| Lo scoppio della prima guerra mondiale non fu improvviso.
Alcune guerre, come lampi prima della tempesta, erano sintomi degli
stati di tensione tra le varie potenze. Ricordiamo: la guerra
franco-tedesca del 1870, con la creazione dell'impero di Germania e
la sua politica di potenza; la guerra russo-turca (1877-78) per
impedire alla Russia l'accesso ai "mari caldi" con la conquista di
Costantinopoli; la guerra anglo-boera (1899-1902) per il possesso
da parte della Gran Bretagna dei ricchi giacimenti; la guerra
russo-giapponese (1904-05); la guerra italo-turca (1911), per un
non ben definito "equilibrio Mediterraneo" che riguardava anche
Francia e Gran Bretagna; infine, non ultime, le varie "guerre
balcaniche" e la politica espansionistica dell'Austria-Ungheria in
quel nido di vipere che erano i Balcani, in pieno furore
nazionalista (in primis l'area della Bosnia-Erzegovina).
Se i vari
governi vi avessero posto un "minimo" di attenzione, si
sarebbero resi conto dei nuovi caratteri della guerra, che
richiedeva l'impiego di grandi masse di uomini e di
artiglierie. Ciò in relazione, tra l'altro, all'impiego delle
mitragliatrici, al ricorso alle trincee e alle fortificazioni,
e via di seguito. Ma i valzer della "belle époque" impedivano
di sentire e di vedere i "macelli" dei campi di battaglia.
Inoltre, le diplomazie privilegiavano le politiche
dell'equilibrio tra potenze grazie ai trattati palesi e
segreti. Trattati che (illusione!) avrebbero impedito i grandi
conflitti e limitato gli scontri o guerre "locali".
La miopia (e la stupidità) dei
governanti non consentirono la visione delle forze impetuose in
movimento: nazionalismo, imperialismo - che prenderanno i nomi più
vari: pangermanesimo, panslavismo, irredentismo -, né quella delle
nuove filosofie per un "mondo nuovo" e un "uomo nuovo".
I perni fondamentali della politica
europea erano rappresentati da un sistema di alleanze, così
articolato: la Triplice Alleanza, tra Germania, Austria-Ungheria e
Italia, e la Triplice Intesa, tra Gran Bretagna, Francia e Russia.
La politica estera italiana non aspirava a grandi orizzonti.
L'obiettivo massimo dei governi liberali non andava oltre il
Trentino e uno statuto speciale per Trieste, da ottenere come
"compenso" per l'espansione della corona asburgica nei Balcani. La
Triplice, va sottolineato, era un trattato "difensivo" che per la
sua entrata in vigore poneva la condizione che uno dei membri
dell'alleanza fosse attaccato. Questa, grosso modo, era la
situazione prima del diluvio.
Per quanto
riguarda l'Italia: il 10 marzo 1914 Giolitti, come era solito
fare in particolari circostanze, fece il solito "giochetto" di
passare la presidenza a un uomo di sua fiducia. Salvo a
riprendere il potere a soluzione del problema: in questo caso,
per "mettere su" una maggioranza parlamentare più ampia di
quella ottenuta con le elezioni del 26 ottobre 1913. La scelta
di Salandra gli sarà fatale. Salandra non era "uomo di
paglia", aveva un proprio progetto politico, che si rivelerà
"antigiolittiano", coadiuvato in ciò dal Ministro degli Esteri
Sonnino che, a sua volta, aveva dei conti da regolare con
Giolitti.
FUOCO ALLE POLVERI. Il 28
giugno 1914 il terrorista bosniaco Gavrilov Princip, assassinando a
Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico,
e la consorte, dava fuoco alla polveriera. Il 29 luglio l'Austria
attaccava la Serbia; il 1° agosto la Germania dichiarava guerra
alla Russia, e il 3 successivo alla Francia, con l'invasione del
Belgio; da qui l'Inghilterra dichiarava guerra alla Germania. Nel
giro di poche ore si scatenava un vero inferno, che provocherà
oltre 8 milioni di morti. Il tutto nella convinzione che i problemi
sarebbero stati risolti dopo una guerra "breve". Anzi,
"brevissima". Il 3 agosto l'Italia dichiara la neutralità. I
governi di Berlino e di Vienna riconobbero la legittimità della
decisione italiana in quanto non vi era stato un attacco diretto.
Ciononostante, per motivi di propaganda da parte "esterna" e per
atavica tandenza all'autolesionistico "interno", nascerà il mito
del tradimento dell'Italia.
A questo punto,
le "diverse" Italie diedero al "che fare?" risposte in
funzione delle "questioni" ancora irrisolte: la liberale, la
cattolica, la socialista, l'irredentista-nazionalista.
Proviamo a riassumerle.
LA QUESTIONE LIBERALE.
Salandra è della "destra" liberale, estromessa dalla "sinistra" nel
1876. Anche per una rivincita, ma soprattutto per ridare slancio
all'Idea liberale, si pone a capo del progetto per una grande
politica nazionale da realizzare da un "nuovo" partito liberale.
Sullo sfondo, la costruzione di uno Stato nuovo, non più
condizionato dai trasformismi della sinistra liberale, della quale
Giolitti era il massimo rappresentante.
Il nuovo grande Partito liberale,
tra l'altro, avrebbe dovuto completare il Risorgimento, assorbendo
i movimenti radicali nazionalisti, i socialisti riformisti e le
correnti culturali del primo Novecento. Ciò avrebbe favorito il
bipolarismo: un partito conservatore (liberaldemocratico) e uno
progressista (socialista). La guerra europea e la scelta
"neutralista" di Giolitti faranno di Salandra un
"interventista".
La vittoria dell'uno sull'altro
avrebbe significato la supremazia di una corrente liberale
sull'altra. In tale contesto, se la scelta di Giolitti favoriva
oggettivamente l'Austria-Ungheria, Salandra si orienterà con
Sonnino a favore dell'Intesa. Da qui, quella specie di "balletto"
fra le parti in conflitto sul "chi offriva di più". Gli
anglo-francesi, con il Patto di Londra (26 aprile 1915)
concederanno più territori rispetto al "parecchio" per la
neutralità sostenuta da Giolitti. |