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C'era una volta un burattino di nome
Pinocchio. Gli aveva dato questo nome un falegname chiamato
Geppetto, il quale un bel giorno s'era trovato fra le mani un
pezzo di legno che emetteva delle voci, che anzi parlava
proprio come una creatura umana.
Siccome se l'era costruito e gli aveva trovato il nome, Geppetto
divenne padre di Pinocchio, che subito però si dimostrò un figlio
birichino. Già mentre Geppetto lo sbozzava per dargli figura,
Pinocchio gli faceva le boccacce, e non appena i suoi piedi presero
forma, se ne servì per allungargli un calcio. Quindi, visto aperto
l'uscio di casa, Pinocchio fuggì, inseguito da Geppetto che gli
gridava: "Se ti acchiappo, faremo poi i conti quando saremo a
casa!".
Volendo veder chiaro nella faccenda, un Carabiniere si piazzò a
gambe aperte in mezzo alla strada, e afferrò per il naso il
burattino.
"Perché scappi?", lo interrogò. Pinocchio lasciò intendere di
temere i maltrattamenti del papà. Per questo voleva andarsene da
solo per il mondo.
Così, senza colpa,
Geppetto finì in prigione e Pinocchio rincasò, convinto di avere
raggiunto, con la libertà, la felicità. Fu a quel punto che un
Grillo Parlante, il quale se ne stava attaccato a una parete della
stanza, lo ammonì: "Guai a quei bambini che si ribellano al papà e
alla mamma. Che non hanno voglia di studiare e finiranno per
diventare asini...".
Pinocchio non gradì quelle parole e lanciò un martello contro il
Grillo. Forse non aveva intenzione di colpirlo. Invece lo colpì,
spiaccicandolo contro il muro, e lasciandogli solo il tempo d'un
ultimo "Cri-cri-cri!".
Poi si mise in cerca di qualcosa da mangiare, ma in casa non
c'era nulla: pentole e dispensa erano vuote, perché più povero di
Geppetto non esisteva nessuno. Così, per la prima volta, Pinocchio
conobbe il rimorso, seppure un rimorso un po' interessato: "Ah, se
il mio papà fosse qui! Non mi troverei a dover morire di
fame...".
Per non morire di fame, nella notte, nonostante infuriasse il
temporale, si recò in un paese vicino, a cercare almeno un pezzo di
pane. Bussò a una porta: "Fate la carità. Ho fame". Non ottenne
nulla, anzi, dall'alto di una finestra gli rovesciarono addosso un
secchio d'acqua, che lo fradiciò dalla testa ai piedi.
Mogio, intirizzito, Pinocchio corse a casa. Si lasciò cadere su
una seggiola. E siccome sentiva un gran freddo, per scaldarsi
allungò i piedi su un braciere, e l'indomani se li ritrovò
carbonizzati.
Buon per lui che Geppetto, rimesso in libertà dalla prigione,
stava rincasando. Geppetto amava profondamente quel suo figliolo.
Lo consolò, gli ricostruì i piedi, quindi gli diede la colazione
che aveva in tasca perché si sfamasse.
Quella colazione consisteva in tre pere.
"Se vuoi che le mangi me le devi sbucciare", disse Pinocchio. E
il papà, sospirando, lo accontentò.
"Io ho ancora fame". Geppetto si strinse nelle spalle, e indicò
le bucce e i torsoli delle pere.
E mentre Pinocchio li divorava, con parole affettuose Geppetto
lo redarguì: "Vedi, caro ragazzo, bisogna abituarsi a non essere
schizzinosi. E bisogna pensare ai doveri. Bisogna andare a scuola.
Bisogna essere buoni, educati...".
Il burattino disse di sì, promise. Perciò Geppetto gli comperò i
libri, ma non avendo i soldi necessari dovette vendere l'unico
giaccone che possedeva, che indossava per ripararsi dal freddo. E
perché il suo figliolo facesse bella figura, gli confezionò anche
un vestito di carta fiorata.
Ma Pinocchio non raggiunse la scuola. Si lasciò tentare da uno
spettacolo teatrale di burattini che si esibivano in piazza. E qui
corse un bruttissimo rischio.
Il burattinaio, infatti, un'omaccione chiamato Mangiafuoco, lo
afferrò e lo valutò di legno ben stagionato. "Lo userò per cuocere
più in fretta il mio arrosto", si disse.
Ma, con un giudizioso discorsetto, Pinocchio seppe impietosirlo.
Mangiafuoco, infatti, nonostante il nome e l'aspetto, aveva un
cuore tenero; e Pinocchio, nonostante fosse uno sventato, aveva dei
sentimenti generosi, da bravo ragazzo.
Così Mangiafuoco non solo ridiede la libertà al burattino, ma
gli regalò cinque zecchini d'oro, perché li portasse a suo papà per
alleviargli la miseria.
A causa di quei cinque zecchini, però, Pinocchio conobbe
un'infinità di avventure, o meglio di sventure.
I primi ad abbindolarlo furono due malandrini, il Gatto e la
Volpe, che gli fecero credere di poter centuplicare le sue monete
se le avesse seppellite nel Campo dei Miracoli, dove sarebbe
cresciuto un albero carico di zecchini d'oro.
L'assurda operazione fu concordata all'osteria del Gambero
Rosso. Inutilmente un Merlo mise in guardia Pinocchio: "Bada!
Questi due t'imbrogliano". Il Gatto non lo lasciò continuare:
spiccato un gran salto, ne fece un solo boccone e del povero Merlo
non rimasero che alcune penne svolazzanti.
Quando scese la notte, il Gatto e la Volpe si calarono in testa
un cappuccio per non essere riconosciuti e tesero un agguato a
Pinocchio nel folto di un bosco. "Tira fuori gli zecchini...". Ma
Pinocchio non cedeva: essendo di legno, resisteva addirittura alle
loro coltellate. Perciò lo impiccarono a una quercia.
Per sua fortuna, una bellissima giovane, la Fata dai Capelli
Turchini, che aveva una Lumaca per domestica, vegliava su di lui.
Ed essendo una Fata, ella sapeva che Pinocchio non era affatto quel
cattivo ragazzo che lui stesso voleva farsi credere. Perciò mandò
un Falco a liberarlo dal cappio, poi fece uscire dalla sua scuderia
una carrozza trainata da cento coppie di topini bianchi, con un
cane barbone di nome Medoro per cocchiere, e comandò che con mille
attenzioni adagiassero il burattino in carrozza e lo portassero a
lei.
Subito, Pinocchio fu visitato da tre luminari: un Corvo, una
Civetta, e il Grillo Parlante, sua vecchia conoscenza, i quali
sentenziarono che, se non era morto, era di certo vivo.
"Ed ora, ecco la medicina per guarire più in fretta", gli disse
la Fata.
"È amara. Non la prendo", si rifiutò il burattino.
Allora, nella stanza, apparvero quattro Conigli Neri che
reggevano una bara.
Pinocchio s'impaurì: "E questo cosa significa?".
"È per te", rispose la Fata. "Se non prendi la medicina sarai
morto per davvero".
Pinocchio a quel
punto ubbidì. Guarì. Poi raccontò ciò che gli era capitato. Ma
lo infiorò di tante di quelle bugie che il naso cominciò a
crescergli, al punto di non passare più dalla porta.
"E si allungherà ogni volta che dirai una bugia", gli disse la
Fata Turchina, "perché oltre alle bugie dalle gambe corte, ci sono
anche quelle dal naso lungo".
Pinocchio si mise a piangere. Sembrava pentito. Promise che
avrebbe messo la testa a posto: ecco allora entrare nella camera
mille Picchi, che si dettero a beccare quel naso spropositato,
riportandolo alle sue normali dimensioni e facendo tirare al
burattino un gran sospiro di sollievo.
Pinocchio fu ancora più felice quando la Fata gli disse che
Geppetto, avvertito da lei, già era per la strada, stava venendo lì
da loro, col cuore gonfio d'emozione al pensiero di riabbracciare
il suo figliolo, che credeva di aver perduto per sempre.
Ma le pene di Pinocchio non erano affatto finite.
"Vorrei andare incontro al mio papà", disse alla Fata. "Non vedo
l'ora di dargli un bacio".
"Va' pure", lei gli rispose: era un'occasione per metterlo alla
prova.
Cammin facendo,
infatti, Pinocchio ritrovò il Gatto e la Volpe. I due, non
essendo riusciti a depredare il burattino delle sue monete,
nemmeno incappucciandosi e nemmeno aggredendolo fino a
minacciarlo, fecero di tutto per convincerlo a seppellire gli
zecchini rimastigli in tasca, perché ne nascesse l'albero
carico di monete che gli avevano promesso. E ci
riuscirono.
Insieme, si recarono nel Campo dei Miracoli, che si trovava
nella città degli Acchiappacitrulli, e qui Pinocchio interrò il suo
piccolo tesoro. Ma quando ritornò a raccoglierne i frutti, ad
aspettarlo trovò solo un Pappagallo che se la rideva.
"Di cosa ridi, Pappagallo maleducato?", chiese il burattino.
"Rido della tua ingenuità", rispose quello. E lo informò che non
solo l'albero non sarebbe affatto germogliato, ma che il Gatto e la
Volpe, che ben lo sapevano, di notte erano tornati nel campo, si
erano impossessati del suo gruzzolo, e poi erano fuggiti come il
vento.
"Devo tornare subito dalla mia Fata", si disse allora Pinocchio,
terribilmente deluso. "Può darsi che il mio papà sia là ad
aspettarmi. E può darsi che la Fata mi perdoni per non aver
mantenuto le mie promesse".
Tornando dalla Fata, però, Pinocchio si trovò la strada sbarrata
da un enorme Serpente. Immaginatevi la sua paura! Provò a
scansarlo, ma fece uno scivolone, e finì a gambe all'aria con la
testa nel fango: fu la sua fortuna. Quella posizione, infatti, fece
ridere a crepapelle il Serpente. E ridi che te la ridi, alla fine
il bestione morì per davvero.
Dopo tante disavventure, i morsi della fame si facevano sentire.
Pinocchio decise di cogliere un grappolo d'uva in un campo. Ma non
fece nemmeno in tempo ad avvicinarsi, che si trovò gli stinchi
presi in una tagliola. Ai suoi lamenti arrivò un contadino, che
aveva messo quella tagliola per le Faine che gli rubavano i
polli.
"Per l'uva faremo i conti domani", gli disse. "Ma intanto,
giacché proprio ieri è morto il mio cane Melampo che faceva la
guardia al pollaio", decise il contadino, "tu ne prenderai il
posto. Eccoti il collare. Starai alla catena. E abbaia, abbaia
forte se avvisterai i ladri".
Inutilmente i ladri, che erano una combriccola di Faine, quella
notte tentarono di corrompere Pinocchio, come gli era riuscito sino
ad allora con il cane Melampo.
"Se non abbai, ti daremo in premio una bella gallina", gli disse
una Faina. Invece Pinocchio, fedele al compito assegnatogli, dette
l'allarme, e i mariuoli furono costretti alla fuga. In premio, il
contadino che lo aveva incatenato gli restituì la libertà.
Ma ben si può immaginare come rimase il burattino quando,
arrivato dopo tante peripezie alla casa della Fata, vi trovò una
lapide di marmo con su scritto: "Qui giace la Fatina dai Capelli
Turchini, morta di dolore per essere stata abbandonata dal suo
fratellino Pinocchio".
Si disperò per tutta la notte e anche il giorno dopo, ma poi fu
raggiunto da un Colombo che la sapeva lunga, e che, caricatoselo
sulle ali, lo portò in volo sulla riva del mare.
Qui Pinocchio fece in tempo a vedere il suo papà su una
barchetta, che già aveva preso il largo, nonostante il mare fosse
in burrasca. Geppetto sembrò scorgerlo a malapena, gli fece un
cenno. "Ma dove sta andando?", s'informò Pinocchio.
"Sta andando lontano lontano, a cercare il figliolo perduto",
gli rispose il Colombo.
Allora il burattino si lanciò fra le onde, e cominciò a nuotare
per raggiungere Geppetto. Nuotò, e nuotò ancora. Poi, quando ormai
le forze stavano venendogli meno, si trovò sbattuto su un'isola,
che scoprì esser l'Isola delle Api Laboriose. E sapete chi c'era
qui ad attenderlo? C'era proprio lei, la Fata sua protettrice che
lui credeva morta!
A questo punto, vinto dai rimorsi, Pinocchio promise alla Fata e
a se stesso di mettere la testa a posto e di studiare davvero.
Oltre tutto, era stufo d'essere un burattino, e desiderava
diventare al più presto un bambino come si deve.
Frequentò la scuola con molto profitto, ma ancora una volta si
lasciò tentare dalle cattive compagnie. Si unì infatti ad un gruppo
di ragazzacci, che alla fine lo coinvolsero in una rissa.
Uno di loro rimase ferito. E siccome, alla vista del sangue,
tutta la marmaglia si disperse mentre lui rimase a soccorrere la
vittima, i Carabinieri, quando giunsero, credettero fosse Pinocchio
il feritore, e perciò l'arrestarono.
Stavano portandolo in prigione, ma il burattino, cui bisogna
riconoscere una notevole intelligenza, riuscì a tagliare la corda.
Un cane mastino, una sorta di cane poliziotto, chiamato Alidoro,
prese allora ad inseguirlo. Pinocchio però raggiunse il mare, vi si
tuffò e nuotò allegramente. Anche Alidoro si tuffò, ma non sapeva
nuotare. Invocò allora Pinocchio di aiutarlo, e siccome Pinocchio
aveva buon cuore, lo mise in salvo.
"Ti restituirò il favore", promise Alidoro per sdebitarsi.
Manco a dirsi, di lì a poco il favore fu ricambiato. Era infatti
accaduto che Pinocchio, mentre nuotava, fosse finito nelle reti
stese in mare dal Pescatore Verde. Costui, scambiatolo per un Pesce
raro, già l'aveva infarinato e stava per friggerlo, quando Alidoro
sopraggiunse, afferrò Pinocchio con la bocca, e corse, fino a
posarlo poi, delicatamente, a terra. A questo punto cane e
burattino si strinsero mano e zampa e si accomiatarono.
Finalmente, dopo altre peripezie, Pinocchio riuscì a ritrovare
la sua Fatina. Ancora una volta le giurò di volersi mettere a
studiare. Ed era sincero.
Di conseguenza la Fata gli disse: "Bene. Se sarà così, da domani
non sarai più un burattino, ma diventerai un ragazzo in carne e
ossa".
Però le promesse non sono facili da mantenersi. E lo dimostra il
fatto che, l'indomani, Pinocchio si lasciò di nuovo tentare dalle
cattive compagnie.
"Perché non vieni anche tu nel Paese dei Balocchi?", gli propose
il suo amico Lucignolo.
"Vieni con noi, ci divertiremo!", aggiunsero altri cento ragazzi
in partenza. E gli spiegarono che in quel luogo non esistevano
scuole né maestri, e si faceva vacanza dal primo gennaio al
trentuno dicembre.
Pinocchio pensò alla Fata, e alla parola che le aveva dato di
metter la testa a giudizio. Ma la tentazione era troppo forte, e
alla fine decise di partire. Così, per cinque mesi visse nel Paese
dei Balocchi.
Un brutto giorno,
però, si sentì spuntare due lunghe orecchie, la coda, e la sua voce
si trasformò in raglio: era diventato un asino!
Pianse amarissime lacrime, ma la sua sorte sembrava segnata. E
infatti come asino finì in un circo equestre, dove divenne
protagonista di uno spettacolo di grande abilità. Così grande, che
alla fine si azzoppò.
Ma la sventura fu, ancora una volta, la sua fortuna. Al circo
infatti non serviva più, e non trovarono di meglio che venderlo ad
un Tizio che con la pelle dell'asino voleva costruirsi un tamburo.
Ma, per togliere la pelle a un animale, bisogna che l'animale sia
morto: così il Tizio lo buttò in mare perché vi annegasse. I pesci
allora si precipitarono sulla sua carcassa, la spolparono e gli
restituirono l'originaria figura di burattino.
Ritrovatosi burattino, Pinocchio si mise a nuotare in cerca di
salvezza. Su una roccia che spuntava tra le onde vide una Capra dal
Vello Turchino: doveva essere quella la salvezza, tanto più che la
Capra lo incitava a gran voce: "Affrettati, Pinocchio, per carità!
Il mostro si avvicina!".
Il mostro era una grossa Balena che lo inseguiva, e che stava
per inghiottirlo. E infatti, quando ormai lo scoglio con la Capra
era vicinissimo, la Balena aprì una bocca immensa, ingoiò il
burattino, e la richiuse.
Non si pensi però che così si sia conclusa la vita di Pinocchio.
Si conclusero, in realtà, soltanto le sue peripezie. Perché, nel
ventre enorme della balena, immaginate un po' Pinocchio chi
incontrò? Incontrò suo padre Geppetto, che stava consumando una
frugalissima cena, seduto a un tavolino illuminato da una
candela.
La gioia dei due nel ritrovarsi non si può descrivere. Dopo
essersi raccontati l'un l'altro le disavventure vissute, misero a
punto un piano per uscire dal ventre della Balena. Poiché questa
aveva l'abitudine di dormire a bocca aperta, in una notte di luna
piena risalirono per il suo corpo, passarono attraverso i suoi
denti, e si tuffarono in mare.
Ma Geppetto era vecchio, faticava a nuotare. Allora Pinocchio,
che di buon cuore ne aveva sempre avuto, si caricò il papà sulla
schiena e continuò a dare larghe bracciate per raggiungere la riva.
Non l'avrebbero mai raggiunta, però, se in loro soccorso non fosse
arrivato un Tonno, che se li prese entrambi sul dorso e li depositò
sulla spiaggia.
E qui si compì il vero miracolo, che poi miracolo non è se si
ricorda che Pinocchio era un bravo burattino. Pinocchio si mise a
lavorare sodo, per mantenere se stesso e Geppetto. E mentre
lavorava gli accadde d'imbattersi in molti personaggi che l'avevano
accompagnato nelle sue avventure: il Gatto e la Volpe, puniti della
loro cattiveria; Lucignolo, purtroppo imprigionato nel corpo d'un
asino; il Grillo Parlante, che lo perdonò per le sue malefatte.
E incontrò in ultimo la Lumaca che faceva da domestica alla Fata
Turchina. Pinocchio stentò a riconoscerla, ma la Lumaca gli disse:
"Purtroppo la Fata è malata ed è ridotta in miseria: sta soffrendo
molto".
Il burattino ebbe una stretta al cuore. Senza pensarci un
attimo, si cavò di tasca i soldi guadagnati col suo lavoro, e li
diede alla Lumaca perché li portasse alla padrona. "Ne guadagnerò
altri e glieli manderò. Così potrà curarsi e guarire, povera Fata.
È stata sempre tanto buona con me!".
Da quel momento raddoppiò il proprio impegno. Dedicava al lavoro
persino le ore del sonno. Da solo, con buona volontà, con l'aiuto
di alcuni libri e di una sveglia intelligenza, imparò anche a
leggere e a scrivere.
Una notte, addormentatosi sfinito dalla stanchezza, sognò la
Fata che gli diceva: "Caro Pinocchio, ti perdono di tutto. I
bambini che aiutano il papà e la mamma quando si trovano in
difficoltà, come stai facendo tu, meritano di essere lodati".
Su queste parole il sogno finì. Pinocchio si svegliò. E
immaginatevi la sua sorpresa quando si accorse di non essere più un
burattino, ma un ragazzo come tutti gli altri. Accanto al letto
c'era un vestitino pronto da indossare. Pinocchio se l'infilò
e trovò nelle tasche i soldi che aveva dato alla Lumaca perché li
portasse alla Fata ammalata.
Poi cercò Geppetto. Era nella stanza accanto, allegro come una
volta, intento al suo lavoro di falegname.
"Come si spiega questo cambiamento, papà?", domandò gettandogli
le braccia al collo.
"È tutto merito tuo", gli rispose Geppetto. "Perché i birichini
che mettono la testa a posto riescono a fare più belle e più serene
anche le loro famiglie".
"E il vecchio Pinocchio di legno, dov'è finito?".
"Guardalo là". E Geppetto indicò un grosso burattino appoggiato
a una sedia, con la testa ciondoloni, le braccia inerti, le gambe
incrociate e piegate a metà, ch'era un miracolo che se ne stesse
ancora ritto. |