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La guerra coloniale si
concluse nel marzo 1896 con una sconfitta subita a causa di errori
politici e militari. E i carabinieri, anche allora pagarono un duro
tributo di sangue
Dopo la firma dell'ambiguo
trattato di Uccialli (2 febbraio 1889), la politica coloniale
italiana prosegue in un crescendo di aggressività in Etiopia e di
intrighi a Roma. L'ambizioso presidente del Consiglio, Francesco
Crispi, era riuscito a concentrare nelle sue mani un enorme potere,
grazie anche alle divisioni che attraversavano l'opposizione
parlamentare; nelle colonie operavano generali altrettanto
ambiziosi, che erano pronti a tutto pur di affermarsi.
Nell'agosto 1889 il parlamento ed il Consiglio dei ministri vengono
a sapere dell'improvvisa occupazione dell'Asmara da parte del
generale Antonio Baldissera. Il Ministero delle Finanze e quello
degli Esteri erano contrari all'impresa perché il disavanzo
pubblico cresceva a dismisura per le spese coloniali in una
situazione di instabilità sociale in patria e di rischio in
Africa.
Tuttavia, nonostante le frequenti
crisi di governo, la lobby che raggruppava militari, fabbricanti di
armi, la stessa corte reale ed i fautori di una politica di potenza
è troppo forte perché quelle perplessità, anche fondate, blocchino
la politica di espansione coloniale.
Anzi: nel giugno 1892 la minaccia delle colonne dei dervisci contro
le tribù protette dall'Italia fornisce il pretesto per estendere
l'occupazione. I dervisci, un movimento religioso di rivolta contro
gli anglo-egiziani in Sudan per proteggere l'indipendenza etnica e
il lucroso traffico degli schiavi, erano riusciti sette anni prima
a schiacciare le forze inglesi nell'assedio di Karthoum. Ora, pur
essendo morto il loro leader religioso, il Mahdi, continuano ad
espandere il loro dominio.
La base per le
scorrerie dervisce è Cassala, e questa località, dopo una
serie di combattimenti difensivi ad Agordat e a Serobeti,
diventa l'obiettivo di una puntata italiana per distruggere
l'accampamento mahdista. Il piano originario prevede, dopo un
brillante assalto di sorpresa, la ritirata verso Agordat, ma
un telegramma ministeriale (21 luglio 1892) ordina di erigere
un forte. Crispi torna al potere nel 1893 e decide di giocare
a fondo la carta di un grande successo coloniale. Sul campo
c'è il generale Oreste Baratieri che non perde tempo a seguire
le istruzioni di Roma e occupa il Tigrè, la cui capitale Adua
viene conquistata il 28 dicembre 1894. Ma una spedizione
coloniale è più facile da propagandare che da gestire. I
collegamenti tra Roma e Massaua sono inadeguati e lenti e le
istruzioni sono contraddittorie.
Baratieri, da buon militare che vuol
vincere, chiede uomini, armi, mezzi e soldi; Crispi invece tenta le
classiche nozze coi fichi secchi. Bombarda il generale di
telegrammi che lo pungolano all'azione, ma si guarda bene dal
chiedere al parlamento i mezzi per sostenere l'operazione, perché
sa che gli verrebbero negati.
All'inizio
sembra che la ricetta funzioni lo stesso. Ras Mangascià,
signore del Tigrè, tenta di respingere gli italiani da solo. A
Coatit (13 gennaio 1895) prova ad aggirare Baratieri, che però
modifica audacemente lo schieramento del fronte e lo sconfigge
dopo un combattimento di due giorni. Subito dopo Baratieri
sfrutta abilmente la vittoria agganciando a marce forzate il
nemico in ritirata presso il villaggio di Senafè. 1.500
tigrini cadono sul campo, 3.000 sono feriti, Mangascià riesce
a salvarsi con la fuga e un ricco bottino premia i
vincitori.
Anche i carabinieri con i loro
zaptié si distinguono in combattimento soprattutto perché riescono
a comandare con successo una compagnia mobile indigena fino ad
allora non avvezza al fuoco. La medaglia d'argento decora il
capitano Federico Craveri ed il sottotenente Felice Wuillermoz.
Medaglia di bronzo al carabiniere Gaetano Cangianelli aver guidato
la difesa di una colonna di salmerie. Craveri, fino ad allora
soprattutto un abile ufficiale nel servizio informazioni militari,
tornerà alla ribalta in altre occasioni.
Dal punto di vista politico
l'occupazione del Tigre risolve un grande problema per il negus
Menelik. Se prima i ras tigrini erano dei vassalli riottosi,
inclini a cercare l'aiuto italiano per sottrarsi al suo dominio,
ora sono pronti ad unire le forze contro il comune nemico.
IL MAGLIO DI
MENELIK. Il negus Menelik, dopo aver osservato con
crescente timore le manovre italiane ai confini del suo
impero, decide di rompere gli indugi e, alla fine del 1895,
denuncia il trattato di Uccialli. Lui alla guerra si è
preparato con cura: conosce bene i limiti delle sue truppe, ha
studiato a fondo gli italiani, si è rifornito di armi moderne
(anche italiane), ha radunato circa 100mila combattenti che
includono le bellicose tribù scioane e tigrine.
Si annuncia uno scontro molto
particolare: da una parte i ranghi ordinati delle divise bianche e
kaki degli invasori sormontate dai caratteristici elmetti
coloniali, dall'altra le multicolori torme dei cavalieri scioani e
le file interminabili di snelli combattenti neri, spesso
accompagnati dal loro inseparabile scudo tondo e non di rado armati
unicamente di lancia e scimitarra.
Le difese
italiane sono frazionate in una serie di capisaldi (Amba
Alagi, Macallè e Adigrat), la cui unica protezione è
rappresentata dalla forte posizione naturale e dall'esistenza
di un corpo mobile di 20mila soldati. Il rullo compressore
abissino si divide in due colonne: 30mila uomini sono al
comando del valoroso governatore dell'Harrar ras Maconnen ed
altri 80mila sono schierati sotto la guida di Menelik in
persona.
Tocca a Maconnen stritolare il primo
caposaldo, insieme ai ras tigrini Ofié, Alula, Micael e Mangascià.
Il maggiore Pietro Toselli dall'altura dell'Amba Alagi vede
appressarsi le orde abissine; non sa che il generale Baratieri gli
ha inviato un ordine urgente di ritirarsi dalla posizione isolata.
Toselli con i suoi 2.500 uomini si prepara a tener duro, sperando
nei rinforzi dei generale Arimondi (7 dicembre 1895).
I pochi scampati riferiranno che
l'uragano scioano ha spazzato in circa sette ore il caposaldo.
Nonostante una resistenza eroica, degna di miglior causa, sul
tavolato dell'Amba restano solo rovine fumanti e gli instancabili
avvoltoi.
Due giorni dopo
le avanguardie della cavalleria del negus circondano Macallé.
Ci vuole però circa un mese per il primo assalto. Il maggiore
Giuseppe Galliano avrà tuttavia maggiore fortuna del suo
collega defunto: dal 7 al 22 gennaio riesce tenacemente a
respingere le ondate abissine, nonostante viveri, acqua e
munizioni stiano scemando rapidamente.
Anche in questo difficile momento i
carabinieri danno il loro contributo. Durante l'assedio, il
carabiniere Eugenio Bianchi, un giovanottone con i baffi alla Clark
Gable, si accorge che un prezioso cannoncino da montagna è franato
dagli spalti. Per gli stremati difensori del fortino sarebbe una
crudele ironia ed un pericolo in più perdere un pezzo e magari
vederselo puntare contro. Senza pensarci su, esce fuori mentre la
fucileria infuria e la mitraglia spazza la zona.
La schiena si piega sotto il peso
spaventoso di quasi un centinaio di chili mentre il sudore scorre
sulla divisa, ma passo dopo passo il carabiniere percorre lo spazio
che lo separa dal forte. Con le sue mani rimette il pezzo in
batteria, protetto da quella fortuna che talvolta aiuta gli audaci.
Insieme a lui riceveranno la medaglia d'argento altri due colleghi,
che hanno assolto con coraggio al loro servizio di portaordini
oltre le linee degli assedianti.
La salvezza per
i valorosi di Macallè viene da un accordo concluso tra
Baratieri e Menelik, nel quale in cambio dello sgombero della
posizione i sopravvissuti potranno ritirarsi senza problemi
verso Adigrat. Con un gesto di antica cavalleria Menelik
concede agli uomini di Galliano l'onore delle armi. Tra due
ali di combattenti abissini schierati in formazione, sfilano
gli italiani e gli zaptié, in una cerimonia di tributo al
coraggio di un nemico odiato, ma rispettato.
L'ORA DELLA DISFATTA. Per
circa un mese, come spesso capita nelle guerre, non succede gran
che. Gli italiani si riorganizzano dopo due scacchi, mentre Menelik
si dedica alla più prosaica occupazione di trovare vettovaglie per
la sua armata di 100mila uomini nell'aspra regione del Tigre.
A Roma Crispi nella sua poltrona di
cuoio ministeriale sente che le cose si mettono davvero male per la
sua carriera. Invia a Baratieri uno sprezzante telegramma, "Non è
una guerra, codesta è una tisi militare", e si prepara a silurarlo,
sperando che il generale Baldissera sia più dinamico.
Il contraccolpo è
immediatamente accusato da Baratieri, anche lui deciso a
restare in sella. Un consiglio di guerra con i suoi generali
di brigata è inconcludente, nessuno se la sente di dire la
sgradevole verità, e cioè che sarebbe meglio battere
ordinatamente in ritirata.
Così senza adeguate informazioni,
senza carte, senza buoni collegamenti e senza una convinta azione
di comando, Baratieri con 20mila soldati avanza contro circa 80mila
abissini attestati ad Adua (1° marzo 1896) E' l'attacco di un
cieco, semiparalitico e incerto contro un combattente riposato e
già vittorioso.
In tre combattimenti slegati Menelik
distrugge o riduce a malpartito la maggioranza delle unità
italiane. Le perdite ammontano a 4.000 italiani (tra cui il
colonnello Galliano) e 2.600 ascari, più 1.500 feriti e 1.800
soldati fatti prigionieri, A nulla sono valsi la migliore
disciplina e l'armamento superiore, nonché l'eroismo che l'italiano
è capace di esprimere nelle situazioni disperate.
Anche i
carabinieri pagano un pesante tributo di sangue: 20 militi
uccisi insieme con 42 zaptié della compagnia Carabinieri
d'Africa. Tre sono le medaglie d'argento alla memoria ed una
di bronzo che ricordano il sacrificio di un capitano, un
tenente e due vicebrigadieri.
Tavole a colori indimenticabili per
i nostri bisnonni (era quella la televisione di allora) ritraggono
ufficiali isolati, accanto ai corpi dei loro compagni già
massacrati dalle zagaglie nemiche, che affrontano per l'ultima
volta la marea montante della cavalleria dello Scioa. La versione
nostrana di Custer a Little Big Horn.
La reazione in patria è scomposta e
meschina. Da una parte i nemici di Crispi approfittano di una
sconfitta seria, ma recuperabile sul piano militare, per
ingigantirla agli occhi dell'opinione in una catastrofe nazionale e
sbarazzarsi finalmente dell'autoritario presidente del Consiglio.
Dall'altra Baratieri, per giustificare i propri errori, accusa il
governo di avergli negato i mezzi necessari alla guerra (il che è
vero) e accusa (falso) le truppe di scarso spirito combattivo. Si
tratta di un'ignobile ingiuria che purtroppo crea un precedente
pericoloso per Caporetto, una crisi ben più grave vent'anni più
tardi.
Al dolore per i
morti si aggiunge la beffa per i prigionieri di Menelik quando
Crispi e la regina Margherita si rifiutano di contribuire a
una colletta per pagare il riscatto, dicendo che un Paese
virile deve liberare i suoi prigionieri soltanto con la forza
e non con il denaro.
Per fortuna il Paese reagisce con
maggiore buon senso e raccoglie i soldi necessari, liberando anche
centinaia di zaptié orrendamente mutilati come traditori dagli
abissini. Re Umberto I, fiutato il vento, accetta senza batter
ciglio le dimissioni di Crispi, ponendo fine ad un'avventura
disgraziata.
A rimettere insieme i cocci sono
prima il generale Baldissera, che libera dall'assedio Adigrat e
Cassata, e poi il governatore della colonia eritrea, Ferdinando
Martini. La pace di Addis Abeba (28 ottobre 1896) sancisce la piena
libertà dell'Etiopia. Dieci anni dopo saranno proprio i carabinieri
a scortare Martini in visita diplomatica dal negus Menelik nella
sua capitale. |