Mio padre mi metteva davanti un grande foglio bianco e una copia
del Corriere della Sera. Avevo quattro o cinque anni, non lo
ricordo con sicurezza. Rammento perfettamente, invece, quanto
piacere mi dava il trascrivere sul paginone, lettera per lettera, e
imitando alla bell'e meglio i caratteri tipografici, il nome della
testata, poi gli occhielli, i titoli e i sommari. Fu così che il
genitore, una notte, svegliò mia madre e le consegnò la profezia:
"Nostro figlio finirà sui giornali!".
Seppi del vaticinio qualche tempo dopo, un po' di traverso, grazie
a un racconto della mamma a mezza bocca, tra complice e reticente.
Capii che prima o poi sarei entrato in una di quelle notizie di
cronaca che solo a leggerne il titolo vengono i brividi. Mi vidi,
insomma, col destino di finire fra due carabinieri, i ferri ai
polsi, martoriato dai rimorsi. Ne nacque, dentro di me, un
paradossale senso di colpa che agiva addirittura come se la
premonizione avesse già avuto la sua conferma. E tuttavia quel
senso quasi di allarme fu in qualche modo benefico: posso
sbagliarmi, ma credo che abbia contribuito a tenermi al largo da
molte tagliole incontrate lungo la strada, orientandomi per il
meglio.
Ciononostante, o proprio per questo, è come se fossi vissuto per
quasi mezzo secolo con l'Arma accanto, o davanti, o alle spalle.
Fattomi adulto, quando già mio padre ci aveva lasciato, un giorno
capitò di riandare con la mamma alla lontana profezia. Come le
confidai che cosa mi era costato, ma anche quanto mi aveva protetto
la minacciosa frase paterna, mia madre scoppiò a ridere.
E fu allora che l'equivoco venne chiarito. Quello di papà non era
affatto un avvertimento sinistro, era semmai un peccato d'orgoglio:
"finire sui giornali", nel suo immaginare, significava esser messo
al centro di qualcosa che suscita l'attenzione, se non anche il
consenso, e persino il plauso, della gente. Parrà strano, eppure da
quel momento ho visto i carabinieri con un sentimento di sollievo
che ancora mi accompagna. Forse qualche sbirciata magari più
solidale e indulgente alla loro vita risale proprio al giorno del
chiarimento.
In casa, ogni settimana, arrivava
La Domenica del Corriere. Una
specie di sovracoperta azzurrina avvolgeva il più popolare degli
ebdomadari di allora: il quale aveva il suo punto di forza nelle
tavole a colori disegnate da Achille Beltrame, che
aprivano la rivista. Il pezzo di bravura di quella sorta di
reportage fotografico ante litteram erano proprio i carabinieri. Le
memorabili illustrazioni s'immergevano nell'epos popolare come di
più e meglio non si sarebbe potuto, e quando toccava alla
Benemerita esprimevano l'esempio massimo di ciò che significano
solidarietà e coraggio, sacrificio e giustizia.
Non c'era atto di abnegazione, fino all'offerta della vita, che non
avesse a protagonista un carabiniere: sia che brandisse la sciabola
in nome della Legge o puntasse la pistola contro il bandito snidato
da una forra, sia che strappasse un disperato dalle ruote di una
locomotiva o afferrasse per le redini, piegandolo sulle ginocchia,
un cavallo imbizzarritosi davanti a una scuola.
Beltrame li ritraeva spesso in alta uniforme,
anche quando riemergevano da una valanga di neve o attraversavano
barriere di fuoco o si gettavano in un canale. Con il pennacchio
sul cappello a lucerna, il sottogola, la bandoliera, la giberna, le
cordelline, il mantello, al centro della pagina svettava una sorta
di arcangelo sempre pronto a gettare la vita per gli altri. Dal
maresciallo al brigadiere, dall'appuntato al semplice carabiniere,
erano creature talmente votate al bene da perdere l'identità
controversa che invece tocca a ciascuno di noi, semplici uomini e
cittadini ordinari.
Fu così che divenne normale chiedere
al carabiniere d'essere sempre umile, sempre dedito, sempre eroico.
E soprattutto sempre fedele. Nei secoli. E' vero che poi, per una
specie di rivalsa, come pentiti di avere troppo sacrificato al loro
mito, li abbiamo sommersi con le barzellette; ma quando un episodio
di cronaca ce li mostra come violatori, e non più custodi, della
legge, quando scopriamo che anche fra loro si annidano le nostre
debolezze, ecco il Paese fremere di sconcerto e di sdegno. A
inquietarlo, secondo me, non è lo strappo a una perfezione che del
resto non può essere di nessuno, bensì il timore di perdere quel
sentimento di sicurezza, magari un po' infantile, che la loro
diversità continua, inconsciamente, a comunicarci.
Certo, abbiamo aperto gli occhi su tante cose, e a tante altre
siamo preparati. Tutto corre così velocemente che basta dire domani
e siamo già nel futuro. La Domenica del Corriere,
di conseguenza, è sempre più lontana. Il colpo di grazia gliel'ha
dato il televisore: la realtà, infatti, è ormai soltanto quella che
vediamo attraverso il tubo catodico. Nell'infinito "blob" del
vivere quotidiano sono sempre più visibili i nostri sgarri, i
nostri vizi, i nostri errori; e ad essi, sulle tavole a colori non
più di Beltrame, ma del telegiornale, non dirado si accompagnala
presenza ammonitrice di un carabiniere. Il quale, nel frattempo, è
a sua volta cambiato. La ricerca di una più moderna identità
sociale, culturale e civile riguardava anche lui, al pari di noi
tutti. Il suo antico ruolo, riconoscibile nella presenza
rassicurante della caserma, nella funzione di garante, insieme
neutra e paterna, esercitata dal maresciallo, ma anche nella
fissità un po' astratta e retorica dell'immagine istituzionale, si
è come scomposto e ricostituito secondo nuove scale di valori, di
bisogni, di domande.
Resta, intatta, la sua forza di radicamento nella società: diffusa,
varia, ben caratterizzata, efficace. Al carabiniere il cittadino
non chiede più la rassicurazione soltanto individuale, ma la
salvaguardia collettiva, cioè il presidio di valori e interessi
comunitari e sociali. Gli italiani gli riconoscono oggi una lucida
tensione ideale, una rinnovata vocazione tecnica, una duttilità
operativa sempre più specialistica e persino, in qualche caso,
sofisticata. E sempre più tesa alla prevenzione, la quale dà più
frutto del pur necessario reprimere.
Alla mitica immagine del carabiniere, cioè al suo modo di
manifestare la dedizione e di sopportarne i costi, ne corrisponde
un'altra più consapevole anche dei diritti: a cominciare da quello
di rappresentare, fuori da ogni oleografia, una moderna
professionalità al servizio del Paese.
La conferma delle stellette, segno della disciplina e dell'onore
militari, rilancia una tradizione che è parte essenziale della sua
stessa storia, ribadisce le responsabilità ulteriori dell'Arma,
testimonia un oneroso privilegio: quello di stare, e soprattutto di
sentirsi, al centro del sistema delle garanzie democratiche
interpretando un corpo di norme al tempo stesso etiche, ideali e
civili.
Ora mi guardo intorno:
Achille Beltrame non c'è più, né c'è più
La Domenica del Corriere, non trascrivo più su un
grande foglio bianco i misteriosi segni di una pagina di giornale,
i carabinieri non sono più tenuti a morire affogati, di ustioni o
sotto le valanghe dolomitiche, o le ruote di un treno o gli zoccoli
di un cavallo.
Oggi si chiede loro di più e di meno, cioè di essere cittadini cui
spettano compiti certamente più complessi di un tempo, in un ruolo
reso più consapevole da diverse condizioni culturali, con una
dedizione fatta più matura da una mentalità ammodernata. Senza più
l'obbligo, per così dire, di immolarsi. In una comunità
democratica, e per giunta in tempi di pace, non è dovuto esprimere
eroismi, ma garantire servizi.
E' in errore chi ha dell'uomo, e quindi del cittadino, e finanche
del carabiniere, un'idea sacrificale; bisogna, questo sì, non
essere meno di un uomo, di un cittadino e di un... carabiniere. Far
bene la propria parte, specie se si ha indosso quella divisa, viene
prima dei decaloghi, supera gli stessi regolamenti, vale più degli
eventuali consensi. Se ciò non è vero, è ancor meno vero che si è
carabinieri allo stesso modo in cui si può essere qualunque altra
cosa. Il che, francamente, mi sembra difficile, anche se gli anni
hanno fatto giustizia di molte cose per tanto tempo declamate.
Vengo da un padre che era un uomo
d'ordine, come si diceva allora, e anche prima, quando bastava che
un cittadino brontolasse, mica di più, per doverlo tenere d'occhio.
Non a caso i carabinieri si chiamavano semplicemente, e un po'
brutalmente, "la forza"; e se nell'animo popolare hanno salvato una
salda reputazione civile lo si deve in gran parte a loro, che non
hanno forzato il tono, né i modi. Del resto, è allo Stato che si
deve chiedere di avere un buon carattere. Nella storia della
repressione del "disordine" esso ha infatti le sue pagine, a dir
poco, sgrammaticate; ma il legame con la società e la nazione il
carabiniere l'ha salvaguardato, soprattutto nei momenti difficili,
perché la sua storia personale di cittadino si confondeva con
quella di tutti, specie nella sua patte socialmente più
debole.
E ciò spiega perché Salvo D'Acquisto sta alla coscienza del Paese
come - cito storie e persone molto diverse - Balilla e Mameli, Don
Minzoni e Gobetti, Amendola e i Cervi, Dalla Chiesa e Ruffilli,
Casalegno e Tobagi. C'è un filo che nell'ordito complesso di una
società lega tra loro i cittadini da qualunque parte essi vengano e
stiano. Nessuno può sentirsi escluso da questo tessuto, né
indifferente al telaio da cui nasce.
S.Z. |