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Il romantico elegante
"Spencer"
Forse nessun capo d'abbigliamento militare ha mai avuto un
fascino tanto immediato e durevole quanto lo "spencer",
quella specie di giubbotto guarnito e foderato di pelliccia
d'astrakan, gradito tanto ai rudi ma raffinati ufficiali di
cavalleria "fin de siècle", quanto
alle signore della "buona società" che, con assidua
ricorrenza, specie nei paesi freddi, ne hanno decretato il successo
quale indumento alla moda.
Difatti esso amalgama in sé diversi, forse anche contrastanti,
canoni estetici: è pratico e confortevole, imbottito e pur
attillato, non appesantisce la persona, anzi, la snellisce, se
indossato alla ussara (appoggiato su una spalla) ha un qualcosa di
spavaldamente elegante, sportivo e di gran classe al tempo stesso,
ha stile inconfondibile ma, soprattutto, non ha età e sembra godere
di eterna giovinezza. Ci si può immaginare il "tenentino"
degli acquerelli "belle époque", a spasso con la damina tra
il verde del Pincio o del Valentino, così come l'austero
colonnello, dalla figura imponente e autoritaria, in arcioni sul
suo "morello" scalpitante.
Lo "spencer" deriva il nome da Sir George John, 2°
conte Spencer (Winbledon 1758 - Althorp 1834), illustre
bibliofilo inglese, la cui collezione di incunaboli costituisce
tuttora il nucleo della John Rylands Library di Manchester, il
quale evidentemente faceva largo uso di quel capo. La sua origine
però ci porta verso le pianure dell'Europa centrale e precisamente
in Ungheria, nella seconda metà del XVII secolo. Infatti
proprio in quell'epoca comparvero nelle file dell'esercito
imperiale asburgico gli "Houzards" (Ussari), truppe di
cavalleria leggera inizialmente impiegate contro i turchi e
specializzate in azioni di perlustrazione e ricognizione.
Questi abilissimi cavalieri, provenienti dalla "puszta"
magiara, erano vestiti con il loro costume tradizionale: un
attillato farsetto guarnito di brandeburghi e alamari, con un
mantello cortissimo indossato trasversalmente "alla
moschettiera" ed appoggiato, nelle giornate di maltempo,
sull'una o sull'altra spalla a seconda del lato donde veniva la
pioggia. Dopo il 1690, i reggimenti di Ussari furono istituiti
presso altri eserciti europei, in particolare quello francese, di
cui la loro uniforme, pur conservando gli elementi originari,
assunse il gusto e la moda.
Così il farsetto divenne lo smagliante "dolman" ed alla
mantellina venne sostituita la "pellisse" (pelliccia), che
poi altro non era se non lo "spencer", ornata di
brandeburghi ad intreccio d'oro, d'argento od in cordone di seta,
con risvolti, bordure e fodere di montone nero, bianco o di morbida
volpe per gli ufficiali, sempre negligentemente gettata su di una
spalla, alla maniera tipica dell'ussaro baffuto e rutilante che
siamo abituati a vedere raffigurato nell'iconografia dell'esaltante
epopea napoleonica.
La Cavalleria dell'Armata Sarda, così dal settecentesco
"ancient régime" come dalla
Restaurazione, non ha mai avuto in linea reparti di Ussari,
quindi lo "spencer" le era estraneo. Esso fu adottato in
epoca risorgimentale, con Dispaccio ministeriale del 27 settembre
1848, per gli ufficiali di Cavalleria ed esteso, tra il gennaio ed
il novembre 1849, a quelli di Artiglieria Treno di Provianda
(Trasporti e Vettovagliamento), ai Generali e agli ufficiali di
Stato Maggiore Generale.
Come si è accennato, lo "spencer" era una specie di
giubbotto confezionato, per l'esercito piemontese, con panno
turchino scuro, foderato di lana nera; aveva taglio ampio al fine
di potersi indossare sopra la tunica (giubba), della quale era poco
più lungo, completa di spalline.
Era di foggia a doppio petto e chiuso da una doppia fila di 5
alamari con "olive" in seta nera (bottoni tondi simili ad
olive, quasi uguali a quelli dell'attuale "montgomery");
aveva 4 tasche: due sul petto, tagliate orizzontalmente, due sulle
falde, in linea verticale. Ovviamente, orli, risvolti, colletto,
paramani e bordure delle tasche erano ricoperti di astrakan, come
pure l'apertura praticata a metà della falda, sul fianco sinistro,
per consentire l'aggancio della sciabola.
Quando veniva indossato semplicemente poggiandolo sulle spalle, si
allacciava mediante un cordone di seta nera, lungo circa mm. 1250,
che si partiva dal lato sinistro del colletto; anche le cuciture
posteriori, dall'orlo inferiore al centro del busto, sulla linea
della vita, erano ornate con uguali cordonature ad intreccio,
fermate ciascuna da un'oliva al centro. L'uso dello
"spencer" era facoltativo e limitato alla sola "piccola
montura" (bassa uniforme), fuori servizio o, durante la
stagione fredda, nei servizi in cui il mantello poteva risultare
scomodo (normalmente nei servizi interni di caserma, di corriere o
durante alcune operazioni di campagna).
Ai Carabinieri venne consentito tale soprabito con determinazione
n. 205 "Varianti alla piccola uniforme ed alla uniforme
ordinaria degli ufficiali dei Carabinieri Reali" del 26 ottobre
1873. Il tipo era sempre quello a doppio petto, del modello
stabilito dall'Istruzione del 31 agosto 1864, praticamente uguale a
quello già descritto e, naturalmente, con il colletto fregiato
dalle stellette adottate dall'Esercito Italiano nel
1871.
Tra il 1891 e il 1897 lo "spencer" sarà accordato a tutti
gli ufficiali di ogni Arma e specialità dell'Esercito, tranne
quelli dei Corpi invalidi e del Commissariato Contabile. Esso aveva
subíto qualche modifica: leggermente più lungo, orlature di
pelliccia e cordonature maggiorate, copertura delle cuciture
posteriori, già cordonate, con astrakan e tasche tutte orizzontali.
Infine, essendo l'uso di tale capo facoltativo, sarà consentito di
portarlo anche foggiato ad un solo petto anziché due (atto n.101
del 16 maggio 1895); le diversità rispetto all'altro modello
consistono, oltre al diverso taglio, in una differente dimensione
degli alamari, che in quest'ultimo sono doppi ma più corti e di
grandezza decrescente dal petto verso la vita, con allacciatura
centrale realizzata mediante "olive" fissate sull'occhiello
esterno di ciascun alamaro destro.
Sino al 1903 anche lo "spencer" ad un petto, come quello a
due, avrà il lungo cordone doppio per consentire di portarlo alla
ussara, ma, a partire da tale anno, il cordone verrà abolito per
questo modello e si deve presumere che il capo potesse indossarsi
solamente infilato, sia pure sbottonato con una punta di
"nonchalanche".
Dopo "averla fatta da padrone" per tutta l'epoca umbertina,
il nostro elegante "spencer" sopravviverà indenne anche al
primo conflitto mondiale ed ancora, pervicacemente, non sarà
scalfito neppure dal fascismo chiassone e scamiciato degli anni
'20. Solo il "perfido" (simpaticamente detto, sia chiaro)
Baistrocchi con la sua riforma, che nel 1934 decreterà la fine dei
colletti rigidi del grigioverde del Piave e delle uniformi nere da
campagna alamarate, riuscirà "finalmente" ad averne
ragione.
E così, dopo circa 86 anni di onorato servizio, finirà in naftalina
l'ultimo rappresentante di un tempo ormai entrato nelle favole
della nonna. D'altra parte l'Esercito è fatto anche di tradizioni,
non è una novità, ed esse sono bene o male legate ad elementi
esteriori, oggetti tangibili. Se è giusto e logico, quindi,
evolvere tecniche e costumi nuovi, è ugualmente comprensibile
provare ammirazione per i simboli di quei "tempi eroici", in
cui appunto si sono formate le tradizioni
stesse. |
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