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La chiamavano Cenerentola perché era
costretta a rimanere tutto il giorno vicino alla cenere del
camino, nella casa in cui viveva assieme alla sua matrigna. La
matrigna aveva due figlie, non molto belle, anzi: piuttosto
brutte. E poiché Cenerentola era invece bellissima, la
matrigna, per ripicca, la costringeva a servirla e non le
permetteva di indossare abiti graziosi. Ma, nonostante fosse
coperta di stracci, la figura di Cenerentola risplendeva ogni
giorno di più.
Questo, alla matrigna e alle sorellastre, provocava una gran
rabbia, perciò facevano di tutto per umiliarla. La maltrattavano,
la deridevano.
"Sei così brutta e sgraziata", le dicevano a turno, "che ci
vergogniamo di te. Per carità: non allontanarti mai dalla cenere
del camino. Quello è l'unico posto dove puoi nasconderti. Se
qualche forestiero ti vedesse, ci faresti fare una brutta
figura".
E la matrigna,
indicando le figlie, aggiungeva: "Loro sì che sono degne di
tutti i riguardi. Assai presto si sposeranno e, a chiederle in
moglie, sarà un cavaliere, un duca. Chissà, forse un principe.
Dovrai accontentarti di stare al loro servizio".
Nonostante i soprusi, però, Cenerentola non si ribellava: era
troppo dolce e buona. E allora la matrigna ricorreva a ogni mezzo
per provocarla.
Rovesciato a terra un mezzo sacco di fagioli, chiamava
Cenerentola e le ordinava di raccoglierli: "Chinati, e rimettili
nel sacco a uno a uno. Sei tu, con la tua sbadataggine, che li hai
sparsi per terra".
E Cenerentola: "Sì, madre. Come voi volete. Un'altra volta
cercherò di fare più attenzione. Perdonatemi".
Tanta docilità mandava su tutte le furie la matrigna.
"Non vedi che il pavimento è pieno di cenere?", e soffiava nel
camino a pieni polmoni, sollevando la cenere che si spandeva
ovunque nella stanza, mentre la povera ragazza osservava a capo
chino.
"Pulisci, dunque", comandava la matrigna. "Tempo mezz'ora e
voglio vedere tutto lustro, bene in ordine, più pulito di prima.
Eccoti qui la scopa e gli strofinacci".
Cenerentola soffriva e ubbidiva.
Poi le sorellastre la beffeggiavano.
"Ih, ih! Se un qualunque giovane di queste parti ti vedesse,
brutta come sei, fuggirebbe a gambe levate, fosse anche il più
zoticone e sgraziato...".
Cenerentola taceva, convinta in cuor suo di non essere poi così
brutta come volevano farle credere. Era anche convinta che, dopo le
sofferenze, sarebbero giunte le gioie. Non sapeva esattamente quali
gioie potessero attenderla, ma confidava in un po' di
giustizia.
Ora accadde che il re, volendo dare una sposa al figlio, il
quale era nell'età di prendere moglie (e tutto il reame attendeva
il gran giorno), ordinò che a Palazzo si svolgesse una festa da
ballo a cui si invitassero tutte le fanciulle in età da marito.
"E tu, figlio mio", disse al principe, "dovrai scegliere quella
che più ti piace, sposarla, assicurarti un erede. Sennò, senza
discendenza, rischiamo che la monarchia venga meno".
"Sì, padre, avete ragione. Farò secondo i vostri comandi",
rispose il principe, che era bello e virtuoso.
Naturalmente, alla festa furono invitate anche le sorellastre di
Cenerentola, e la madre le accompagnò.
Si erano fatte fare dei ricchi abiti, e dicevano a Cenerentola:
"Ti piacerebbe, eh?, venire anche tu. Ma tu sei brutta come la
notte, ti scaccerebbero subito dal Palazzo".
Rimasta sola, Cenerentola scoppiò a piangere. E piangendo
sognava di poter partecipare al ballo anche lei. Mentre lo pensava,
ecco accendersi nella cucina una gran luce e apparire una fata.
"Sono la tua madrina", la tranquillizzò la fata, "e so che ti
piacerebbe partecipare alla festa. Bene, ci andrai".
"Con questi abiti?", si schermì Cenerentola. "Buona fata, io non
ne posseggo altri".
Non aveva ancora finito di dirlo, che si vide rivestita del più
splendente abito che si fosse mai visto, intessuto con i raggi
della Luna.
"E come lo raggiungerò, il Palazzo?", trepidò Cenerentola.
"Vieni nell'orto con me", di nuovo la rassicurò la fata.
"Coglieremo la zucca più grossa che c'è".Cappuccetto Rosso
Così fecero. Poi,
alzata la bacchetta magica, la fata trasformò la zucca in una
carrozza senza uguali per ricchezza, trainata da varie
pariglie di cavalli bianchi. E su quella carrozza Cenerentola
salì.
"Ricordati", le disse la fata, "che a mezzanotte in punto
l'incantesimo finisce. Perciò, prima di quell'ora devi tornartene
qui".
Cenerentola promise e, con il cuore che le batteva forte per
l'emozione, raggiunse la festa ed entrò nella gran sala da ballo.
Era così trasformata che matrigna e sorellastre non la riconobbero,
ma la scorse subito il principe, che le andò incontro e le fece un
inchino.
Le sorellastre di Cenerentola, che per tutta la sera avevano
cercato inutilmente di mettersi in mostra, trangugiavano invidia,
mentre a voce alta il principe esclamava: "Fate largo a tanto
splendore".
Da quel momento, il principe ballò solo con Cenerentola e già
stava per chiederla in sposa. Mancava un minuto a mezzanotte.
L'incantesimo stava per finire. A malincuore, con una scusa,
Cenerentola raggiunse la scalinata del Palazzo, corse giù, salì
sulla carrozza e se ne tornò a casa. E qui, immediatamente, riprese
il suo aspetto.
Ma era felice. E quando le sorellastre, rincasate, le
raccontarono le meraviglie del ballo, lei sorrise delle loro bugie:
infatti dicevano che il principe non aveva avuto occhi che per
loro.
Il principe, invece, innamorato e deluso, perché non sapeva come
e dove rintracciare la bellissima fanciulla, fuggita senza avergli
detto nemmeno il suo nome, volle che l'indomani il ballo si
ripetesse. Sperava che lei tornasse, e questa volta non l'avrebbe
lasciata scappare.
Così, la sera seguente, nella cucina dove Cenerentola se ne
stava sola e triste immaginando la festa che si teneva a Palazzo,
riapparve la fata. In un attimo Cenerentola si trovò rivestita d'un
abito lucente come il Sole, mentre la zucca si trasformava in una
carrozza di una magnificenza ancora maggiore di quella della sera
prima.
"Non dimenticare che l'incantesimo finisce a mezzanotte", le
raccomandò la fata. "All'ultimo dei dodici rintocchi dovrai essere
di nuovo a casa".
Cenerentola promise. Il principe, indicibilmente felice di
averla ritrovata, non l'abbandonò un istante per tutta la sera. E
tanta era la gioia di Cenerentola, che non s'accorse del passare
del tempo.
Ma batté a una pendola il primo rintocco della mezzanotte.
"Povera me, non
c'è un attimo da perdere", si allarmò Cenerentola. In fretta e
furia sgusciò dalle braccia del principe e si precipitò giù
dalla scalinata. Ma nel correre perse una delle scarpine, che
erano di cristallo finissimo.
Il principe era disperato. Questa volta, però, aveva una traccia
per iniziare le ricerche della misteriosa fanciulla che avrebbe
dovuto diventare sua sposa: aveva la scarpina perduta da
Cenerentola.
Partirono gli araldi del re, ad annunciare che il gran
ciambellano sarebbe passato in ogni casa del reame in cui vivesse
una ragazza, per provare a farle calzare la scarpina di cristallo.
Essendo questa piccolissima, il principe contava di poter
facilmente risalire a colei che lo aveva fatto perdutamente
innamorare.
L'ultima casa che il gran ciambellano visitò fu quella di
Cenerentola. L'estrema speranza era che si trovasse lì il piedino
adatto per quella scarpetta.
Si fecero avanti le sorellastre di Cenerentola. Ma, per quanti
sforzi compissero, il piede non entrava.
"Oh, che brutta notizia dovrò recare al principe", si rassegnò
il gran ciambellano. "Temo persino che egli ne morrà di dolore".
Poi, rivoltosi alla matrigna di Cenerentola: "Ma è proprio sicuro
che in questa casa non ci sia nessun'altra fanciulla?".
E lei, titubante: "Ci sarebbe una servetta, ma così brutta che
non osa farsi vedere".
"Io la voglio vedere", pretese il gran ciambellano.
Cenerentola avanzò, mise avanti il piedino. La scarpetta vi si
adattava alla perfezione. E per giunta era identica a quella che
lei aveva conservato in casa dopo la fuga di mezzanotte.
Fu portata al cospetto del principe, che provò una gioia immensa
per aver ritrovato la fanciulla dei suoi sogni. E in un battibaleno
si decise che le nozze venissero celebrate.
La festa fu straordinaria. Vi parteciparono anche la matrigna e
le sorellastre di Cenerentola che, pentite della propria malvagità,
le avevano chiesto perdono.
E lei, essendo di buon cuore, le volle con sé a Palazzo. Dove
tutti vissero felici e contenti per cent'anni e anche di
più. |