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In una casetta di pietra vivevano, molti
e poi molti anni fa, una povera vedova e il suo unico figlio,
che si chiamava Giacomino. Non possedevano che una mucca. La
mucca dava loro ogni giorno una certa quantità di latte, e con
la vendita del latte i due campavano, seppure miseramente.
Ma la mucca invecchiava, e allora la vedova l'affidò al figlio
perché la portasse al mercato, dove avrebbe potuto venderla.
Lungo la strada, Giacomino s'imbatté in un viandante, un tipo
curioso, che propose al giovane un baratto.
"Stammi bene a sentire", disse. "Se mi dai la tua mucca, io in
cambio ti dò cinque fagioli magici. Decidi".
Giacomino ci rifletté su un bel po'. Non sapeva come
comportarsi. Alla fine, attratto dalla supposta magia di quei
fagioli, accettò: cedette la mucca ed ebbe i fagioli.
Giunto a casa, la madre si mise le mani nei capelli.
"Ma tu sei ammattito, figlio mio! E adesso con che cosa vivremo?
Con i soldi avremmo comperato una mucca giovane, che ci avrebbe
dato del buon latte fresco. Così invece siamo alla fame. Sciagurato
ragazzo, non dovevo fidarmi di te!".
Incollerita, la donna afferrò i cinque fagioli e li fece volare
fuori dalla finestra. Poi entrambi andarono a dormire, senza
nemmeno cenare.
L'indomani, non appena Giacomino, alzatosi, andò alla finestra,
scorse, nel punto in cui erano stati gettati i fagioli, una pianta
gigantesca. Un fagiolo così alto che non se ne vedeva la cima.
"Allora quei fagioli erano magici davvero", pensò, "se in una
sola notte hanno fatto crescere questa pianta smisurata. Voglio
arrampicarmi per andare a vedere fin dove arriva".
Trovatosi al di sopra delle nuvole, Giacomino dette uno sguardo
attorno, e vide un castello. Con precauzione si staccò dalla
pianta, constatò che le nuvole reggevano il suo peso, procedendo su
di esse si diresse al castello e vi entrò.
Mettevano un po' di paura l'androne, gli scaloni, le sale.
Mentre egli s'incuriosiva nell'immaginare chi ne fosse il
proprietario, si sentì dire da un vocione: "E tu che sei venuto a
fare, qui? Chi sei?".
"Mi sono perso", mentì Giacomino, "ed è da ieri che non mangio.
Sapeste che fame che ho!".
Il vocione apparteneva alla padrona di casa, che era
un'orchessa, cioè la moglie d'un orco. Ma, mentre l'orco era un
violento, lei era mite, e provò simpatia per il ragazzo che le
stava di fronte.
Perciò si dette da fare: offrì a Giacomino del latte caldo, e
dei buoni dolcetti con lo zucchero sopra. Ma ecco che,
all'improvviso, la casa rintronò, e si udirono dei passi pesanti
come quelli d'un elefante.
"Presto, nasconditi, è l'orco che sta arrivando", disse il
donnone.
Mentre Giacomino trovava un rifugio, l'orco entrò dalla porta,
mettendosi di traverso, sennò non ci sarebbe passato. Poi si stese
su una poltrona larga quattro metri. Annusò, e sentì profumo di
carne umana.
"Ci dev'essere un bambino, in questa casa", sbottò.
Dal forno dove si era rifugiato, Giacomino tremava di paura.
"Un bambino?", finse di stupirsi l'orchessa. "Tu straluni ogni
giorno di più. Di che bambini e bambini vai cianciando? Stai
diventando vecchio, mio caro". E intanto, per distrarre il
consorte, gli mise davanti la cena, che consisteva in un capretto e
in un barilotto di vino.
Saziatosi,
l'orco cominciò a contare monete d'oro, cavandole da due
sacchi. Zecchini, marenghi, fiorini. Un vero tesoro. Conta e
riconta, alla fine si addormentò.
Allora Giacomino sgusciò dal forno, e riempì un sacchetto di
quelle monete. Poi tornò al fagiolo che lo aveva fatto salire fin
là, vi si abbrancò e prese a discendere.
"Meno male che l'orchessa era andata a prepararsi il letto",
pensava. "Altrimenti come avrei potuto fuggire, per di più con
tutto questo denaro?".
Ai piedi della pianta, ecco la madre di Giacomino, piangente e
preoccupata per l'assenza del figlio.
"Dove sei stato, dove? Vuoi proprio farmi morire
d'angoscia?".
"Sono stato dove mi ha portato la pianta cresciuta dai fagioli
magici. Ci credi, adesso, che erano magici?". E le mise davanti il
bel gruzzolo sottratto nella casa dell'orco.
Con quelle monete, madre e figlio vissero finalmente senza
problemi, almeno per un bel po'.
Ma anche se erano
tante, le monete finirono. Perciò Giacomino decise di tornare
ad arrampicarsi sul fagiolo, raggiungere il castello dell'orco
e prenderne altre. Per non farsi scorgere dall'orchessa, di
nuovo trovò rifugio nel forno.
Risuonarono fragorosi i passi dell'orco che, appena entrato,
fiutò l'aria e fiutò la presenza d'un bambino.
E di nuovo la moglie a dirgli: "Ma è proprio una fissazione! Tu
straluni sempre peggio. Bisognerà chiamare il medico, un giorno o
l'altro".
Lo diceva convinta, l'orchessa, perché non aveva visto nessun
forestiero da quelle parti. Così convinta, che l'orco si
tranquillizzò e, cavatosi dall'enorme tasca del giaccone una
gallina, si dette ad accarezzarla. Sotto quelle carezze, la gallina
si accovacciò e fece, seduta stante, due uova d'oro.
"Se ce la faccio, me la porto via", pensava Giacomino dal suo
nascondiglio. Così, non appena l'orco prese a russare, con un balzo
afferrò la gallina e, tenendola ben stretta, dalla torre del
castello balzò sulle nuvole e raggiunse la cima della pianta. Ma
questa volta la fuga fu complicata.
"Al ladro, al ladro!", gridava infatti la gallina,
starnazzando.
Per fortuna le foglie della pianta nascosero ben presto
Giacomino dalla vista dell'orco che aveva cominciato a inseguirlo,
e il ragazzo atterrò sano e salvo.
"Tutto lì?", si stupì la madre. "Solo una gallina gli hai
portato via?".
"Aspetta".
Giacomino l'accarezzò, come aveva visto fare all'orco, e la
gallina depose due uova d'oro massiccio.
"La nostra fortuna è fatta, ragazzo mio!", esclamò la madre.
"Lo so bene", rispose Giacomino, che era più in gamba di quanto
lei supponesse.
Grazie alle uova d'oro, Giacomino poté ordinare la costruzione
d'un palazzo, dove entrambi andarono ad abitare. Un palazzo nel cui
interno furono disposti quadri, arazzi, argenterie, vasellami, e le
cui porte non venivano mai chiuse. Tutti potevano entrarvi e
ristorarsi, soprattutto i diseredati: perché Giacomino aveva buon
cuore, e non dimenticava i tempi difficili della sua povertà.
Un triste giorno, però, la madre di Giacomino cadde ammalata, di
un male che i medici non riuscivano a capire. Era come se non le
importasse più di vivere. Aveva perduto il sorriso. Non provava
entusiasmo per nulla. Inoltre rifiutava il cibo, e perciò deperiva,
chiusa in una profonda malinconia.
Giacomino fece venire a palazzo clowns e giullari perché, con i
loro giochi, con i loro scherzi, le risollevassero il morale. Ma
non ci fu nulla da fare.
Decise allora di tornare nel castello dell'orco, sperando di
trovarvi in qualche modo un rimedio. Si arrampicò di nuovo sul
fagiolo, raggiunse il castello, e qui, senza farsi scorgere da
nessuno, si rifugiò dentro una pentola e attese gli eventi.
Ed eccolo, l'orco, giungere con i suoi passi pesanti. Cenò, poi
trasse da una cassapanca un'arpa magica, e lo strumento iniziò a
suonare, da solo, una melodia dolcissima: così dolce che l'orco,
dopo aver sorriso e poi riso di gusto, si addormentò.
Lesto, Giacomino
scattò fuori dalla pentola, prese al volo l'arpa e fuggì verso
il fagiolo per ridiscendere a terra.
Ma l'arpa non voleva saperne di lasciarsi rapire.
"Padrone, padrone!", gridava rivolta all'orco. "Svegliati. Mi
stanno rubando!".
E Giacomino: "Zitta! Taci una buona volta. Ti porterò dove
starai molto meglio di qui". E intanto correva. La pianta si
avvicinava, però si avvicinava anche l'orco, che gli era quasi alle
calcagna.
Come Dio volle, il ragazzo raggiunse prima la chioma, poi il
fusto della pianta e, con il fiato grosso e il cuore che gli
batteva forte, cominciò a scendere, a lasciarsi scivolare verso il
basso.
Non aveva ancora toccato terra, che l'arpa si mise a suonare una
nuova melodia, ancora più dolce. Ed ecco, per incanto, la madre di
Giacomino sorridere, farsi incontro al figlio, abbracciarlo.
Sembrava addirittura ringiovanita, ed era di sicuro guarita, grazie
a quel suono.
Tuttavia Giacomino non ebbe tempo di rallegrarsi, perché
s'accorse che la pianta oscillava. Oscillava sotto il peso
dell'orco che, trovata la strada, scendeva a riprendersi l'arpa, e
si può immaginare quanto fosse arrabbiato.
Non c'era un minuto da perdere. Giacomino corse a prendere una
scure e vibrò contro il fagiolo molti colpi ben assestati. Gli
stivaloni dell'orco erano già in vista, quando la pianta cedette,
trascinando l'orco in un burrone. Inutilmente l'orchessa lo cercò
per ogni dove: si era sfracellato.
E Giacomino? Giacomino seguitò a vivere felice e contento. Con
sua madre, l'arpa e la gallina. |