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Arrivederci
Turchino
L'immagine a fianco risale ai primi del Novecento,
epoca a cui si riferiva il capitolo conclusivo del secondo volume
di quest'opera. È l'immagine serena di un maresciallo dei
Carabinieri a cavallo in piccola uniforme con sciabola modello
1871. Potrebbe essere il ritratto di un'Italia altrettanto serena:
l'espressione compiaciuta del militare per il grado raggiunto, la
composta e sobria eleganza della sua consorte potrebbero essere lo
specchio di una situazione sociale ampiamente diffusa nel
Paese.
A rafforzare questa sensazione è la figura qui sotto di un
ufficiale dell'Arma nella sua elegante e al tempo stesso severa
uniforme di servizio, anch'essa di quel periodo. Il maresciallo fa
pensare alla famiglia, ai tanti genitori che in quel tradizionale
quadretto amavano vedere personificati i valori più elementari, ma
fondamentali, della società; l'ufficiale evoca il paterno profilo
del tutore dell'ordine costituito, cui compete responsabilmente di
garantire ordine e tranquillità. Potrebbero essere, abbiamo detto,
il ritratto di un'Italia serena. Ma così non era. Di sereno, in
verità , c'era soltanto l'Arma dei Carabinieri, la cui uniforme,
presente in ogni angolo della penisola, costituiva un rassicurante
elemento di coesione, il simbolo concreto di un'unità che in realtà
non c'era.
L'Italia usciva da un periodo difficile: la sconfitta di
Adua del 1896, le grandi proteste popolari del Nord,
l'uccisione del re Umberto I nel 1900, l'instabilità
governativa, la recrudescenza del banditismo nelle province
centro-meridionali, il preoccupante fenomeno dell'emigrazione
all'estero, il cui crescente sviluppo stava ad indicare la
grave carenza di lavoro, queste ed altre erano le concause di una
tensione interna, cui si univa minaccioso il fantasma di un
conflitto militare che si avvertiva imminente.
L'uniforme del maresciallo Francesco Nieddu (è questo il nome del
militare ritratto) è certamente la più conosciuta fra quante ne
hanno indossate i Carabinieri dal 1814 ad oggi. È quella che ha
contribuito a creare uno stereotipo. Non vi è casa italiana in cui
non sia presente una vecchia foto di un parente o di un amico
ritratto con quella divisa, simbolo di affidabilità e scudo
protettivo di una nazione giovane e ancora fragile. Scudo destinato
a cambiare ben presto colore e significato.
Il colore sarà quello grigio-verde, già adottato con variazioni di
tonalità da altri eserciti stranieri e destinato ad un uso
mimetico, come si dirà più avanti. ll significato era strettamente
legato alla funzione, quella di favorire il "mascheramento"
del militare perché si confondesse con l'ambiente in cui era tenuto
ad operare. Non dunque le città, i villaggi o il sereno paesaggio
della nostra campagna, ma la boscaglia, la roccia delle montagne,
l'indefinibile e sempre diverso ambiente delle zone impervie. E
quale motivo giustificava il ricorso al mimetismo? La guerra,
soltanto la guerra. E non saranno solo le montagne, idealmente
elette a teatro di combattimenti, a determinare il colore delle
nuove uniformi militari italiane, ma saranno anche le desertiche
lande africane a suggerire un altro colore, il kaki, simile alla
sabbia, dal cui nome persiano (khak) deriva il termine.
Ecco, dunque, che lentamente si appresta a scomparire dalla scena
italiana l'uniforme tradizionalmente turchina dei Carabinieri, per
essere soppiantata da quella grigio-verde o kaki. Ma non scomparirà
del tutto. Ne resterà traccia nelle stazioni e nei comandi
metropolitani (altro termine che si fa largo nella terminologia
militare, dovuto alla necessità di distinguere i reparti in
attività sul suolo patrio da quelli impegnati in terra africana).
Poi tornerà prepotentemente, a conflitto mondiale concluso, per
riassumere quella funzione quasi istituzionale di simbolo di
serenità. Ma per poco.
Ricapitolando sinteticamente quanto è già stato oggetto di
trattazione nel secondo volume di quest'opera, alla vigilia del
"grigio-verde" erano previsti tre tipi di uniformi: per gli
ufficiali, grande, ordinaria e piccola; per sottufficiali e
carabinieri, grande, ordinaria e di fatica. Queste tenute,
peraltro, furono mantenute anche durante il Primo Conflitto
Mondiale dai reparti in servizio territoriale nelle regioni non
dichiarate zone di guerra.
La grande uniforme era quella di sempre: abito turchino scuro a
code, chiuso con due file parallele di nove bottoni bombati di
metallo bianco, risvolti e profilature scarlatti, guarnito di doppi
alamari al colletto ed ai paramani; cappello a "feluca"(termine
improprio) per gli ufficiali, a "lucerna" (dal gergo popolare) per
tutti gli altri, con pennacchio rosso-blu a "salice piangente"per i
primi, dritto per i restanti militari; spalline d'argento con
frange d'argento, bianche o miste a seconda del grado; cordelline
d'argento, bianche o miste bianco-turchino; sciarpa azzurra per gli
ufficiali; pantaloni lunghi turchini con doppie bande scarlatte e
sottopiedi per gli ufficiali ed i militari a cavallo, con una sola
banda per sottufficiali e carabinieri a piedi.
Gli ufficiali, in particolari servizi montati, indossavano
pantaloni corti da cavalleria, sempre con doppie bande, infilati
dentro agli stivali neri. I guanti erano bianchi e la sciabola
aveva gli accessori specifici per la grande uniforme. L'uniforme
ordinaria prevedeva per gli ufficiali: giubba turchina modello 1900
a doppio petto, chiusa da due file di nove bottoni disposti a forma
di corazza (ossia la distanza tra esse andava diminuendo
progressivamente dal petto alla vita), pantaloni lunghi, ovviamente
con doppie bande scarlatte e sottopiedi, stivalini neri, berretto,
guanti bianchi, sciabola con accessori in cuoio nero.
Sottufficiali e carabinieri indossavano: l'abito turchino a code di
piccola uniforme, con risvolti dello stesso colore, privo di
profilature rosse e guarnito di un solo alamaro al colletto,
cappello, pantaloni pure turchini lunghi con due od una banda
(pistagne per gli allievi), a seconda se i militari erano a cavallo
o a piedi; i primi avevano in dotazione anche pantaloni corti bigi
con doppie bande (o pistagne) turchine e gambali per i servizi
fuori residenza; per tutti poi guanti bianchi, sciabola da
cavalleria o daga da fanteria oppure moschetto modello 91 e pistola
a rotazione modello 89, secondo il tipo di impiego.
Durante i servizi notturni e fuori residenza per perlustrazioni od
in bicicletta, al posto dell'abito veniva portato il giubbone
turchino ad un petto, con il colletto dritto guarnito di alamari,
chiuso da nove bottoni bianchi (i marescialli avevano la bottoniera
coperta), berretto, bandoliera nera. I pantaloni erano infilati
dentro i gambali o negli stivaletti neri
allacciati. |
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