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CULQUALBER (Battaglia)


Nel 19La battaglia di Culqualber nell'interpretazione de "L'illustrazione del Popolo".41, in Africa Orientale, dopo la caduta di Cheren e dell'Amba Alagi, le operazioni militari vennero ad accentrarsi nell'Amhara, ove il generale Guglielmo Nasi si era arroccato nel sistema difensivo costituito dal ridotto centrale di Gondar e da una serie di capisaldi.

La difesa gondarina ebbe la più cruenta espressione nella resistenza del caposaldo di Culqualber, che comprendeva la sella omonima, attraversata da una rotabile a tornanti. Il nemico doveva necessariamente transitare da Culqualber per avanzare su Gondar con i reparti corazzati e le artiglierie. Il terreno della difesa era costituito da una serie di alture ad andamento irregolare, con sommità a cono e ad amba, intersecate da profondi burroni, di difficile percorribilità.

Il 6 agosto il generale Nasi rinforzò la difesa di Culqualber con il 1° Gruppo Carabinieri Mobilitato.

Il reparto, articolato su due Compagnie nazionali ed una di zaptiè, aveva combattuto brillantemente sulle alture di Blagir e dell'Incet Amba, distinguendosi in particolare nella difesa del fortino di Celgà. Era al comando del maggiore Alfredo Serranti.

Il Gruppo Carabinieri fu destinato ad occupare il «Costone dei Roccioni», che si protendeva, con ciglioni a strapiombo, ad Ovest della rotabile verso Gondar, ed il retrostante «Sperone del Km. 39», il più avanzato a Sud, dal lato di Dessiè-Debra Tabor. In tal moto il Gruppo Carabinieri, con il proprio comando al centro di raccordo degli opposti speroni, aveva un occhio sul fronte principale, a Sud, e l'altro su quello di tergo, a Nord.

Sul Costone dei Roccioni vi era ancora tutto da fare quanto ad apprestamenti difensivi. I Carabinieri, sorretti dalla volontà di resistere ad oltranza, vi si dedicarono col massimo impiego. Trassero dai burroni pesanti tronchi d'albero per rinforzare i ripari, sforacchiarono la roccia e realizzarono sul Costone posti scoglio a feritoie multiple per assicurare continuità di fuoco su tutte le direzioni.

Nel settembre, le formazioni nemiche si erano attestate sul fiume Guarnò e sulle alture del Danguriè, creando una particolare minaccia alle posizioni dei Carabinieri sullo «Sperone del km. 39». Afflussi nemici si erano manifestati anche nella vallata del Gumerà ad interdizione delle comunicazioni con Gondar, per cui il caposaldo di Culqualber era rimasto praticamente isolato ed assediato.
Per alleggerire la pressione nemica furono organizzate varie sortite, durante le quali i Carabinieri garantirono la inviolabilità del caposaldo, intervenendo talvolta per fronteggiare i contrattacchi.
Con l'assedio, il rifornimento viveri era cessato.
Cominciò allora il periodo degli stenti: granaglie, biade, mangime per quadrupedi e taff (minutissimo cereale) venivano ridotti, per mezzo di pietre, in grossolana farina che, impastata e cotta tra sassi roventi e brace, costituiva la «bargutta», cibo principale e spesso unico di ogni pasto.

Ma più grave della fame si fece la sete. I due fiumiciattoli, l'Arnò-Guarnò ed il Gumerà, ai quali il caposaldo aveva sino allora attinto l'acqua, si trovavano ormai fuori del raggio di azione delle nostre artiglierie ed i rifornimenti costavano perdite.

Rimase accessibile soltanto una minuscola sorgente fuori dalle linee, a lungo contesa con le scimmie. Nelle notti caldo-umide gli asciugamani, appositamente esposti, si bagnavano e fu solo con essi che durante tre mesi venne provveduto alla pulizia personale. Ma via via che le scorte andavano esaurendosi, che le uniformi si strappavano in combattimento o durante il lavoro, la volontà di ognuno di resistere ad oltranza diventava più ostinata.
Comunque, il problema del vettovagliamento doveva essere in qualche modo affrontato: fu deciso di procurare i viveri sottraendoli al nemico nel corso di puntate offensive.
La prima puntata del 18 ottobre, voluta dal comandante della difesa per sondare gli apprestamenti nemici verso Nord e per distruggere quelli in allestimento sull'altura di Lambà Mariam, a 15 km. circa dalle nostre linee, fu la più importante e cruenta fra le molte condotte nel corso della resistenza di Culqualber. Essa ebbe il preminente contributo dei Carabinieri e consegui risultati di insperato rilievo per perdite inflitte al nemico, cattura di armi, munizioni, materiali vari, vettovaglie e successo manovriero dei reparti.
Sfruttando prontamente gli effetti della sorpresa, i Carabinieri mossero d'impeto all'assalto frontale, incalzando i nemici fuggiaschi ed eliminando all'arma bianca, senza spreco di munizioni, le superstiti resistenze. Lambà Mariam e l'intero complesso degli apprestamenti e depositi avversari, obbiettivo della puntata, fu presto nelle nostre mani. Un immediato rientro appariva imprudente per la possibilità di contrattacchi, ma il comandante della difesa sapeva di poterlo tentare, facendo perno sulla saldezza dei Carabinieri. Affidate al maggiore Serranti le posizioni occupate, inseguì con reparti coloniali l'avversario in rotta, ricacciandolo sin oltre il Gumerà.
Senonché, mentre si riportava a Lambà Mariam, la posizione venne attaccata sul fianco Est da gruppi avversari. I Carabinieri furono pronti a respingere il nemico. Il rientro a Culqualber poté così avvenire con i reparti articolati combattivamente e protetti sul tergo dagli stessi Carabinieri, che operarono alla perfezione benché al termine di una notte di marcia, seguita da una giornata di combattimenti, con morti e feriti barellati e i piedi sanguinanti.
Infatti, non appena il nemico si rivelò in fase controffensiva, i Carabinieri lo lasciarono avvicinare, attaccandolo quindi con tiro efficace, per cui non gli fu possibile incunearsi fra i nostri reparti.

Per l'operazione di Lambà Mariam, i Carabinieri furono premiati con la Menzione Onorevole nel Bollettino del Quartier Generale delle FF.AA. n. 505, che diede atto della brillante vittoria riportata in condizioni estremamente delicate, con lievi perdite nostre (36 caduti e 31 feriti), ma gravi per il nemico.

L'efficace operazione consentì al caposaldo di Culqualber un temporaneo respiro dalla pressione avversaria; inoltre, il bottino di viveri migliorò per diverso tempo il razionamento e rese con ciò possibile l'ulteriore resistenza.
Ma la tregua fu di breve durata.

Nei giorni successivi affluirono reparti corazzati e rinforzi nemici d'ogni genere, nonché decine di migliaia di irregolari al comando di ufficiali britannici.
Cominciarono allora i lanci di manifestini e le insistenti intimazioni di resa, intervallate da formidabili concentramenti d'artiglieria e da bombardamenti aerei. Più volte si fece avanti una camionetta con bandiera bianca, sempre respinta. Altre volte il nemico inviò al caposaldo sacerdoti copti nella speranza di far breccia sui difensori ed ottenerne la resa. Ma il comandante della difesa rinviò i messaggeri, avvertendoli che la risposta gli inglesi l'avrebbero avuta soltanto dalle armi.

Dal 21 ottobre il nemico mise in continua azione tutti i mezzi offensivi. Nessun movimento fu più possibile in superficie; di notte il terreno veniva spazzato con tiri predisposti; di giorno si aggiungeva la giostra degli aerei col loro implacabile martellamento.

Il 2 novembre fu distrutto l'ospedaletto da campo e fu sconvolto il cimitero. Sul far del 5 novembre un poderoso attacco venne infranto sugli spalti meridionali del caposaldo, specie ad opera della 1a Compagnia Carabinieri, alla quale il comandante della difesa tributò il 6 novembre il seguente encomio:
«Dislocata alle opere avanzate del più minacciato settore della difesa di Gulqualber si segnalava per incessante eroica combattività, frustrando di giorno e di notte ripetuti attacchi anglo-ribelli, svolgendo ardita e fruttuosa attività di pattuglia, spinta talora sin entro il dispositivo nemico e fornendo, con la sua saldezza spirituale, piena garanzia d'integrità dei caposaldo sul fronte affidatole. Attaccata verso l'alba del 5 corrente da forze più volte superiori di numero, usciva con ben usufruito concorso della artiglieria presidiaria, il perfetto sfruttamento dei faticati apprestamenti difensivi e la felice condotta tattica della propria reazione - a respingere il nemico, cui infliggeva perdite particolarmente gravi, sventando così una seria minaccia alla complessiva difesa del caposaldo».

Il 12 novembre il 1° Gruppo Carabinieri era in linea, nelle posizioni chiave della difesa: sul fronte Sud, con la 1a Compagnia, sul fronte Nord, con la 2a Compagnia e la Compagnia zaptiè. La notte ebbe inizio la battaglia che nel disegno nemico doveva consentirgli di forzare il valico di Culqualber e che invece si concluse, la sera del 13, con una nostra piena vittoria difensiva. Carabinieri e zaptiè opposero un argine insormontabile proprio sul Costone dei Roccioni, per il quale l'avversario sperava di penetrare nel caposaldo.

All'attacco del Gruppo Bande Uollo (mercenari al soldo degli inglesi) i Carabinieri dovettero reagire all'arma bianca. Meno difficile riuscì invece rigettare dal Costone, su cui avevano posto piede grazie al possente appoggio d'artiglieria, reparti regolari sudanesi e kikuyu, presto indotti a cercare scampo nei burroni dall'incalzare impetuoso dei Carabinieri.

Fra assalti e contrassalti, nel corso dei quali i posti scoglio, anche se superati, continuavano a resistere, i militari dell'Arma restarono infine padroni delle loro posizioni. Del nemico, che aveva qua e là sfondato, rimanevano soltanto i caduti, frammisti purtroppo a decine di carabinieri.
Verso le 17 l'avversario, perduta ogni speranza di superare le nostre difese, desistette dall'attacco e sgombrò perfino talune alture antistanti, quali il Culiblivà e l'Hulet Amba, prima presidiate.
Innanzi alle posizioni della 2a Compagnia Carabinieri il maggiore Serranti contò 156 caduti avversari. Triste risultato per il nemico che, come da ordini rinvenuti indosso ad un soldato ucciso, aveva stabilito di far consumare il vitto alla truppa, a mezzogiorno del 13, sull'"Amba" di Culqualber.
Il comandante della difesa tributò un encomio alla 2a Compagnia Carabinieri dislocata sul Costone dei Roccioni: "Contro forze dieci volte superiori per numero e per armamento che l'attaccavano violentemente per undici ore, reagiva con aggressività, sangue freddo, illimitato coraggio, riuscendo vittoriosa nell'impari lotta..."

La notte del 14 il nemico rimase inattivo, consentendo così ai nostri di soccorrere i feriti e tumulare i caduti, compresi quelli avversari, il cui gran numero impose non lievi fatiche e severe misure profilattiche. La tregua imprevista permise anche la confezione di bargutta calda.
Nei giorni successivi invece il nemico reiterò rabbiosi attacchi, riuscendo a forzamenti parziali, eliminati sempre con tempestivi contrattacchi, ben accompagnati dalla nostra artiglieria e contrastati a volte con la lotta corpo a corpo. Talora si facevano sotto carri armati ed autoblindo, che però venivano arrestati dallo scoppio di ordigni esplosivi azionati a comando dai posti d'osservazione.

Dal giorno 18 novembre l'azione aerea avversaria assunse proporzioni insostenibili, data la ristrettezza del settore. Squadriglie di ogni tipo si alternavano senza sosta, attaccavano in picchiata, spazzavano tutto in superficie. Ben nove aerei furono abbattuti dal tiro delle mitragliatrici. Ormai i difensori vivevano esclusivamente nei camminamenti ed in trincea, da cui uscivano solo per i contrassalti.
Malgrado la sete e la fame, nonostante le lotta massacrante e le sempre minori probabilità di vittoria, mai si verificarono nei militari dell'Arma casi di crisi morale. Alcuni, impazienti, si offrivano volontari per rischiosi servizi di pattuglia fra lo schieramento avversario: primo fra tutti il carabiniere Penzo Poliuto, autore di gesta leggendarie nell'intero corso della resistenza, divenuto cieco per azioni di guerra (Medaglia d'Oro al Valor Militare).

Nella giornata del 20 ben 57 velivoli avversari presero letteralmente d'assalto gli elementi difensivi del Caposaldo. Lo schieramento nemico era andato ancor più potenziandosi. Centinaia di camionette defluivano da Ambaciara e, per piste affiancate, serravano sotto la sella di Culqualber, mentre i reparti corazzati cercavano punti valicabili, ostacolati dalla natura del terreno e dal tiro dei difensori.
Alle 3 del mattino del 21 novembre l'offensiva si scatenò con rabbiosa risolutezza. Il Caposaldo fu contemporaneamente investito da Nord, da Sud e perfino dalle impervie provenienze da Est e da non meno di 20 mila assalitori delle più svariate unità.
I carri armati precedevano le schiere per aprire varchi, gli aerei spezzonavano e mitragliavano, artiglierie e bombarde lanciavano proiettili con ritmo vertiginoso.
Sugli opposti costoni dei "Roccioni" e del «Km. 39», punti nevralgici della battaglia, i Carabinieri della 2a e della 1a Compagnia e della Compagnia zaptiè sviluppavano una formidabile reazione di fuoco incrociato. Sullo sperone del "km. 39" - dove il fronte, inizialmente ritenuto principale, aveva usufruito di maggiori mezzi d'apprestamento - i Carabinieri della 1a Compagnia non abbandonarono neppure un palmo di terreno fino a che, attaccati da tergo dal nemico ormai padrone del Caposaldo, si difesero con furiosi corpo a corpo, nei quali quasi tutti perdettero la vita.

Ben altre vicende si svolsero sul Costone dei Roccioni, dove i Carabinieri ripetutamente sopraffatti, avevano dovuto più volte riprendere le posizioni coadiuvati dai contrattacchi del comandante della difesa.
Fu un succedersi di azioni alterne, durante le quali i Carabinieri, con bombe a mano o a colpi di baionetta, ripristinavano, volta per volta, le posizioni perdute.
Ad un certo punto però, proprio quando la difesa non disponeva più di uomini per rimpiazzare i caduti, il nemico lanciò sullo sconvolto costone nuove forze, sostenute da carri armati penetrati nei valloni laterali e da un massiccio fuoco d'artiglieria. Il nuovo attacco determinò l'irreparabile, essendo ormai ridotti i difensori ad uno sparuto gruppo di superstiti.
Il maggiore Serranti, che era stato ferito e perdeva sangue, si rifiutò di lasciarsi medicare. Disse che la sua presenza galvanizzava i Carabinieri, stimolandoli a persistere nella lotta. Ed i Carabinieri difatti si fecero tutti uccidere piuttosto che cedere.
Intorno al loro comandante, che dava un così alto esempio di virtù militari, essi lottarono con tutte le forze ed ancor più quando videro far di lui scempio da parte del nemico. Il maggiore era ormai morente quando una baionetta gli squarciò l'addome. Alla sua Memoria venne poi concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Il Costone dei Roccioni divenne così la «via dei cadaveri» sui quali il vincitore passò, raggiunse il cuore del caposaldo, soverchiò il gruppo di superstiti e spense l'ultima resistenza.
La caduta del caposaldo di Culqualber fu comunicata agli italiani con il Bollettino delle FF.AA. n. 539 del 23 novembre 1941: « ... gli indomiti reparti di Culqualber-Fercaber, dopo aver continuato a combattere anche con le baionette e le bombe a mano, sono stati infine sopraffatti dalla schiacciante superiorità numerica avversaria. Nell'epica difesa si è gloriosamente distinto, simbolo del valore dei reparti nazionali, il Battaglione Carabinieri, il quale, esaurite le munizioni, ha rinnovato sino all'ultimo i suoi travolgenti contrattacchi all'arma bianca. Quasi tutti i Carabinieri sono caduti».

Per l'epica resistenza di Culqualber la Bandiera dell'Arma è stata insignita di una seconda Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

«Glorioso veterano di cruenti cimenti bellici, destinato a rinforzare un caposaldo di vitale importanza, vi diventava artefice di epica resistenza. Apprestato saldamente a difesa l'impervio settore affidatogli, per tre mesi affrontava con indomito valore la violenta aggressività di preponderanti agguerrite forze che conteneva e rintuzzava con audaci atti controffensivi contribuendo decisamente alla vigorosa resistenza dell'intero caposaldo, ed infine, dopo aspre giornate di alterne vicende, a segnare, per ultima volta in terra d'Africa, la vittoria delle nostre armi.
Delineatasi la crisi, deciso al sacrificio supremo, si saldava graniticamente agli spalti difensivi e li contendeva al soverchiante avversario in sanguinosa impari lotta corpo a corpo nella quale comandante e carabinieri fusi in un solo eroico blocco simbolico delle virtù italiche, immolavano la vita perpetuando le gloriose tradizioni dell'Arma
».