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Le Armi per la difesa dell'unità
d'Italia: Moschetto da Carabinieri mod. 1869
A nalogamente a quanto era avvenuto ed
avveniva per le altre Potenze europee, anche il giovane Governo
italiano decise di "mandare in pensione" le ormai
superate armi ad avancarica, che al massimo potevano sparare due
colpi al minuto, per sostituirle con qualcuno dei nuovi modelli a
retrocarica, in grado di sparare sino ad otto colpi al minuto
(valga per tutti l'esempio dello Chassepot francese, che a Mentana
nel 1867 contro i garibaldini aveva "fatto
miracoli"). Per cui nell'agosto del 1866 venne nominata
un'apposita Commissione per studiare appunto la realizzazione di un
moschetto a retrocarica o, in alternativa, per trasformare le armi
ad avancarica già in dotazione. Questa soluzione fu subito
preferita dalla Commissione, attanagliata dal solito
imperativo di contenere il più possibile la spesa, con l'idea di
rinviare a momenti più floridi l'adozione di un'arma del tutto
nuova. Tra i diversi progetti esaminati fu prescelto quello
proposto da Salvatore Carcano. L'intervento, da eseguire sul
vecchio modello 1860, consisteva nell'aprire posteriormente la
canna dalla parte della camera di scoppio, quindi, contro
l'apertura andava ad aderire la parte anteriore di un otturatore
scorrevole su di una cosiddetta culatta. L'otturatore era munito
esternamente di un manubrio che ne consentiva il trascinamento in
avanti ed indietro; all'interno recava un meccanismo di
percussione, con una molla ed uno stelo (ago) che andava a colpire
la cartuccia provocandone l'esplosione.
Quest'ultima riuniva in un solo involucro di carta
impermeabilizzata: palla, polvere da sparo (nera) e capsula
d'innesco. Per sparare era necessario: armare manualmente lo stelo
tirandolo indietro a comprimere la molla; tirare indietro il
manubrio dell'otturatore per aprire la camera di scoppio nella
quale si inseriva la cartuccia; riportare in avanti il manubrio
dell'otturatore per chiudere la camera di scoppio; mirare e premere
il grilletto che, svincolando la molla, lanciava lo stelo contro la
cartuccia perforandola ed andando a colpire la capsula detonante.
Le scorie della cartuccia dovevano poi essere rimosse con un
estrattore appuntito assicurato alla giberna con un correggiuolo di
cuoio. Il Ministero della Guerra, con una sua nota n. 141 del 30
dicembre 1869, ordinò che fossero trasformati a retrocarica "i
moschetti da carabinieri a piedi, ed i moschetti da carabinieri a
cavallo, secondo un sistema di trasformazione studiato e proposto
dalla Commissione istituita in Torino, per lo studio delle armi
portatili a retrocarica". L'assegnazione ai militari dell'Arma
di questi moschetti, nati ormai vecchi pur nell'indubbia novità,
iniziò nell'aprile del 1870; ebbero così modo di partecipare alla
presa di Roma ed a parte della campagna contro il
brigantaggio nelle regioni centro-meridionali ed in
Sardegna. |
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