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L'uniforme come questione di
galateo
"All'esattezza nell'uniforme, alla regolarità nel
vestirla devesi aggiungere anche la sua nettezza, e ciò non
soltanto quanto basta per non incorrere in qualche punizione, ma
quanto occorre per renderla più bella allo sguardo altrui, che si
compiace ognora delle immagini della bellezza". Con questo
preambolo inizia il Capo VI del "Galateo del Carabiniere",
scritto nel 1879 dal maggiore G. C. Grossardi e diretto all'allievo
carabiniere. Dopo aver spiegato che "la proprietà dell'abito,
come quella della persona, contribuisce grandemente al mantenimento
della salute" (l'ufficiale voleva certamente riferirsi anche
alla salute morale del militare, in quanto spesso si sente dare ad
alcuno l'epiteto di brutto soldato; or bene quell'aggettivo che
ritraeva l'idea della condizione esteriore dell'individuo si
riferiva pure alle sue qualità morali), l'autore mette in guardia
contro l'eccessiva cura nel "mantenere puliti gli abiti, lucidi
e forbiti i metalli e i cuoiami... e contro la tendenza a
sostituire alcuni oggetti, forse più eleganti di quelli
prescritti", ritenendo con ciò di abbellire il vestire. E
infine sentenzia: "prima qualità di un bel vestire si é la
convenienza, e pel carabiniere questa è la stretta osservanza
dell'abito prescritto". Nel 1883 era Comandante Generale
dell'Arma il tenente generale Leonardo Roissard de
Bellet, il quale certamente aveva letto il Galateo del
Grossardi. Infatti in data 18 marzo di quell'anno rivolgeva ai
Comandanti di Legione la Circolare n. 3511, avente per oggetto
"Sulla frequente distribuzione di oggetti non adatti alla
corporatura del militare che deve portarli". Il documento viene
proposto a fianco: si tratta di un significativo attestato
dell'impegno posto dai massimi vertici dell'Arma affinchè la
proprietà formale del carabiniere non si prestasse a valutazioni
negative. Un impegno mai venuto meno.
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