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GEN. C.A. CARLO ALBERTO
DALLA CHIESA
NOTA BIOGRAFICA
Saluzzo, cittadina sabauda e
piemontese sino al midollo, lo vede nascere il 27 settembre 1920.
E' un figlio d'arte: il papà ufficiale dei Carabinieri (Romano), il
fratello pure (Romolo). Il primo contatto con la vita militare è la
dura guerra nel Montenegro come sottotenente nel 1941. Un anno dopo
passa ai Carabinieri e viene assegnato alla tenenza di San
Benedetto del Tronto dove resta fino al fatidico 8 settembre
1943.
Passa nella provincia di Ascoli Piceno e un bel giorno viene
affrontato da un partigiano comunista. I partigiani della zona
temevano che lui fosse responsabile del blocco dei rifornimenti di
armi che gli alleati di tanto in tanto riuscivano a spedire via
mare.
Alla domanda "Lei con chi sta, tenente, con l'Italia o la
Germania?", Dalla Chiesa risponde offrendo la sua
collaborazione e per un certo periodo le cose filano a meraviglia.
Poi, purtroppo qualcuno fa la spia e per Dalla Chiesa è meglio
cambiare aria e darsi alla macchia insieme agli altri patrioti:
diventa un responsabile delle trasmissioni radio clandestine di
informazioni per gli americani.
La guerra si chiude per lui con una promozione e due croci al
merito di guerra, tre campagne di guerra, una medaglia di
benemerenza per i volontari della II GM, il distintivo della guerra
di liberazione ed una laurea in giurisprudenza conseguita a Bari.
In quella stessa università prenderà più tardi la laurea in scienze
politiche.
La Sicilia che lo vede arrivare giovane capitano è immersa nel
regno di terrore della mafia agraria, quella di Don Calò Vizzini,
di Genco Russo e di Luciano Leggio. E' una mafia che poi verrà
rievocata con nostalgia quando emergeranno nuovi e ferocissimi
boss, ma in realtà era solo più arcaica, non meno spietata.
Cosa Nostra ha stretto un patto di ferro con i più retrivi
latifondisti che temono le lotte e le rivendicazioni contadine
guidate dai sindacalisti comunisti e socialisti.
Nei covi di
Corleone
Per Lucianeddu Leggio (più conosciuto come Liggio), il segretario
della Camera del Lavoro di Corleone, Placido Rizzotto rappresenta
una spina nel fianco. Parla troppo, protesta troppo, intralcia
troppo. Rizzotto, un semplice bracciante, cresciuto tra le insidie
di una mafia occhiuta ed oppressiva, è un tipo prudente e cauto che
non manca di prendere le sue precauzioni. Leggio affida il compito
ai suoi giovani cagnazzi, "Binnu" e "Totò u' curtu". Calogero
Bagarella, Bernardo Provenzano e Totò Riina sono picciotti
fedelissimi, aggressivi, spavaldi, che si mostrano in paese
arrancando con il caratteristico incedere mafioso. Sono furbi e si
rendono conto che bisogna prendere Rizzotto per tradimento.
Un giuda si trova. Il 10 marzo 1948 il sindacalista viene caricato
su una macchina, portato in luogo sicuro, torturato e suppliziato.
Il suo cadavere viene gettato in una forra Lo trovano molto tempo
dopo e riconoscono i resti da uno scarpone.
Dalla Chiesa è chiamato dal colonnello Ugo Luca nel nuovissimo CFRB
(Comando Forze Repressione Banditismo), che ha la missione di farla
finita con Salvatore Giuliano, il re di Montelepre. A lui viene
affidato il comando del gruppo squadriglie, basato a Corleone. Qui
il piemontese ha primo impatto con questo tortuoso ambiente.
E' un ufficiale abile, duro, inflessibile, gran lavoratore, non
meno paziente dei suoi avversari corleonesi. A dispetto dell'omertà
e della paura estremamente diffuse riesce insieme ai suoi colleghi
a inchiodare tutti gli assassini di Rizzotto e a spedirli sotto
processo, incluso Leggio.
Vittoria di Pirro. Il processo si conclude con una serie di
assoluzioni per insufficienza di prove. Il giovane capitano viene
opportunamente trasferito. Premio, siluramento, precauzione?
Chissà. La Sicilia gli è rimasta dentro al cuore.
Da ufficiale superiore è aiutante maggiore della legione e capo
ufficio OAIO (Ordinamento Addestramento Informazioni Operazioni)
della IV brigata di Roma e della legione di Torino. Poi regge i
comandi del nucleo di polizia giudiziaria e del gruppo di
Milano.
A caccia di battesimi e
nozze Negli anni Sessanta Carlo Alberto torna
nell'isola del suo destino e per oltre 7 anni gli viene affidato
come colonnello il Comando della Legione di Palermo
(1966-1973).
Qualcosa dallo scacco di quindici anni fa l'ha imparata. Bisogna
conoscere a fondo la situazione e raccogliere quante più prove
possibili, facendo i conti con la realtà del posto.
Cosa Nostra non è stata con le mani in mano e si è adeguata
rapidamente ai tempi nuovi. Ha progressivamente spostato i suoi
interessi dal settore dell'agricoltura in cui aveva operato per
oltre un secolo, a quelli industriale e commerciale, specialmente
nel campo dell'edilizia e dei lavori pubblici. I tradizionali
rapporti di "strusciamento con il potere" si rafforzano
specialmente con le istituzioni amministrative e politiche in modo
da influire sulle direttrici di sviluppo edilizio delle città,
sull'ubicazione delle opere pubbliche, sulle destinazioni dei
finanziamenti, sugli appalti.
Lo scambio è sempre lo stesso: appoggio politico contro concessioni
illegali di licenze e appalti. Il risultato è che gradualmente una
serie di politici aiutano l'espandersi delle attività economiche
mafiose, quando i rappresentanti mafiosi non sono direttamente
inseriti nel tessuto politico ed amministrativo.
Alla base dell'organizzazione c'è la 'famiglia', rigidamente
ancorata al territorio. In essa ci sono gli uomini d'onore o
soldati, comandati dai capidecina, guidati da un capo famiglia o
rappresentante coadiuvato da un vice e da uno o più consiglieri.
Più famiglie sono rette dai capi mandamento che siedono nella
cupola o commissione provinciale.
Una struttura del genere è difficile da infiltrare, ma qualcosa si
può sempre sapere ed è possibile conoscere la struttura attraverso
il legame della famiglia. Sentiamo cosa diceva Dalla Chiesa alla
commissione antimafia del 1962.
"Onorevole presidente, scoprirli [i capi mafiosi] non è
difficile, in quanto i nomi sono sulle bocche di molti. (...)
Vorrei mostrare (...) una scheda, che io ho preparato per la mia
legione, per tutti i miei collaboratori, dedicata proprio ai
mafiosi o indiziati tali.(...) attraverso le parentele e i
comparati, che valgono più delle parentele, si può avere una
visione organica della famiglia, della genealogia, più che
un'anagrafe dei mafiosi. Quest'ultima è limitata al personaggio; la
genealogia di ciascun mafioso ci porta invece a stabilire chi ha
sposato il figlio del mafioso, con chi si è imparentato, chi ha
tenuto a battesimo, chi lo ha avuto come compare di matrimonio; e
tutto questo è mafia, è propaggine mafiosa (...) ... è molto più
efficace seguire i mafiosi così, cioè non attraverso la scheda
solita del ministero dell'Interno, ma da vicino, attraverso i
figli, attraverso i coniugi dei figli, attraverso le provenienze,
le zone dalle quali provengono, perché anche le zone d'influenza
hanno la loro importanza".
Non è una trovata trascendentale, ma è il metodo e la costanza con
cui ci si applica che danno i risultati.
Nel 1966 un vero e proprio censimento degli uomini d'onore è stato
finalmente realizzato e si conclude con l'arresto di 76 boss. Gente
come Frank Coppola (Frank Tre dita) e Gerlando Alberti vengono
arrestati e spediti al soggiorno obbligato.
Il trionfo sulle Brigate
rosse All'epoca Dalla Chiesa credeva moltissimo al
soggiorno obbligato, più tardi si accorgerà che era a doppio
taglio: allontanava i boss dalle loro zone e favoriva l'estendersi
della piovra altrove.
Poi i processi vanificheranno di nuovo la sua opera e un Dalla
Chiesa più disilluso dichiarerà alla commissione antimafia riunita
il 4 novembre 1970: "Siamo senza unghie, ecco; francamente, di
fronte a questi personaggi, mentre nell'indagine normale, nella
delinquenza, possiamo far fronte e abbiamo ottenuto anche dei
risultati di rilievo, nei confronti del mafioso in quanto tale, in
quanto inquadrato in un contesto particolare, è difficile per noi
raggiungere le prove...".
Non c'è però tempo per i rimpianti. La lotta al terrorismo
coinvolge presto Dalla Chiesa, ormai promosso generale.
Dall'ottobre 1973 al marzo 1977 comanda la Brigata di Torino. Poi
nel maggio 1977 assume l'incarico di coordinamento del servizio di
sicurezza degli istituti di prevenzione e pena. Prima del suo
arrivo le evasioni spettacolari avevano insinuato il sospetto che
nelle carceri si potesse fare di tutto. Dopo la "cura" del generale
vengono fuori le cosiddette supercarceri dalle quali la fuga è
praticamente impossibile. Si tratta di un duro colpo sia per i
terroristi che per i mafiosi, come ben sa Totò Riina finito proprio
in uno di questi istituti di massima sicurezza.
Successivamente (settembre 1978) assume anche le funzioni di
coordinamento e di cooperazione tra Forze di Polizia nella lotta al
terrorismo.
Dallas, come lo soprannominano affettuosamente i suoi con una
contrazione, è sempre un militare tutto d'un pezzo. Gira senza
scorta perché crede che un ufficiale, all'assalto, non ci va con la
scorta, ma sa benissimo coprirsi le spalle dalle insidie dei
palazzi romani.
Quando riceve i pieni poteri per la lotta alle Brigate Rosse una
stampa faziosa lo dipinge come un futuro uomo forte della scena
politica italiana. Lui non si muove prima di una discreta e attenta
gestione delle pubbliche relazioni, che gli garantisce un segnale
di via libera anche da parte delle opposizioni.
Solo allora attua la sua controguerriglia urbana, conseguendo
prestigiosi successi, celebrati dalla stampa nazionale ed
internazionale, arrestando i capi storici delle Brigate Rosse e
contribuendo validamente a debellare il fenomeno in Italia.
"I nostri reparti dovevano vivere la stessa vita clandestina
delle Brigate Rosse. Nessun uomo fece mai capo alle caserme:
vennero affittati in modo poco ortodosso gli appartamenti di cui
avevamo bisogno, usammo auto con targhe false, telefoni intestati a
utenti fantasma, settori logistici ed operativi distanti tra loro.
I nostri successi costarono allo Stato meno di 10 milioni al
mese".
Dal dicembre 1979 al dicembre 1981 comanda la prestigiosa Divisione
Pastrengo a Milano per poi arrivare nel 1982 alla massima carica
per un carabiniere: vice Comandante Generale dell'Arma.
Con le promozioni arrivano altre decorazioni: croce d'oro per
anzianità di servizio, medaglia d'oro di lungo comando, distintivo
di ferita in servizio, una Medaglia d'Argento al Valor Militare,
una di Bronzo al Valor Civile, 38 encomi solenni, una medaglia
mauriziana.
Al suo fianco compare, dopo la morte dell'amatissima moglie Dora
Fabbo, una seconda moglie giovanissima e decisa: Emanuela
Setti-Carraro. E' un periodo durissimo, però il futuro sembra
sorridergli.
La grande guerra di
mafia
Alla nomina a Prefetto di Palermo il ministro degli Interni,
Virginio Rognoni, comincia a pensarci poco prima delle festività
natalizie del 1981. L'escalation mafiosa è fortissima e l'austero
generale sembra la persona giusta per arrestarla. Ne parla prima
con l'allora presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, poi con
i segretari dei cinque partiti di maggioranza ed infine sonda gli
umori delle forze di opposizione. Da tutti un aperto consenso e nel
marzo 1982, Rognoni, comunica a Dalla Chiesa la nuova nomina.
Dallas non esita a manifestare perplessità, ma suadente Rognoni gli
dice: "Caro generale, lei va a Palermo non come Prefetto
ordinario ma con il compito di coordinare tutte le informazioni
sull'universo mafioso". Il Ministro conta di dargli tutti i
poteri in vigore per il suo compito; il generale, che sa quanto sia
vana la parola 'coordinamento', vuole poteri reali, uomini, mezzi e
fondi (saranno concessi solo al suo successore).
A maggio 1981, giunto a Villa Whitaker, trova una situazione
pesante perché è scoppiata una gran guerra tra le cosche.
Il conflitto si scatena a causa di un progetto, ideato da Don
Stefano Bontade e Totò Inzerillo (il principe di Villagrazia), che
prevedeva la creazione di una nuova Las Vegas ad Atlantic City. Il
guadagno netto stimato si aggira intorno ai 130 miliardi di lire
all'anno. La raccolta dei fondi per l'operazione si rivela un
successo, ma un controllo dei contabili di Cosa Nostra scopre un
ammanco di 20 miliardi.
Nell'estate in cui c'è Dalla Chiesa a Palermo ci sono 52 morti e 20
lupare bianche.
Poi arriva la
morte
Nella lotta a Cosa Nostra la morte è una costante con cui occorre
fare sempre i conti. "Purtroppo in questa difficile battaglia
gli errori si pagano. Quello che per noi è una professione, per gli
uomini di Cosa Nostra è questione di vita o di morte: se i mafiosi
commettono degli errori, li pagano; se li commettiamo noi, ce li
fanno pagare. (...) Da tutto questo bisogna trarre una lezione. Chi
rappresenta l'autorità dello Stato in territorio nemico, ha il
dovere di essere invulnerabile. Almeno nei limiti della
prevedibilità e della fattibilità". Sono parole del giudice
Falcone, tuttora attuali e vere, anche se talvolta Cosa Nostra si è
dimostrata più abile e forte: di Chinnici, di Borsellino, dello
stesso Falcone.
Gli uomini d'onore sanno benissimo di non essere invulnerabili e di
doversi proteggere oltre la paranoia.
Dalla Chiesa, seguito da cento occhi, ascoltato da cento orecchie,
è immerso nei veleni di Palermo e circondato da molti onorevoli e
notabili che mal nascondono una viva preoccupazione.
Operazione Carlo
Alberto Significativo uno scambio di battute a
distanza sui giornali.
Dalla Chiesa: "C'è una crescita della mafia, che va radicandosi
anche come realtà politico-malavitosa".
Martellucci: "Io ho la vista acuta, eppure non ho mai visto la
mafia".
Dalla Chiesa, alla commemorazione del Colonnello dei Carabinieri
Russo ucciso dalla mafia: "Aveva tutti e cinque i sensi
sviluppati, ma la mafia l'ha ammazzato".
Il prefetto di Catania: "La mafia, qui da noi, non
esiste". Il generale capisce che deve muoversi in fretta,
prima che sia troppo tardi. Il primo giorno da Prefetto a Palermo
si fa portare a Villa Whitaker da un tassista. Altre volte si fa
vedere a sorpresa tra la gente, incontra gli allievi dei licei, gli
operai nei cantieri. Vuole scuotere la paura e suscitare il
consenso.
Non si fa illusioni: "Certamente non sono venuto per sgominare
la mafia, perché il fenomeno mafioso non lo si può sgominare in una
battaglia campale, in una guerra lampo, un cosiddetto Blitz. Però
vorrei riuscire a contenerlo, per poi sgominarlo". Infatti non
rinuncia alla richiesta di poteri e mezzi. Quanto ai poteri,
l'articolo 31 dello Statuto regionale della Sicilia sancisce che le
Forze di Polizia sono sottoposte disciplinarmente, per l'impiego e
l'utilizzo, al governo regionale. Come dire che se c'è un governo
regionale mafioso, esso ha legalmente più potere del rappresentante
dello Stato.
Dalla Chiesa chiede fatti e poteri veri, ma a Roma si è restii a
conferirgli poteri più significativi di quelli del ministro degli
Interni.
Anche così, tuttavia, Dalla Chiesa agisce. In due successivi blitz,
interrompe con 10 arresti il summit dei vincitori corleonesi a
Villagrazia, mentre in via Messina Marine scopre una raffineria di
eroina con una produzione di 50 chilogrammi a settimana.
Nel giugno 1982 invia il rapporto dei 162, una vera mappa del
crimine organizzato. Al vertice ci sono i Greco di Ciaculli, con
attività a Tangeri e in Sud America. Insieme ad essi i Corleonesi,
il clan di Corso dei Mille. I perdenti Inzerillo, Badalamenti,
Bontade, Buscetta sono stati invece massacrati.
Per 20 giorni i magistrati tacciono poi spiccano 87 mandati di
cattura e 18 arresti, ma restano latitanti una ventina dei più
grossi tra cui Michele Greco, il Papa, braccio violento di suo zio
Totò Greco detto l'ingegnere.
Poi segue un rapporto della Guardia di Finanza sul mondo delle
false fatture e dei contributi pubblici finiti nelle tasche di noti
esponenti di Palermo e Catania. Inoltre il generale rispolvera
l'efficace arma delle indagini su comparati, parentele e amicizie:
avvia un'indagine sui registri di battesimo e nozze per vedere
quali politici abbiano presenziato a eventi di famiglie mafiose.
Riesamina anche vecchie voci di pranzi di ex-ministri con potenti
boss e, con dodici agenti della Guardia di Finanza, fa setacciare
ben 3.000 patrimoni.
Cosa Nostra decide che è il momento di risolvere il problema. Il 3
settembre 1982 trenta pallottole di Kalashnikov falciano Dalla
Chiesa e la moglie Emanuela Setti-Carraro mentre un altro killer
liquida l'agente di scorta, Domenico Russo. Lui tenta di proteggere
la moglie col suo corpo, ma il killer spara prima a lei.
Epilogo Al funerale ci
sono molte grida in favore della pena di morte. Solo Pertini ha
potuto raggiungere indisturbato la sua auto mentre altre
personalità sono state circondate, spintonate e colpite con
monetine.
Il 5 settembre arriva una telefonata anonima al quotidiano La
Sicilia: "L'operazione Carlo Alberto è conclusa".
Il Generale Dalla Chiesa siede tra gli eroi che l'Arma dei
Carabinieri ha donato al Paese ed al Popolo italiano, ed anche
quando si affievolisce il ricordo di lontani eroismi, resta
indelebile la nuda, spartana virtù del dovere compiuto in nome di
una società civile.
ONOREFICENZE E RICONOSCIMENTI:
- Due Croci di Guerra;
- 3 campagne di guerra;
- Medaglia di Benemerenza Volontari della II Guerra
Mondiale;
- Distintivo di Volontario della Guerra di Liberazione;
- Medaglia d'Argento al Valor Militare;
- Medaglia di Bronzo al Valor Civile;
- Distintivo per ferite in servizio;
- 20 Encomi Solenni;
- Grande Ufficiale al merito della Repubblica Italiana;
- Medaglia Mauriziana;
- Medaglia d'Oro di Lungo Comando;
- Croce d'Oro per anzianità di servizio;
- Medaglia d'Oro al Valor Civile;
- Croce di Grande Ufficiale dell'Ordine Militare
d'Italia
MEDAGLIA D'ARGENTO AL VALOR
MILITARE
Motivazione
"Durante nove mesi di lotta contro
il banditismo in Sicilia cui partecipava volontario, dirigeva
complesse indagini e capeggiava rischiosi servizi, riuscendo dopo
lunga, intensa ed estenuante azione a scompaginare ed a debellare
numerosi agguerriti nuclei di malfattori responsabili di gravissimi
delitti. Successivamente, scovati i rifugi dei più pericolosi, col
concorso di pochi dipendenti, riusciva con azione rischiosa e
decisa a catturarne alcuni e ad ucciderne altri in violento
conflitto a fuoco nel corso del quale offriva costante esempio di
coraggio.
Sicilia Occidentale, settembre 1949
- giugno 1950"
(Decreto Presidenziale 10 febbraio
1953)
MEDAGLIA DI BRONZO AL VALOR
CIVILE
Motivazione
"Comandante di Legione territoriale
accorreva, in occasione di un disastroso movimento sismico, nei
centri maggiormente colpiti, prodigandosi per avviare, dirigere e
coordinare le complesse e rischiose operazioni di soccorso alle
popolazioni. Malgrado ulteriori scosse telluriche, persisteva nella
propria infaticabile opera, offrendo nobile esempio di elevate
virtù civiche e di attaccamento al dovere.
Sicilia Occidentale, gennaio
1968."
(Decreto Presidenziale 27
settembre1970)
MEDAGLIA D'ORO AL VALOR
CIVILE
Motivazione
"Già strenuo combattente, quale
altissimo ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, della criminalità
organizzata, assumeva anche l'incarico, come Prefetto della
Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato democratico
dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia
per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio
agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio
sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al
servizio delle Istituzioni, vittima dell'odio implacabile e della
violenza di quanti voleva combattere.
Palermo, 3 settembre 1982".
LA
MEMORIA
Monumenti:
Ventiquattro, tra lapidi, busti, e
sculture, i monumenti dedicati alla memoria del Generale Dalla
Chiesa. Tra questi il busto commemorativo deposto a Palermo ed il
monumento realizzato dall'artista Marcello Sgattoni per il Comune
di San Benedetto del Tronto dal titolo "... e la pietra gridò",
ispirato ad una frase del Vangelo : "Se non direte la verità
grideranno le pietre, verità in nome delle quali Dalla Chiesa ha
dato la vita".
Intitolazioni di scuole, caserme,
piazze, vie e parchi cittadini:
Prime tra tutte Roma che, il 25
aprile 1983 ha cambiato la denominazione della Via Legnano,
prospiciente la Scuola Allievi Carabinieri, in Via Carlo Alberto
Dalla Chiesa. In Italia sono alcune centinaia le strade, i plessi
scolastici, le caserme dell'Arma dei Carabinieri e le strutture
pubbliche, intestate alla memoria del Generale.
LIBRI :
La vita e le vicende professionali
del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il cui barbaro assassinio
ha avuto vasta eco anche sui più importanti quotidiani
internazionali ed è riportato nell'autorevole periodico
"THE TIMETABLES OF HISTORY"; edito dal
"The wall street journal", sono state
oggetto di numerosissime pubblicazioni, tra cui spiccano i
seguenti libri :
-
Pino Arlacchi: "Morte di un
generale", 1982;
-
Marco Nese: "Il generale Dalla
Chiesa", 1982;
-
Eugenio Tutolo: "Carlo Alberto
Dalla Chiesa, l'uomo dello Stato", 1982;
-
Francesco Damato: "L'ombra del
generale: diario di un servizio televisivo sulla mafia dopo Dalla
Chiesa", 1983 ;
-
Santina Acuto: "Dimenticati a
Palermo: 3000 ore di morte da Pio La Torre a Carlo Alberto Dalla
Chiesa", 1983 ;
-
Nando Dalla Chiesa: "Mafia
vecchia, mafia nuova", 1985;
-
Gigi Moncalvo: "Il coraggio di
sfidare la mafia", 1986;
-
Nando Dalla Chiesa: "Delitto
imperfetto", 1987;
-
Patrizia Piotti: "I quotidiani
italiani e l'omicidio Dalla Chiesa", 1989 ;
-
Elsa Vinci: "I misteri del palazzo
antimafia: l'alto commissariato da Dalla Chiesa a Sica",
1991;
-
Pierangelo Spegno e Marco Ventura:
"Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, un caso aperto",
1997;
-
Nando Dalla Chiesa: "Carlo Alberto
Dalla Chiesa: in nome del popolo italiano", 1997.
Film.
Tra le opere cinematografiche
ispirate dalla figura del Generale Dalla Chiesa spicca "Cento
giorni a Palermo" di Giuseppe Ferrara (1984), cui si
aggiungono:
- "Il giorno della civetta" di Damiano Damiani (1968), tratto
dall'omonimo libro di Leonardo Sciascia;
- "Placido Rizzotto" di Pasquale Scimeca (2000);
- "Il Generale Dalla Chiesa" di Giorgio Capitani
(2007).
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