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Le pistole del grigio-verde:
Pistola Beretta Brevetto 1915
La Prima Guerra Mondiale, per la sua vastità e per
l'imponente impiego di uomini su più fronti, impose anche una
elevatissima produzione di armi, sia che venissero rapidamente
logorate nella fornace di quell'inferno, sia che servissero ad
equipaggiare il fiume ininterrotto dei nuovi effettivi che andavano
ad alimentare i reparti. Questa realtà costrinse anche lo Stato
Maggiore italiano a cercare soluzioni adeguate per rendere quanto
più possibile le armi in dotazione semplici nella costruzione e
facili nel maneggio: ciò fu soprattutto evidente per le armi
corte.
Dopo vari esperimenti si decise di rivolgersi alla Pietro Beretta
di Gardone Val Trompia (BS), antica ditta armiera affermata sia
pure per armi da caccia ma in grado comunque di realizzare i suoi
modelli interamente in proprio, senza affidarne ad altri alcuna
componente. La fabbrica gardonese dette incarico al progettista
capo officina Tullio Marengoni di applicarsi al progetto di una
nuova pistola che rispondesse alle specifiche del Regio
Esercito. Il prototipo, di meccanica ridotta all'essenziale e
di conseguente facile costruzione, vide la luce nel 1915 e fu
brevettato il 29 giugno di quell'anno, da qui il nome completo di
Pistola Automatica Beretta brevetto 1915.
Si trattava in sostanza di un'arma semiautomatica (l'automatismo
vero e proprio distingue solo i mitra, siano essi fucili, pistole o
mitragliatrici), con canna in acciaio solcata da sei righe
destrorse, in calibro 9 mm. Glisenti , recante anteriormente un
anello su cui sporgeva il mirino e posteriormente un piolo
verticale incavato che la fissava al castello. A protezione della
canna stessa vi era un carrello otturatore con un'apertura munita
di unghia per l'espulsione dei bossoli ed un'altra più grande per
lo smontaggio della canna; sotto al carrello, un manicotto
consentiva il passaggio dell'asta guidamolla di recupero ed
all'interno era situato il percussore, la cui testa sporgeva in una
cavità che consentiva il movimento del cane.
La tacca di mira era posta sopra l'estremità posteriore del
carrello, il quale scorreva sulle apposite guide del castello
tramite due fresature; solchi verticali posti sul retro delle due
facce consentivano una migliore presa per arretrare il carrello
stesso ed armare manualmente la pistola. La levetta della sicura si
trovava sul lato sinistro ed il relativo perno azionato dall'asta
guidamolla bloccava e sbloccava contestualmente il grilletto e
serviva da ritegno per la canna, mentre la levetta era in grado di
bloccare il carrello otturatore in apertura per permettere lo
smontaggio dell'arma. Un'altra sicura stava posteriormente sul
carrello e serviva per bloccare il cane in posizione di armamento.
Il meccanismo di scatto constava di un cane interno che ruotava su
un perno fissato al castello, spinto da una molla a spirale intorno
ad un'asta terminante con un premimolla a forcella che, a sua
volta, premeva su di un traversino che poggiava sul cane.
Il grilletto era collegato ad una leva che andava a spostare una
piastrina sulla sinistra dell'impugnatura, la quale superiormente
incastrava una sporgenza della leva di scatto. La chiusura, del
tipo cosiddetto a massa, era assicurata dall'inerzia del castello
otturatore, dalla molla di recupero e dalla molla del cane. Il
caricatore, capace di otto cartucce, si inseriva dal basso
nell'impugnatura ed era trattenuto da un apposito ritegno. Il primo
sparo avveniva così: spostando manualmente indietro il carrello e
rilasciandolo sfilava, come per la mod. 1910, la prima cartuccia
dal caricatore e la introduceva in canna; la pressione sul
grilletto provocava lo svincolo del cane che, urtando sul
percussore, lo mandava a colpire il fondello del bossolo provocando
l'esplosione; i gas determinavano di nuovo l'arretramento del
carrello secondo una procedura già descritta nel complesso generale
per il precedente mod. 1910, sinché, terminate le cartucce, l'arma
restava in apertura. |
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