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TERZA CAMPAGNA PER
L'INDIPENDENZA (I Carabinieri nella)
Dopo il trattato
di Villafranca dell'11 luglio 1859 (v.
Seconda Campagna per l'Indipendenza) e dopo l'annessione
dell'Emilia e della Toscana al Regno Sardo, avvenuta nel marzo 1860
("per generale voto di quelle popolazioni ad unirsi") cui
segui l'annessione della Romagna pontificia, il 6 maggio 1860 ebbe
inizio da Quarto, in Liguria, la spedizione dei Mille guidata da
Garibaldi, che portò nel settembre successivo alla liberazione del
Regno delle Due Sicilie dal dominio borbonico.
Nel novembre dello stesso fatidico anno 1860, anche l'Umbria e le
Marche, facenti parte dello Stato pontificio, a seguito della breve
vittoriosa campagna condotta dal generale De Sonnaz, con voto
unanime proclamarono la loro annessione al Piemonte.
Due complessi ma ineluttabili problemi rimanevano quindi aperti al
nascente Stato italiano: l'annessione del Veneto e l'occupazione di
Roma, sede del Governo pontificìo.
La possibilità della liberazione delle province venete dal dominio
dell'Austria sì presentò nel 1866 in occasione della grave crisi
insorta nei rapporti austro-prussiani, che determinò la convergenza
degli interessi antiaustriaci dell'Italia e della Prussia, la quale
ultima, guidata dal cancelliere Bismarck, mirava a sostituirsi
all'Austria nella Confederazione germanica come centro di unione di
tutti gli Stati tedeschi.
Così in data 8 aprile 1866 la comune aspirazione si realizzò nel
patto dì alleanza che stabiliva l'impegno dell'Italia ad entrare in
guerra a fianco della Prussia in caso di conflitto tra questa e
l'Austria, contro compenso dell'annessione del Veneto.
L'intesa italo-prussiana, che innalzò il rango del nostro Paese nel
concerto internazionale, servì inoltre a sancire solennemente
l'indipendenza della politica italiana da ogni influenza della
Francia, che Napoleone III manteneva legata alla "questione
romana".
Se l'inizio delle ostilità nella Campagna del 1859 scaturì
dall'ultimatum austriaco al Piemonte di smobilitare l'esercito,
l'occasione delle operazioni militari relative alla terza Campagna
per l'Indipendenza derivò dal rifiuto opposto il 5 maggio 1866 dal
Governo italiano all'offerta austriaca - avanzata per il tramite di
Napoleone III - di cedere il Veneto in cambio della neutralità
dell'Italia.
Questa decisione diede al cancelliere Bismarck una così chiara
conferma della fedeltà italiana all'alleanza, da indurlo il 17
giugno successivo ad iniziare il movimento delle truppe prussiane
contro l'Austria. Tre giorni dopo il generale La Marmora, Capo di
Stato Maggiore dell'Esercito italiano, inviava all'Arciduca Alberto
la dichiarazione dì guerra.
Il nostro Esercito, forte di circa 220.0000 uomini di cui 165.000
combattenti, di 37 mila cavalli e 636 cannoni, era articolato in
due Armate, quella del Mincio, comandata dal generale La Marmora e
composta di tre Corpi d'Armata, e quella del basso Po, costituita
da un solo Corpo d'Armata, comandata dal generale Cialdini. Al
poderoso complesso di tali unità si affiancò, animato dal più
elevato spirito militare, il Corpo dei Volontari Italiani agli
ordini del generale Garibaldi, formato da 5 Brigate di fanteria (38
mila uomini), 870 cavalli e 24 pezzi.
L'Arma, fortemente impegnata contro il
brigantaggio (v.) nell'Italia meridionale, concorse alle
operazioni dì guerra con un totale di 51 ufficiali e 940 fra
sottufficiali e militari di truppa, articolati in un Comando
Superiore Carabinieri presso il Quartiere Generale Principale, un
distaccamento presso i Quartieri Generali delle Armate del Mincio e
dei basso Po e presso ciascun Corpo d'Armata, oltre che in un
drappello per ogni Divisione.
Un distaccamento ed un drappello dell'Arma furono pure istituiti
rispettivamente alle dipendenze del Corpo Volontari Italiani di
Garibaldi e della Guardia Nazionale Mobile, operante in difesa
della Valtellina.
Il Comando Superiore Carabinieri comprendeva 5 ufficiali e 111
militari di truppa; i distaccamenti Carabinieri di Armata e Corpo
d'Armata avevano una forza di 43 uomini, di cui 3 ufficiali, mentre
i drappelli divisionali contavano 25 unità, al comando di un
ufficiale.
I militari dell'Arma, parte dei quali erano a piedi e parte a
cavallo, furono posti alle dipendenze del maggiore generale
Giovanni Serpi(v.) dei Comitato del Corpo.
Sin dalle prime notizie relative alla guerra imminente,
numerosissime furono le domande inoltrate da ufficiali,
sottufficiali e carabinieri per prendere parte alla campagna.
Il Comitato, considerato che "La missione speciale che i
Carabinieri sono tenuti ad esercitare nell'interesse dello Stato
non consente che possano venire allontanati dal loro posto», si
vide costretto a diramare la circolare del 9 maggio 1866 con la
quale, pur "persuaso speciale favore la destinazione in
campagna", rispose che non fosse più dato corso ad ulteriori
istanze.
Raggiunte le Grandi Unità di appartenenza, i Carabinieri, oltre ad
essere impiegati nei servizi di vigilanza al confine, esplorazione,
scorta, guardia ai valichi e difesa dei passi - presero viva parte
ai combattimenti, rendendosi subito protagonisti di innumerevoli
episodi ed atti di valore.
A conferma dell'azione meritoria dei Carabinieri, a parte gli
innumerevoli riconoscimenti da parte dei Comandanti dei Corpi
d'Armata, vale riportare la lettera che il generale Garibaldi inviò
al capitano Vittorio Caravadossi:
"Signor Capitano Caravadossi, accogliete una parola di lode per
il magnifico contegno da voi tenuto presso i Corpi volontari in
tutta la campagna del '66 e graditela come ben meritata da voi e
dai vostri subordinati".
Se nella Campagna dei 1859 l'andamento favorevole delle operazioni
dei nostro Esercito venne inaspettatamente interrotto
dall'armistizio e, subito dopo, dalla pace di Villafranca - firmata
da Napoleone III preoccupato delle perdite subite a Solferino e
dell'opinione pubblica francese - nella campagna del 1866 la brusca
decisione prussiana di firmare con l'Austria il 26 luglio
l'armistizio di Nikolsburg troncò l'avanzata finalmente decisa dal
nostro alto Comando ed in corso di pieno sviluppo con le colonne di
Garibaldi nelle Giudicarie (vittoria di Bezzecca dei 21 luglio), di
Medici in Valsugana (vittoria di Primolano il 22 luglio), di
Cialdini, già entrato a Padova, e di Cadorna, già davanti a
Gradisca.
Nell'impossibilità di proseguire da sola le operazioni, l'Italia si
vide costretta all'armistizio di Cormons. Il 9 agosto il generale
La Marmora, a nome dei re, inviò a Garibaldi l'ordine di sgomberare
il Trentino, ricevendone in risposta il celebre
"Obbedisco".
Il 12 agosto 1866 la terza Campagna per l'Indipendenza ebbe
termine. Dieci giorni dopo il plebiscito delle popolazioni del
Veneto, ceduto all'Italia, diede il risultato di 647.246 voti per
l'annessione e 69
contrari.
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