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Con il conferimento a Vittorio
Emanuele II del titolo di "Re d'Italia", il 18 febbraio 1861
nasceva lo Stato italiano unitario. Quel giomo il nuovo Stato
riceveva la proclamazione ufficiale da una Camera eletta da
appena l'1,9 per cento della popolazione, a sua volta
caratterizzata da un tasso di analfabetismo medio del 75 per
cento.
Tutto era avvenuto in fretta, praticamente in appena otto anni, da
quando, nell'ottobre del 1853, Cavour aveva creato quel "grande
ministero" che univa in un unico blocco i liberali del
centro-destra e quelli del centro-sinistra, isolando le destre
retrive e le sinistre chiassose e frantumate. Blocco che, peraltro,
costituiva un ostacolo al re il quale, in base allo Statuto,
riteneva di essere il titolare del diritto di nomina del
Governo.
Ma la fretta aveva bruciato "l'idea"
di Cavour di tre regni: uno dell'Alta Italia (Lombardo-Veneto), uno
dell'Italia Centrale, con la Toscana e il rimanente territorio
pontificio, e uno dell'Italia Meridionale, dove ai Borboni poteva
subentrare Luciano Murat; al Papa la Sovranità su Roma e il
territorio circostante. Un'idea quasi realizzata nel 1859 e
bruciata dall'iniziativa garibaldina e del Partito d'Azione
mazziniano, che aveva prodotto tensioni interne (la ripresa delle
correnti "estreme", e dei federalisti) e internazionali (il
possibile intervento della Francia o dell'Austria). Nasceva così
uno Stato caratterizzato da incognite e dilemmi che in seguito gli
storici avrebbero definito "questioni".
LA QUESTIONE ROMANA.
L'espressione indica il Conflitto tra la Chiesa e lo Stato
Sardo, prima, durante e dopo il periodo risorgimentale. La
Chiesa diffidava della cultura di «alcune élites piemontesi in
odore di giansenismo, giacobinismo e massoneria»; sentiva il
laicismo come un diretto attacco al "tradizionalismo"
cattolico, da cui l'opposizione a ogni legge che potesse
intaccare le aree che la Chiesa considerava di sua esclusiva
competenza (ad esempio l'istruzione).
All'inizio del periodo risorgimentale operava all'interno della
stessa Chiesa la corrente del "cattolicesimo liberale": Pio IX
venne acclamato proprio come "Papa liberale". Nel decennio
1860-1870 si manifestò però un irrigidimento dei rapporti tra forze
risorgimentali e Chiesa, che impedì lo sviluppo dei cosiddetti
"cattolici conciliatoristi", i quali puntavano alla fondazione di
un partito cattolico conservatore, che non agisse solo in vista di
una conciliazione, ma entrasse nella politica nazionale come polo
di compensazione e di risoluzione delle tensioni tra il nascente
stato unitario e la Chiesa. Il trauma dell'occupazione militare di
Roma fece fallire tale progetto e il cattolicesimo intransigente
riprese il sopravvento.
Pio IX, che già nel 1864, in
appendice all'enciclica Quanta Cura, aveva ribadito l'opposizione
della Chiesa al liberalismo e alle nuove correnti di pensiero,
emana nel novembre del 1870 l'enciclica Respicientes, nella quale,
dichiarando ingiusta, violenta e nulla l'occupazione italiana dei
territori della Santa Sede, dnuncia la condizione di cattività del
pontefice e scomunica il re d'Italia e tutti coloro che avevano
perpetrato l'usurpazione dello Stato Pontificio.
Dal 1870 in poi, il Papa si considererà addirittura "prigioniero"
e, per "l'occupazione" italiana di Roma, impossibilitato a
esercitare il mandato spirituale. Nel settembre 1874 la sacra
penitenziarie della Chiesa cattolica emanava il decreto Non
Expedit, con il quale proibiva ai cattolici di partecipare alle
elezioni e alla vita politica. È con l'enciclica Immortale Dei
(1885) di Leone XIII che si avvia il processo di reinserimento dei
cattolici nella vita politica, ma limitatamente a singole
situazioni, ritenute dalla Chiesa opportune. Bisognerà attendere la
Rerum Novarum (1889) perché il "cattolicesimo sociale" possa
fondare la propria azione politica nella realtà italiana.
Ma già in questi anni cominciano a
manifestarsi quelle contrapposizioni che caratterizzeranno i
movimenti cattolici del Novecento In occasione del XVI Congresso di
Ferrara (1899) prevalsero gli "intransigenti" malgrado
l'insofferenza degli aderenti al "movimento democratico cristiano"
i quali, successivamente, creeranno una propria organizzazione (i
Fasci Democratici Cristiani) con l'obiettivo di fondare un vero e
proprio partito autonomo dalla Gerarchia. Tale movimento, non solo
concentrava la sua attenzione all'area popolare ma dichiarava di
voler appoggiare persino alcune battaglie dell'estrema sinistra (da
cui la futura denominazione di "cattocomunismi" per la loro
simpatia verso il primitivo "comunismo cristiano"). Per impedire
tale progetto, nel 1901 Leone XIII emanerà l'enciclica Graves de
Comuni.
LA QUESTIONE
MERIDIONALE. Tale questione va considerata in un suo
duplice ordine di cause: l'arretratezza e l'interazione tra
criminalità (mafie) e poteri "legali". I fatti di Bronte, con la
dura repressione di Bixio e l'ingresso di Garibaldi a Napoli
scortato dai capi camorra con la connivenza di Liborio Romano,
testimoniavano sia l'arretratezza socio-economica sia l'incertezza
sostanziale in merito ai concetti di legalità e illegalità.
La questione - ancora oggi uno dei principali problemi da risolvere
nel quadro della modernizzazione e dello sviluppo dell'intera
nazione -, si presentava con peculiarità allarmanti: nel 1961 il
reddito pro capite del Nord e quello del Sud segnavano uno scarto a
carico del Sud di circa il 15-20 per cento. Nella produzione
agricola il divario era del 20 per cento a favore del Nord.
Nell'industria, l'inferiorità del meridione era caratterizzata dal
modesto livello tecnologico oltre che dallo scarso sviluppo. Erano
infine quasi assenti le interazioni tra città e campagna per la
mancanza di un'adeguata rete di comunicazione e il predominio del
latifondo, che dava all'economia una funzione pressoché esclusiva
di autoconsumo. Il mercato delle città era decisamente orientato
verso l'estero. Senza parlare del livello di analfabetismo, con
punte del 90 per cento, e dell'infimo grado di scolarità.
Tale situazione di arretratezza è
stata studiata da due diverse scuole di pensiero. La prima, che
affonda le sue radici nelle critiche formulate dai repubblicani,
democratici e giacobini del Partito d'Azione, definisce il
Risorgimento come una "conquista regia", con la conseguenza di un
Sud trattato come "colonia" (leva obbligatoria, aumento delle
imposte, repressione feroce di ogni tipo di insorgenza, mancata
distribuzione delle terre ai contadini). Gramsci approfondirà
questa tesi inquadrandola nell'ambito materialistico dei rapporti
sociali, segnalando «il mancato coinvolgimento delle masse
contadine nel processo risorgimentale», e accusando il Partito
d'Azione di «non aver saputo realizzare la saldatura fra borghesia
progressista e contadini».
La seconda, fondata sulla revisione dello storico Rosario Romeo,
non concorda con l'ipotesi secondo la quale la rivoluzione agraria
avrebbe potuto favorire lo sviluppo del Sud. Infatti, la
parcellizzazione della produzione avrebbe ritardato l'ampliamento
del mercato del lavoro salariato e dei prodotti dell'industria. Si
riteneva che un Paese deciso a imboccare la via
dell'industrializzazione avrebbe anzitutto dovuto promuovere un
processo di accumulo dei capitali indispensabili alla realizzazione
delle strutture e delle infrastrutture. Purtroppo, anziché
affrontare tali arretratezze sociali, il nuovo Stato fu obbligato a
fronteggiare quella rivolta armata definita
brigantaggio. |