandando a dire al delinquente che era pronto ad affrontarlo, con o senza armi. Il famoso fucile modello '91 rimasto in dotazione ai carabinieri fino a pochissimi anni or sono.Berrina fece spiare dai suoi le mosse del carabiniere finché non credette di sorprenderlo isolato presso un ovile. Casco aveva intuito la presenza dei banditi, ma cadde ugualmente nell'imboscata. Era a cavallo e si trovò di fronte i fucili spianati dei tre briganti. Con un balzo repentino saltò giù dal cavallo e si rifugiò dietro un masso: gli spari fecero accorrere il suo compagno di pattuglia, Sassu, ma anche altri due banditi. Per uscire da quella situazione drammatica, Gasco ricorse a un trucco vecchissimo, ma sempre efficace. Con voce stentorea dettò ordini secchi a presunti carabinieri giunti in soccorso. Berrina, Pau e Mulas caddero nel tranello e si dettero alla fuga. Per Casco e Sassu fu un gioco da ragazzi prendere in trappola i due banditi rimasti (un certo Cossu e un certo Larina).

LA RETATA. Il conto fra Berrina e Gasco non era destinato a rimanere in sospeso. Petella, alla fine di una paziente raccolta di informazioni, aveva preparato in gran segreto un'operazione chiamata da un cronista dell'epoca "la notte di San Bartolomeo": nella notte tra il 14 ed il 15 maggio 1899 decine di persone, latitanti e complici di ogni genere, vennero tirate giù dal letto e ammanettate. L'allarme, fra i banditi, si propagò fin nei più impervi rifugi: bisognava cambiare aria al più presto. Anche Berrina e Pau si mossero verso luoghi più sicuri, ma incapparono nella rete tesa dal capitano Petella.

I carabinieri difendono una diligenza dall'assalto dei banditi a Orani. (Domenica del Corriere, 1901).Una squadriglia di carabinieri scelti comandata dal tenente Antonio Jannello li intercettò durante la fuga mentre tentavano di raggiungere il mare. Gasco faceva parte della pattuglia. Berrina riuscì a intravederne l'ombra su un albero, nonostante fosse buio fitto. Una fucilata fece rotolare Gasco a terra. Ma non era ferito, e si gettò sul brigante ingaggiando con lui un furibondo corpo a corpo. Berrina aveva la sua fida "leppa", un coltello tipico dalla lama affilatissima, ma non fece in tempo ad usarla. Fu il tenente Jannello a fulminarlo al momento giusto. In quella memorabile notte persero la vita sei malviventi; altri 75 furono assicurati alla giustizia. A Gasco fu assegnata la prima medaglia d'argento. Pau riuscì a farla franca e si unì alla banda dei fratelli Serra-Sanna, che spadroneggiava nella zona di Orgosolo.

SCENE DI CACCIA IN ALTA BARBAGIA. Con la brutale franchezza di quei tempi, un testimone oculare, il tenente e scrittore Giulio Bechi, paragona l'azione che si conclude con la battaglia di Morgogliai ad una vera e propria battuta di caccia. Una caccia alle belve umane. La scena si apre con il personaggio del brigadiere Lussorio Cau. Camuffato da contadino e munito di un potente cannocchiale riesce ad individuare il covo delle prede e traccia lo schizzo del luogo. Il capo-caccia, capitano Petella, chiama a raccolta ben 150 carabinieri e 60 soldati, quanti ne occorrono per circondare cinque banditi in una zona impenetrabile. La marcia in piena notte avviene sotto la guida di Cau. Tra mille cautele vengono dispiegate le formazioni di cacciatori che devono rimanere appostati per impedire ai criminali di filtrare attraverso le maglie. Poi vengono scelti i battitori, quelli che rischiano maggiormente. Dieci duri, fra i quali lo stesso Cau, Petella, Bechi, Morelli e Casco. Sono loro che come segugi si addentrano in una di quelle boscaglie da incubo, così fitte che non si vede neppure il cielo. All'alba Cau va ancora in avanscoperta.

"E' un momento indimenticabile in cui non si sente che l'ansare dei petti. Tutte le potenze vitali sono tese fremendo ed aspettando. In quell'istante veramente ho vissuto: il cuore martella violentemente al minimo fruscio dei rami, il fucile carico scotta nelle mani: nell'attesa della lotta, del sangue, i ricordi più violenti di lotte e di battaglie mi fremono nella memoria. E' un'ebbrezza delle forze più audaci, una vampata di tutti gli istinti soldateschi che impetuosamente mi affluisce nelle tempie. Non darei quel minuto li per un mondo". E' una cruda verità, una scarica di adrenalina pura, non c'è retorica nelle parole di Bechi.

Per un attimo si teme che i banditi siano svaniti, ma Cau, tranquillo e flemmatico, calma tutti: "Son lì. Lo Vicu è di guardia". Come serpenti i battitori strisciano verso il rifugio nemico. Ecco la sentinella, sembra tranquilla. Poi un urlo di tigre, Lo Vicu lancia l'allarme e spara come un dannato. Tutti cominciano a sparare ed è un miracolo che non ci si ammazzi tra amici.
La vera caccia è cominciata! Come una muta di cani i carabinieri si slanciano all'inseguimento ed un primo brigante stramazza. Poi uno dei Serra-Sarina è massacrato mentre cerca di forzare il blocco. Casco è alle calcagna di Pau, ma riceve una pallottola in gola. Tocca poi al carabiniere Moretti e per lui non c'è nulla da fare. Tutt'intorno si sente solo il fragore sinistro degli spari e l'inquietante sibilo delle pallottole. Poi silenzio.

Petella fa stringere il cerchio, ma sembra che non ci sia più nessuno. Ma non è cosi: Elias Serra-Sanna e Giuseppe Pau si aggirano come gli indiani per trovare un punto debole nello schieramento nemico e, quando trovano un giovane soldato che si è distratto per bere, lo fulminano come un cane. E' la loro fine. Una grandine di proiettili li insegue mentre si slanciano per il letto di un torrente. Pau si fracassa una gamba e un braccio, prova ancora ad usare a tradimento la pistola contro la pattuglia che lo vuole catturare, ma viene colpito a morte. Poco dopo anche Elias viene beccato, la sua famigerata leggenda spezzata per sempre. Buon ultimo arriva un cancelliere per redigere il verbale. Ogni dettaglio, ogni minuzia finiscono nel verbale in triplice copia, mentre la commozione fa piangere gli altri per la morte dei compagni. La forte fibra di Casco gli permette di superare la brutta ferita in tempo per ricevere la seconda medaglia d'argento. Resterà in Sardegna, una regione dalla quale è rimasto affascinato, fino al 1907. Sempre impegnato giorno dopo giorno a combattere il brigantaggio nel Nuorese (terza medaglia d'argento e croce di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia). Quando l'Arma deciderà di trasferirlo a Bra, vicino alla natia Mondovi, Casco tenterà di opporsi, chiedendo di essere trasferito in Sicilia o in Eritrea, ancora in prima linea. Si arrenderà soltanto di fronte alle insistenze dei superiori, desiderosi di rendere sereni gli ultimi anni di vita di un eroe. Altri suoi colleghi avrebbero rischiato la vita nelle malariche paludi della Maremma e negli assolati deserti della Libia.


Approfondimento: Revolver mod. '89 - Fucile '91

L'evoluzione tecnica degli armamenti, ormai lanciata in progressione geometrica verso nuovi meccanismi sempre più perfezionati e sempre più micidiali, non risparmiò nel giro di circa un decennio le pur ottime pistole mod. 1874 ed i Vetterli. Per quanto riguarda la "Chamelot-Delvigne", alla fine degli anni '80 si decise di sostituirla con un revolver che ne ovviasse gli inconvenienti (pochi in verità: una certa facilità.

Revolver mod. '89 - fucile '91.Il 31 ottobre 1889 venne adottata ufficialmente una nuova pistola, nata da un brevetto dell'armaiolo Carlo Bodeo per rendere più sicuri i modelli '74. Ne uscì un revolver calibro 10,35 mm. robusto, economico e molto funzionale anche se un po' superato come concezione. Venne denominato "pistola a rotazione mod. 1889" ma fu più noto con l'appellativo di "coscia d'agnello", per via della caratteristica forma. I carabinieri ne ebbero in dotazione due versioni: con grilletto ripiegabile e senza ponticello per sottufficiali e truppa; con grilletto fisso e ponticello per gli ufficiali.

Restò in servizio sino alla vigilia della 2ª Guerra Mondiale. Per le armi lunghe, dopo una prima modifica di Giuseppe Vitali sui Vetterli nel 1887, allo scopo di dotarli di un sistema a ripetizione con un serbatoio per le cartucce (Vetterli-Vitali mod 70/87), nel 1888 la Commissione Armi Portatili ebbe incarico dal Ministero della Guerra di studiare un nuovo fucile. Gli sforzi dei vari stabilimenti industriali, in particolare la Fabbrica d'Armi di Torino, furono coronati dal successo il 5 marzo 1892, allorché la Commissione approvò il fucile torinese calibro 6,5 mm., presentato con la sigla "N. 1 ter", denominandolo ufficialmente "Modello 1891".

In particolare l'arma aveva il congegno di otturazione progettato da Salvatore Carcano, già conosciuto per specifica abilità tecnica; il congegno d'alimentazione era invece dell'altrettanto noto nobile austriaco Ferdinand von Mannlicher. Venne fabbricato anche un tipo di moschetto '91 per le truppe a cavallo e un altro per truppe speciali; i Carabinieri ebbero in dotazione quello da Cavalleria il 9 giugno 1893. Lo hanno mantenuto, con poche variazioni, sino al 3 giugno 1984, i "Corazzieri" ne hanno tuttora un modello speciale, con fornimenti in ottone e baionetta staccabile con innesto detto 'Alla Vauban".

V. P.

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