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A cavallo di due
secoli
Dopo le innovazioni rese necessarie dall'iniziativa
coloniale dell'Italia in terra d'Africa, poche furono le
modifiche apportate alle uniformi dei Carabinieri negli ultimi anni
del secolo XIX. Se si fa eccezione per il moschetto mod. 91, anche
in fatto di armi non vi furono altre novità. Eppure qualcosa di
veramente rilevante avvenne. Prima, però, occorre delineare il
clima che caratterizzò gli anni fra il 1894 e l'inizio del '900.
L'instabilità politica interna è contrassegnata dai vari governi
che si alternano: Cairoli, Giolitti, Depretis, Nitti, Crispi,
Zanardelli, di Rudinì sono i personaggi che nel giro di pochi
anni si succedono alla guida del Paese.
Depretis nell'arco di soli 9 anni è presidente del Consiglio
per ben sette volte. È il segno che il giovane stato unitario
comincia a sentire il peso della sua rapida crescita; molti
problemi non erano nè previsti, nè prevedibili, come l'anarchismo,
le istanze sociali su base organizzata, la minaccia all'ordine
costituito in forma di protesta di piazza, la recrudescenza del
banditismo in Sicilia e in Sardegna, le conseguenze, infine,
dell'impegno profuso dall'Italia nell'esperienza coloniale.
In una così complessa situazione il ruolo dei Carabinieri si
confermò di estrema e decisiva importanza. Furono essi ad
affrontare direttamente e per primi le delicatissime vicende del
1899 in Lombardia come in Sicilia, in
Lunigiana come nella Maremma, senza demordere dalla
quotidiana, tenace lotta alla criminalità più o meno organizzata in
bande; un esempio per tutti: la cattura del brigante
Musolino.
Per non parlare, infine, degli interventi in soccorso delle
popolazioni nei non rari fenomeni di calamità naturali e il tutto,
spesso, a costo della vita. Viene da chiedersi perché mai tutto ciò
possa avere qualche riferimento in un'opera sulle uniformi
dell'Arma. Eppure il riferimento esiste. In un clima di
preoccupazioni economiche, con una politica governativa tendente a
contrarre le spese, vi fu qualcuno che insistentemente credette di
trovare la panacea ai mali italiani nientemeno che abolendo la
Grande Uniforme dei Carabinieri. Era il 1894. Le interpellanze
parlamentari in tal senso furono numerose, talune motivate dal
fatto che l'uniforme dei Carabinieri era anacronistica, che non
lasciava liberi i movimenti e che per di più, nella stagione
fredda, favoriva i malanni all'apparato digestivo in quanto la
parte anteriore dell'abito lasciava scoperto lo stomaco.
Venne anche chiesta da alcuni settori del Parlamento la
drastica riduzione del numero delle Stazioni dell'Arma: su
di un totale di 3.236, almeno 550 dovevano essere abolite. Insomma
una vera campagna contro l'Istituzione, a favore della quale
insorsero le popolazioni che non volevano essere private delle
"loro" Stazioni dei Carabinieri, riferimento sicuro di
ordine e garanzia contro ogni forma di malvivenza. Insorse la
maggioranza del Parlamento stesso; intervennero scrittori come
Figurelli, esperto di cose militari, il quale pubblicò addirittura
un volume sull'argomento, un vero j'accuse contro il
tentativo di ridimensionare la "scomoda" Arma dei
Carabinieri Reali.
La grande uniforme, quell'emblema inconfondibile dello Stato,
rimase intatta, non venne sacrificato alcuno dei suoi elementi
caratteristici, e con essa, inalterata, i Carabinieri si accinsero
ad entrare nel nuovo secolo. È il caso, a questo punto, di dare uno
sguardo d'insieme alla struttura ordinativa dell'Arma, per capire
anche attraverso i numeri il "grande impegno economico" che
le uniformi comportavano. Un impegno che non intaccava il bilancio
dello Stato. I sostenitori dell'abolizione della Grande Uniforme
facevano leva anche sull'argomento dell'economia, ignorando che il
"corredo" di un ufficiale e il "bottino" di un
carabiniere gravavano esclusivamente sullo stipendio non certo
lauto dei militari.
Così anche il costo del cavallo e il suo mantenimento. È opportuno
quindi illustrare il concetto di "massa", che secondo la
terminologia propria dell'amministrazione militare stava ad
indicare quella "somma di danaro messa insieme o per sovvenzioni
di governo, o per rilascio degli individui sul loro soldo, o per
ritenzione prescritta ai pagatori o per proventi di servizi
straordinari, che, amministrata da un consiglio di ufficiali per
ciascun corpo, deve provvedere a quelle minutaglie cui non
sopperisce altro assegno". Della "massa" per i Reali
Carabinieri si faceva già cenno nelle Determinazioni sovrane
del 9 agosto 1814, una ventina di giorni dopo le Patenti istitutive
del Corpo, nelle quali si stabiliva che doveva essere a carico
della massa mantenere e conservare in buono stato l'armamento e le
buffetterie distribuite ai Carabinieri.
Disposizioni più precise vennero emanate con il Regolamento di
amministrazione del 27 novembre 1819, che chiariva quali fossero le
"minutaglie" di cui sopra. Un cenno adesso alle
"paghe", per intendere meglio il concetto di massa e quanto
questo istituto fosse necessario per l'amministrazione oculata
delle paghe stesse. In uno studio fatto dal citato Figurelli
apprendiamo le seguenti cifre, relative agli anni 1894-95: lo
stipendio base annuo di un colonnello era di 6.283 lire e 96
centesimi; quello di un sottotenente di 1.655,05; ad un maresciallo
maggiore a piedi andavano L.1.350, mentre all'allievo carabiniere
L.632,80.
Per avere dei termini di paragone, basterà indicare che un giornale
quotidiano costava 50 centesimi e l'affrancatura di una lettera
ordinaria 20. Ai sottufficiali e carabinieri - non va dimenticato -
veniva effettuata mediamente una ritenuta giornaliera di 1 lira
comprensiva della quota a favore della "massa" generale.
Altre cifre riguardano la consistenza dell'Arma. Rispetto ad una
popolazione censita in poco più di 30 milioni di abitanti, i
Carabinieri erano 25.271, di cui 619 ufficiali, cioè un carabiniere
per ogni 1.189 italiani.
Oggi il rapporto è di 1 a 520. Pur capillarmente presenti in ogni
angolo della Penisola, essi dovevano assolvere a compiti d'Istituto
fra i più impegnativi con personale numericamente appena
sufficiente, considerando il gravosissimo orario d'impiego del
tempo (oltre una sessantina di ore settimanali e senza riposo):
perlustrazioni quotidiane, battute prolungate contro il banditismo
dilagante nelle isole (è di quel periodo il "conflitto di
Morgogliai" in Sardegna e l'azione di un altro
personaggio emergente, Lorenzo Gasco, emulo di Chiaffredo
Bergia); appartengono a quei giorni l'eliminazione del
famigerato brigante maremmano Domenico Tiburzi e dei
conterranei Menichetti e Ranucci.
Ma non solo in patria i Carabinieri, con la loro
"anacronistica" uniforme, imponevano il rispetto delle leggi
e garantivano alle popolazioni il diritto ad una laboriosa e sana
convivenza. Scoppiata la lotta civile nell'isola di Candia,
una commissione internazionale attribuiva loro il delicato e
impegnativo compito di riportarvi l'ordine e di organizzare la
locale Gendarmeria sullo schema del proprio ordinamento. Più tardi
sarà la volta della Macedonia e, agli inizi del nuovo
secolo, l'Arma sarà presente in Cina per proteggere la
comunità italiana e quella internazionale dalla sommossa xenofoba
della feroce setta dei boxers.
Le immagini che fortunatamente di quegli anni e di quelle missioni
ci sono pervenute documentano l'adeguarsi dell'equipaggiamento dei
Carabinieri alle Istruzioni, non poche, che puntualmente venivano
pubblicate sul Giornale Militare Ufficiale. Non da meno Achille
Beltrame, l'inimitabile illustratore de "La Domenica del
Corriere", ci ha lasciato un'ampia rappresentazione delle
uniformi dell'Arma. A parte l'eleganza del tratto, egli aveva il
culto dell'informazione precisa, esatta sotto qualunque aspetto.
Dei Carabinieri Beltrame sapeva tutto, non quanto Quinto
Cenni seppure con talune inesattezze, ma nulla gli sfuggiva
delle innovazioni uniformologiche. Era il suo uno stile di fare
giornalismo in modo responsabile, documentato. Alcune sue tavole
hanno a giusto merito il diritto di far parte della storia
iconografica dell'Istituzione.
Naturalmente aveva un proprio canale privilegiato per le notizie: a
Milano, ove egli lavorava, aveva stabilito dei rapporti amichevoli
con il capitano Romeo Stoppani, comandante della Compagnia
interna della città agli inizi del secolo appena concluso
(dell'ufficiale si vedano alcune fotografie nell'Album che chiude
il volume). Era un'amicizia in parte interessata ma altrettanto
interessata era quella dell'ufficiale, al quale non andava a genio
che i Carabinieri venissero rappresentati con inesattezze
uniformologiche, come spesso avveniva su altri settimanali
illustrati. Cosicchè non v'era variazione pubblicata sul Giornale
Militare Ufficiale che il capitano Stoppani non segnalasse al
disegnatore, il quale, fra l'altro, non perdeva mai l'occasione di
inserire in una sua tavola l'immagine di un carabiniere, sia pure
in secondo piano. Superato il giro di boa del XX secolo, già nel
1900 cominciarono ad essere nuovamente emanate corpose disposizioni
sulle uniformi, come quella relativa agli Ufficiali del 28 marzo,
che viene riprodotta integralmente nelle pagine che seguono.
Un necessario e tempestivo "cambio della cifra reale negli
oggetti di divisa militare" fu determinato dall'uccisione del
re Umberto. Con la dispensa n. 32 del 1° settembre 1900,
listata a lutto, sul Giornale Militare Ufficiale vennero impartite
le disposizioni al riguardo e pubblicati i disegni relativi,
riprodotti nella pagina seguente. La stessa dispensa, con l'atto
successivo, comunicava che "Per ordine di S.M. il Re è adottato
un nuovo fregio da berretto per il personale (ufficiali e truppa)
dello squadrone carabinieri guardie del Re, consistente in
un'aquila sormontata dalla Corona reale e avente nel petto la cifra
reale. (...)
La stessa cifra reale, ridotta nelle volute dimensioni, deve
essere apposta in tutti gli altri oggetti di divisa del personale
suddetto, in sostituzione di quella del compianto Re Umberto
I". Identico fregio andò a sostituire sull'elmo la croce di
Savoia del periodo umbertino, mentre sulla corazza venne
semplicemente sostituita la cifra al centro del pettorale.
Sull'elmo, nello stesso anno, venne ripristinata la stella con la
croce sabauda al centro, lasciando inalterate le iniziali VE alla
base del cimiero.
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