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In Palestina
Altro appuntamento col Medio Oriente per i
Carabinieri fu, nel 1917, la Palestina. Nel quadro
delle operazioni militari condotte contro la Turchia dalle Potenze
dell'"Intesa", una Compagnia di militari dell'Arma venne
inviata in quell'angolo del Mediterraneo per operare in seno al
Corpo di Spedizione inglese. Il contingente era composto da
3 ufficiali, 20 sottufficiali e 80 militari di truppa, che
s'imbarcarono a Napoli il 6 maggio 1917. L'impegnativo servizio
affidato ai Carabinieri in quello scacchiere particolarmente caldo
indusse il Comando Generale dell'Arma l'anno successivo a
rafforzarne l'organico con un drappello di 30 uomini a cavallo,
composto da 4 sottufficiali e 26 carabinieri, partiti da Napoli il
13 maggio 1918, ai quali si aggiunsero più tardi altri 14 militari
a cavallo, desunti dalla Divisione Carabinieri di
Tripoli.
In quel primo anno alla Compagnia vennero affidati importanti
incarichi, come la vigilanza lungo la linea Junction-El Tinech, il
servizio di guardia al parco d'artiglieria inglese e al deposito
dell'acqua; più tardi si aggiunse la vigilanza sulla colonia
tedesca di Sarona. Dopo il rientro in patria del reparto a cavallo,
avvenuto nell'ottobre 1919, in Palestina rimase soltanto il nucleo
di carabinieri a piedi, che assunse la denominazione di
"Distaccamento Italiano Carabinieri di Gerusalemme", alle
dirette dipendenze del Consolato italiano.
L'impiego più rilevante assolto dal Distaccamento fu la guardia
d'onore al Santo Sepolcro. I Carabinieri lasciarono
definitivamente la Palestina, per far ritorno in patria, il 10
marzo 1921. L'uniforme dei militari dell'Arma durante tale
missione, quasi certamente per adeguarsi alle altre truppe del
Corpo di Spedizione inglese, era del tutto nuova rispetto a quelle
previste dalla regolamentazione coeva.
Constava infatti di: giubba a cinque bottoni scoperti di metallo
bianco, con due taschini e due tasche a toppa con pattine chiuse
sempre da bottoni metallici, di taglio uguale a quello
dell'uniforme grigio-verde usata sui fronti europei; ma, ecco la
novità, in panno kaki con alamari su fondo rosso (colore ormai
indicativo dei reparti coloniali); ugualmente i pantaloni erano in
panno kaki da portare infilati nei gambali marroni; bandoliera
marrone con cartucciere; revolver con correggiolo e moschetto 91;
infine, altro particolare addirittura insolito, ma spiegabile
diciamo così in ambiente britannico, cappello alla boera (come
quello tipico dei boy scouts per intenderci)
con cappietto, coccarda e fiamma metallica per i carabinieri, solo
con fiamma ricamata in argento o in oro screziato per i
sottufficiali, in oro per gli ufficiali.
Bene: l'uniforme, che troverà conferma nella regolamentazione
seguente, ebbe successo e venne senz'altro estesa ai militari
italiani in servizio nelle colonie tra il 1921 ed il 1923. Difatti,
nella circolare N. 127 G.M. dell'8 marzo 1923 ("Uniforme per i
militari coloniali in Italia") è detto chiaramente che
"l'uniforme di prescrizione ...è quella color kaki (di panno o
di tela) della stessa foggia prescritta per l'uniforme
dell'esercito metropolitano, berretto kaki, calzatura di cuoio
color naturale, fasce gambiere kaki"; in nota è riportato un
nuovo dettaglio destinato a contraddistinguere le truppe coloniali:
controspalline di panno nero (i Carabinieri le avranno rosse).
Ancora, la circolare n.612 del 3 settembre 1926 riporta il R.D.
1608: "Nuovo ordinamento militare pei Regi corpi di truppe
coloniali della Tripolitania e della Cirenaica", che specifica
gli oggetti di prima vestizione per i militari indigeni libici e
prescrive tra l'altro per gli zaptié: la takia (copricapo tipico a
forma di calotta, con fiocco turchino, coccarda e fiamma
dell'Arma); due camicie; gambali e speroni; una tenuta speciale di
panno kaki; burnous (particolare mantello con cappuccio proprio dei
reparti sahariani, quello degli zaptié era di colore rosso con
guarnizioni in gallone d'argento) e "farmla" (una specie di
bolero di panno rosso guarnito in cordoncino bianco con tre alamari
d'argento per parte sul petto).
La circolare del 17 novembre 1927, n.739 G.M.: "Modificazione
alla divisa degli ufficiali" in servizio in colonia, segna
un'importantissima tappa sull'argomento Africa, in quanto, tra le
innovazioni, ce ne fu una veramente "rivoluzionaria":
l'apertura dei colletti delle giubbe, sino ad allora interamente
chiusi. Per i Carabinieri Reali il documento stabiliva, come al
solito, tre specie di uniformi: grande, piccola ed ordinaria. La
grande uniforme poteva essere invernale, estiva e di società,
quella invernale consisteva : nel casco coloniale kaki con treccia
e pennacchio a salice in servizio armato, diversamente si portava
il berretto di panno castorino kaki; nella giubba di panno
diagonale (lana tramata a righe molto sottili appunto in senso
obliquo) kaki con collo aperto come per tutte le tenute, guarnito
di alamari d'argento da truppa su fondo rosso, di taglio simile a
quella grigio-verde, chiusa da quattro bottoni di metallo bianco,
con quattro tasche a toppa cannellate al centro, munite di pattine
sagomate a punta, completata con spalline e cordelline d'argento,
sciarpa azzurra e decorazioni; camicia bianca e cravatta nera;
pantaloni da cavallo sempre in diagonale kaki, fuori servizio erano
facoltativi i pantaloni lunghi; gambali e stivaletti allacciati o
stivali in cuoio naturale col pantalone corto, stivaletto o scarpa
marrone scuro altrimenti; guanti bianchi di pelle; sciabola con
accessori adeguati.
La grande uniforme estiva comprendeva: casco bianco completo di
ornamenti in servizio armato, altrimenti era facoltativo il
berretto bianco; giubba di tela bianca con le speciali
controspalline rigide in gallone d'argento bordato pure d'argento e
seta blu e gli altri ornamenti specifici; camicia e cravatta come
sopra; pantaloni da cavallo di tela bianca, fuori servizio erano
facoltativi lunghi; gambali o stivali marrone scuro sui pantaloni
corti, scarpe bianche su quelli lunghi; sciabola come sopra e
guanti bianchi di pelle od in filo.
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