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Nel 1861 nasceva
il nuovo Stato, ma diverse problematiche tormentavano i suoi
artefici. Problemi che, col tempo, sono stati definiti
"questioni", problemi ancora oggi presenti sul territorio
nazionale.
La "questione sociale". Già dalla metà
dell'Ottocento si apriva il dibattito sui rapporti tra "capitale e
lavoro" e sulla posizione che lo Stato deve assumere, a fronte
della conflittualità che questi rapporti inevitabilmente
determinano. Tale questione può essere schematizzata facendo
riferimento a quelle coordinate politiche che, in tempi e
situazioni differenti, misero di fronte le Società Operaie, le
posizioni liberali e le idee socialiste.
Le Società Operaie erano sorte nel Regno di Sardegna, già prima
del 1859, con il prevalente obiettivo di offrire attività
assistenziale e mutuo soccorso. In tale contesto verranno a
formarsi due correnti: una moderata o "liberal-progressista", che
voleva escludere le Società dalla sfera politica; l'altra,
d'ispirazione mazziniana, decisamente orientata verso
l'interventismo politico.
La resa dei conti tra le due dottrine ebbe luogo a Firenze il 27
settembre 1861, al IX Congresso delle Società Operaie, nel quale la
maggioranza democratica-mazziniana si impegnò a lottare in favore
del suffragio universale, dell'istruzione laica e obbligatoria e
dell'unificazione di tutte le Società Operaie. Nel programma si
rifiutava il ricorso allo sciopero. Opponendosi a questa visione,
la componente moderata abbandonò il Congresso dando vita a una
nuova organizzazione. Al Congresso di Napoli (25-27 ottobre 1864),
in contrasto con i principi della I Internazionale Socialista,
fondata a Londra su ispirazione di Karl Marx, i delegati
approvarono l'Atto di Fratellanza delle Società Operaie italiane di
ispirazione mazziniana.
In questa cornice storica le posizioni liberali rappresentavano
la seconda importante tradizione politica. Già nel Parlamento Sardo
si distingueranno i Liberali di Destra e i Liberali di Sinistra. La
Destra si ispirava al liberalismo conservatore inglese (Tory),
fautore del libero mercato e del non intervento dello Stato. La
Sinistra, invece, era riformista (Whig), favorevole cioè
all'intervento statale e ad una "legislazione sociale" che
salvaguardasse la parte più debole. In Italia, la Destra Storica
governerà fino al 1876, allorché subentrerà la Sinistra
Storica.
Le idee socialiste si riveleranno le coordinate più incisive ed
efficaci nella lotta tra capitale e lavoro, ma si caratterizzeranno
per il settarismo, la violenza rigeneratrice e l'antidemocraticità
di alcune correnti. La conflittualità interna al Movimento vedeva
opporsi due linee, in disaccordo sulla strada da seguire per
realizzare il Socialismo: quella rivoluzionaria (i comunisti
anarchici e i comunisti marxisti) e quella riformista
(democratico-parlamentare).
Purtroppo, sia pure con alterne fortune, la linea
rivoluzionaria, antistatale e internazionalista, insurrezionalista
con tendenze millenariste, condizionerà l'evoluzione dell'idea di
Socialismo nel contesto della dialettica democratica, al contrario
di quanto avverrà in altri Paesi (specie in Inghilterra e in
Germania). Non solo: il socialismo rivoluzionario, proponendosi
come unico interprete dell'evoluzione della Storia, considererà i
socialisti democratici come i principali nemici da combattere, e
non solo sul versante ideologico.
L'avvio di un progetto "socialista" in Italia era avvenuto prima
del 1848 ad opera di Carlo Pisacane, che contestava l'approccio
spirituale-romantico di Mazzini, nel nome del materialismo, del
positivismo e dell'ateismo, preferendo una linea d'azione
socialpopulista a quella di un'azione politica razionale e
organizzata. In sostanza, Pisacane s'ispirava al pensiero anarchico
di Proudhon e Buonarroti, ripreso e ampliato da Michele Bakunin,
che proponeva come idea fondamentale per la «rigenerazione
dell'umana società» l'abolizione dello Stato attraverso la lotta
armata. Nell'attesa dell'occasione storica favorevole
all'insurrezione violenta, Pisacane sosteneva anche l'opportunità
di praticare una forma di astensionismo politico.
Così, un'altra fetta di società si opponeva al nascente Stato
Unitario, aggiungendosi a quella, consistente, del movimento
cattolico. Il comunismo anarchico dichiarerà guerra allo Stato, nel
Manifesto del 1874 del Comitato Italiano per la Rivoluzione
Sociale: «Noi, in nome dell'umanità conculcata delle vittime del
capitale, delle moltitudini affamate, in nome del diritto, in nome
della scienza; per l'odio che abbiamo innato per ogni tirannide;
per l'amore che portiamo alla Giustizia: alla reazione trionfante
che ci calpesta; alla monarchia di diritto divino, alla repubblica
borghese; al Capitale, alla Chiesa, alo Stato, a tutte le
manifestazioni della vita attuale dichiariamo guerra».
E guerra sarà: prima tra gli internazionalisti anarchici e i
repubblicani mazziniani, poi tra i comunisti anarchici e i
comunisti marxisti, i quali, pur avendo gli stessi obiettivi degli
anarchici (abolizione dello Stato, comunità di eguali) predicavano
una prassi diversa: elogio della violenza della lotta di classe,
insurrezione legata al crollo del capitalismo, dittatura del
proletariato per la costruzione del Socialismo prima e del
Comunismo, a livello mondiale e per tappe successive, poi. In
questa "guerra" rientrano i moti di Milano del 6-7 maggio 1898,
repressi nel sangue, durante il Govemo di Rudinì.
La grave situazione economica del Paese, resa ancora più
spaventosa dall'enorme impiego di risorse destinate a realizzare i
"sogni" coloniali (stroncati dalla sconfitta di Adua del 1896),
aveva trasformato la società italiana in una polveriera. L'arresto
di un operaio della Pirelli provocò un'insurrezione generale,
sfociata in una repressione sanguinosa. In tutti i quartieri di
Milano sorsero barricate e i soldati del generale Bava-Beccaris
ricevettero l'ordine di sparare sui dimostranti e sulla folla
inerme, causando, secondo le stime ufficiali, 80 morti e 450 feriti
(valutazioni non ufficiali parlano di circa 300 morti). I più
significativi esponenti della sinistra milanese (Turati,
Kuliscioff, Caldara, Lazzari) furono processati e condannati come
istigatori dell'insurrezione. I fatti di Milano ebbero una grave
conseguenza. Il 29 luglio 1900, al ritorno da uno spettacolo, il re
Umberto fu colpito da tre colpi di pistola. Sul posto, con l'arma
del delitto, fu arrestato l'anarchico Gaetano Bresci (suicidatosi,
nel carcere di Santo Stefano, il 22 maggio
1901). |