LEGIONE REDENTA (del maggiore
Cosma Manera)
Contingente
costituito da militari prigionieri di guerra della 1^ Guerra
Mondiale appartenenti all'esercito austro-ungarico e nativi
del Trentino e della Venezia Giulia. Considerati italiani
"irredenti" da recuperare alla Patria, il maggiore dei
Carabinieri
Cosma Manera (v.) li identificò attraverso lunghe e
difficoltose missioni nei campi di prigionia siberiani,
organizzandoli poi in quella che chiamò "Legione Redenta".
Questi soldati, di origine e sentimenti italiani, erano stati
sottoposti a vessatorie misure di controllo e di trattamento
durante la loro permanenza nelle file dell'esercito
austro-ungarico, com'è dimostrato, ad esempio, dal documento che
segue:
"Comando Supremo Imperiale e Reale
Dalla sede di campo 6 agosto 1915 n. 13725.
Come risulta da un rapporto pervenuto dal Comando della fronte
sud-ovest i soldati di nazionalità italiana non hanno corrisposto
durante il combattimento alle nostre aspettative.
... Per l'impiego alla fronte sud-ovest le compagnie di marcia
dovranno pertanto essere costituite da elementi di pura razza
tedesca.
... Gli elementi di nazionalità italiana dovranno essere assegnati
a quelle unità che combattono sul teatro di guerra della fronte
nord-est [il fronte russo]. Spetterà al Comando Supremo di
suddividere in tanti . piccoli gruppi questi elementi fra molti
reggimenti. La divisione netta dell'elemento di nazionalità
italiana da quello di nazionalità tedesca deve avvenire subito ed
oltre a ciò le unità di marcia formate da elementi italiani
dovranno essere oggetto di una disciplina più severa e di una
costante sorveglianza da parte dei superiori tutti".
La decisione del governo italiano di raccogliere i nostri irredenti
fu attuata costituendo una commissione di 20 ufficiali che, agli
ordini del tenente colonnello di S.M. Achille Bassignano, raggiunse
Pietrogrado il 1° agosto 1916 dopo essersi imbarcati a Newcastle
(Inghilterra) ed avere attraversato Svezia e Finlandia. Di
tale commissione facevano parte tre ufficiali dei Carabinieri: il
maggiore Giovanni Squillero, il capitano Cosma Manera (subito
dopo promosso maggiore) e il capitano Nemore Moda.
Durissima sotto ogni aspetto apparve la situazione dei prigionieri
irredenti, che, dopo essere scampati alla morte sul fronte
austro-russo, vivevano in condizioni materiali estremamente
penose e precarie, privi d'ogni notizia della Patria e della
famiglia, assillati dall'angosciosa incertezza del loro
destino.
L'opera della missione fu così attiva e concreta da consentire che
il 24 settembre 1916 un primo contingente di prigionieri del campo
di Kirsanoff (33 ufficiali e 1665 uomini di truppa) prendesse
imbarco ad Arcangelo verso l'Inghilterra. Annotò sull'argomento il
tenente colonnello austriaco, irredento italiano, Emesto De Varda,
alla vigilia della partenza: "Siamo entrati in Russia come
prigionieri austriaci ed ora abbandoniamo questa terra come
cittadini italiani".
E' di quei giorni (reca la data del 18 settembre 1916) la seguente
lettera inviata dal maggiore Manera al magg. gen. Luigi Cauvin -
Vice Comandante Generale dell'Arma:
"Con la partenza del magg. Squillero e del cap. Moda per
Arcangelo, onde proseguire per l'Inghilterra e per l'Italia, io
rimango l'unico ufficiale dell'Arma distaccato in Russia... Finora
abbiamo raccolto e spedito per l'Italia circa 1700 prigionieri al
comando dei prefati due Ufficiali; un altro scaglione altrettanto
forte partirà il mese venturo... Io sono destinato al comando di un
terzo scaglione di eventuale formazione e d'incerta partenza, per
la probabile chiusura dei mari polari".
L'accennata eventualità del terzo scaglione divenne nel 1917
compito effettivo del maggiore Manera, che riuscì a mettere insieme
circa 2000 uomini, organizzandoli in tre Battaglioni di 4 Compagnie
ciascuno. Ma si trattava di militari ormai debilitati dalla
prigionia, fiaccati nel morale, dubbiosi della loro sorte, resa
ancora più incerta dal declino della resistenza delle armate russe,
che sino allora si erano battute a fianco degli alleati inglesi,
francesi, americani, italiani e giapponesi, contro le Potenze
centrali (Germania e Austria-Ungheria, affiancate dalla Bulgaria).
Di lì a poco, infatti, scoppiò in Russia la rivoluzione d'ottobre,
che portò all'accordo di pace russo-tedesco di Brest-Litovsk.
In conseguenza di tale situazione, aggravata dalla crescente
scarsezza di viveri e di mezzi di comunicazione, il maggiore Manera
adottò con tempestività e risolutezza l'unica decisione che
s'imponeva per la salvezza del reparto da lui costituito e già da
lui moralmente temprato: profittare dei pochi treni che ancora
transitavano con approssimativa regolarità verso la Siberia per
fare salire ogni volta su ognuno di essi un limitato scaglione dei
suoi uomini. Così durante due lunghe settimane. Il maggiore Manera
prese posto con il gruppo residuo sull'ultimo convoglio,
rafforzando così tra i suoi "redenti" la popolarità ed il
prestigio che si era conquistati con l'abile fermezza della sua
azione di comando.
Si trattò poi di affrontare le dure peregrinazioni per le terre
siberiane nella sola direzione, Viadivostok, che offriva speranza
d'imbarco e affidamento di salvezza.
Ma la sorte non fu certo benigna per l'ufficiale dell'Arma e per i
suoi fedeli battaglioni, ché la città russa, congestionata di
truppe e materiali alleati, non offriva alcuna possibilità di
accasermamento, né il suo porto, situato sul mar del Giappone,
aveva alla fonda navi disponibili per il lungo tragitto verso
l'Europa.
Dinanzi a simili frangenti il maggiore Manera si risolse a
suddividere i suoi reparti tra Tien-Tsin e Pechino, mutando
l'incarico di organizzatore del rimpatrio nel più immediato dovere
di trasformare gradualmente i suoi reparti, che sembravano
destinati all'umiliante inazione dell'attesa, in unità volontarie
d'impiego armato, da porre al servizio dell'Italia e degli
Alleati.
Nell'estate 1918 l'ufficiale mise a disposizione dei Comandante il
Corpo di Spedizione italiano in Estremo Oriente un primo
Battaglione volontario.
Dopo una breve permanenza a Tokio, l'ufficiale venne nuovamente
inviato in Siberia per identica missione. Questa volta egli ebbe ad
incontrare difficoltà ancora più aspre, sia per la mutata natura
dei prigionieri austro-ungarici d'acquisita cittadinanza italiana -
abbrutiti come tutti i loro compagni di prigionia dagli orrori
della guerra e dal servaggio nell'agricoltura e nelle fabbriche al
quale erano stati destinati in gran parte come mano d'opera - sia
per gli ostacoli frapposti dalla radicale trasformazione delle
condizioni politiche e sociali dell'ambiente.
Questa durissima impresa, che avrebbe stroncato chiunque non avesse
posseduto le doti e la tempra del maggiore Manera, si concluse
anch'essa felicemente nella Baia di
Gornostai. Dopo avere ricevuto in consegna
dall'Ufficiale dell'Arma la nuova unità militare italiana, forte di
1800 uomini divisi in 8 Compagnie, il nostro comando militare in
Estremo Oriente scrisse tra l'altro nel suo rapporto al Ministero
della Guerra: "Si può affermare con piena sicurezza che oggt
sotto ogni punto di vista, la Legione redenti è la più bella unità
militare del luogo. Le autorità militari non hanno parole per
elogiarne le qualità militari, mentre i cittadini sono entusiasti
del contegno dei suoi uomini, educato e corretto".
Nel Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri, tra le testimonianze e
gli alti apprezzamenti relativi alle missioni del maggiore Manera,
si conserva il manifesto che i reduci dalla Russia da lui salvati
fecero affiggere in ogni paese delle Valli del Sole e di Non in
occasione della sua visita:
"REDUCI DALLA RUSSIA!
A dieci anni e più dell'auspicato giorno del rimpatrio il
nostro Comandante il Colonnello dei RR.CC. Comm. COSMA MANERA viene
fra noi per rivederci, per intrattenersi, sia pure brevemente, coi
suoi prediletti figliuoli, rievocando così i tempi trascorsi dal
1916 al 1920 nella gelida e sconvolta Siberia.
Questa nobile figura di Soldato, sul cui petto brillano ben 27
onorificenze, può con legittimo orgoglio, chiamarsi il Padre dei
Redenti, perché, conscio del servizio che rendeva alla Patria e
all'Umanità, non curante dei disagi della tremenda responsabilità
che andava assumendosi, ma mosso solo dalla molla della fede e dei
patriottismo, ridonò alla Patria oltre 10. 000 nuovi cittadini, dei
quali più di 3. 000 indossarono ancora in quella lontana terra del
Levante il rosso-verde, per tener alto il nome d'Italia in quei
tempi sì burrascosi.
A lui che ci sottrasse da una penosa prionia, che ci tolse dalla
miseria la più avvilente, che ci strappò da morte sicura, giungano,
in quest'ora di commossa gioia nel poterlo rivedere, il nostro
saluto, e i sentimenti della nostra riconoscenza, assieme a quelli
di tutto le famiglie alle quali ridonò i suoi Cari.
Clés, capoluogo delle Valli di Non e di Sole, è orgogliosa di poter
ospitare sì integerrimo Cittadino, e nel porgergli il benvenuto, lo
saluta a nome dei 94 paesi delle Valli sorelle. Clès, 25 giugno
1930".