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Biancaneve era una bellissima fanciulla,
ed era una principessa perché figlia di re. Biancaneve la
chiamavano i cortigiani e i sudditi, perché la sua pelle era
bianchissima, bianca proprio come la neve. I suoi genitori,
oltre a volerle un gran bene, ne erano orgogliosi. E lei
cresceva buona, sempre più bella.
Avvenne che la regina sua madre morì. Il re provò molto dolore
per la perdita della moglie e Biancaneve soffrì ancora di più,
specie quando il re, stancatosi di essere vedovo, sposò una donna
assai bella anche lei, ma crudele, cattiva. Cattiva al punto di non
sopportare che, diventata regina, qualcuno nel reame fosse più
bello di lei.
La matrigna di Biancaneve era una mezza strega, in quanto
conosceva tutti i segreti della magia. E possedeva uno specchio.
Uno specchio magico capace di rispondere a tutte le sue domande, su
qualunque argomento, e di rispondere dicendo la verità, non
sbagliando mai.
"Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?", gli
domandava ogni giorno. E lo specchio, ogni volta, le rispondeva:
"La più bella sei tu, o mia regina, di giorno e dalla sera alla
mattina".
Rassicurata, eppur preoccupata, la regina teneva però d'occhio
la figliastra. Perché Biancaneve si faceva sempre più bella, e
molti principi, affascinati dal suo splendore, si erano già
presentati al Palazzo Reale per chiederla in sposa.
Un giorno la regina si mise davanti allo specchio e ripeté la
solita domanda. Si sentiva inquieta, come se presagisse qualche
sgradevole risposta.
Infatti:
"Specchio delle mie brame. Chi è la più bella del reame?",
chiese. E quella volta lo specchio sentenziò: "Fino a ieri la
più bella eri tu. Ma ora Biancaneve lo è molto di più".
È facile immaginare la rabbia e la disperazione della regina.
Non voleva credere al responso dello specchio.
"E se si fosse sbagliato?", pensò per consolarsi. "Mi ha sempre
detto la verità, ma uno sbaglio chiunque lo può fare.
Riproviamo".
Ripeté la domanda e la risposta fu identica. E così il giorno
dopo e quello dopo ancora. Anzi, questa volta le parole dello
specchio furono tali da toglierle ogni speranza: "Sempre bella mia
regina tu sei. Ma Biancaneve è splendida, tu vieni dopo di
lei".
Su tutte le furie, la regina pestò tante volte i piedi per
terra, poi spaccò i soprammobili preziosissimi che ornavano la sua
camera. Ma questo non poteva restituirle il primato toltole da
Biancaneve.
"Mi ha tolto il primato di bellezza?", si disse. "E io tolgo lei
di mezzo. La farò uccidere, così la più bella tornerò ad essere
io".
All'insaputa del re, padre di Biancaneve, ordinò immediatamente
a un servo di Palazzo di portare con una scusa Biancaneve nel
bosco, e di sopprimerla.
"Come prova di avere obbedito ai miei comandi", lo ammonì, "mi
porterai il cuore della principessa. Voglio essere sicura che tu
esegua l'incarico. Va'".
Il servo e Biancaneve s'inoltrarono nel bosco. La fanciulla
parlava con tanta confidenza e dolcezza che il servo s'intenerì, le
raccontò cosa avesse in animo la regina, le s'inginocchiò
davanti.
"Perdonami, mia principessa, per avere solo pensato di poterti
uccidere. Non lo farò mai. Però fuggi nel bosco, non tornare mai
più nella reggia. Io ammazzerò un capriolo, gli strapperò il cuore
e lo porterò alla regina che ti crederà morta... Buona fortuna,
principessa!".
Quando la regina si vide tra le mani quel cuore, rise, e rise
ancora, con perfida soddisfazione: "Finalmente la più bella sarò di
nuovo io".
Intanto Biancaneve vagava alla ricerca d'un rifugio. Ma non
c'era traccia di presenze umane nel bosco.
Già aveva perduto la speranza d'essere soccorsa, quando, in una
piccola radura, vide una piccola casa con delle piccole finestre.
La raggiunse e sbirciò dentro da una di esse. Poi si fece coraggio,
ed entrò. Nella piccola camera era apparecchiata una piccola tavola
per sette commensali. Minuti erano i piatti e le posate. E
ugualmente minuti i sette letti, evidentemente per altrettante
persone.
Biancaneve non ci stette a pensare su. Mangiò qualcosa da
ciascun piatto, bevve un sorso da ogni bicchiere grande poco più di
un ditale, quindi adocchiò uno dei lettini e vi si sdraiò.
Stanca com'era, avrebbe dormito chissà fino a quando se,
all'imbrunire, non l'avesse svegliata una canzoncina. Nello stesso
momento la porta si aprì ed entrarono sette nani, tutti con degli
attrezzi da lavoro sulle spalle.
I nani erano i proprietari della casetta. Il loro lavoro
consisteva nell'estrarre da una ricca miniera, piuttosto distante,
oro e pietre preziose. Essi rincasavano ogni sera, così come ogni
mattino se ne ripartivano, allegri e contenti come Pasque.
Avevano dei nomi alquanto buffi: Gongolo, Eolo, Pisolo, Mammolo,
Dotto, Brontolo e Cucciolo. Cucciolo era il più piccolo, perciò si
chiamava così.
Uno dei nani cominciò a dire: "Chi ha mangiato nel mio
piatto?".
Un altro: "Chi ha bevuto nel mio bicchiere?".
E un terzo: "Chi ha usato le mie posate?".
Infine: "Chi sta dormendo nel mio letto?".
"Sono io, Biancaneve", disse la principessa con un inchino.
"Che ci fai, tu, qui?", domandarono i nani.
Udita la triste storia di Biancaneve, i nani la rassicurarono:
"Potrai rimanere con noi anche per sempre. Vuol dire che ci terrai
in ordine la casa e preparerai pranzo e cena. Ti va?".
Biancaneve buttò le braccia al collo di ciascun nano, e li baciò
tutti. Uno di essi, Dotto, che era il più saggio, le raccomandò:
"Prometti di non aprire mai la porta a degli sconosciuti. Conosco
la tua matrigna. Non tarderà a scoprire che tu sei viva. Glielo
confiderà lo specchio magico".
Dotto aveva ragione. In effetti la regina, volendo la conferma
del suo riconquistato primato di bellezza, interrogò di nuovo lo
specchio che, con sua sorpresa, le rispose: "Regina, la più bella
qui sei tu. Ma al di là dei monti e dei piani, presso i sette nani,
Biancaneve lo è molto di più".
Allora,
furibonda, la malvagia matrigna si travestì da merciaia,
spinse avanti a sé un carretto in cui aveva messo un prezioso
pettine di madreperla dai denti avvelenati, si presentò alla
casetta dei nani, e offrì a Biancaneve, che era affacciata sul
balconcino, il pettine che avrebbe dovuto ucciderla.
"Sei così bella, fanciulla, che te lo voglio regalare". E
scomparve.
Biancaneve se lo mise fra i capelli e il veleno fece subito
effetto. Cadde a terra tramortita.
Ma, per fortuna, i nani erano già sulla strada del ritorno.
Videro la fanciulla pallida come la cera. Le prestarono cure
miracolose, con l'aiuto di alcune erbe che solo loro sapevano dove
nascessero, e Biancaneve rinvenne.
"Devi essere più attenta", la rimproverò dolcemente Gongolo,
mentre gli altri nani prevedevano: "Tornerà. La regina tornerà
presto per farti del male, non appena lo specchio le avrà detto che
tu sei sempre viva. In guardia Biancaneve. Dacci ascolto".
Avevano ragione.
Perché la cattiva matrigna di Biancaneve, pazza di rabbia per
non essere riuscita nel suo intento, ci riprovò. Camuffatasi
da vecchia contadina, di nuovo raggiunse la casa dei nani,
reggendo a un braccio un cesto di bellissime mele. E si mise a
canterellare: "Voglio offrire la mela più bella alla più bella
fanciulla del mondo. E una mela più bella di questa, non
c'è".
Intanto, lustrava ben bene una splendida mela rossa in cui,
partendosene dalla reggia, aveva iniettato un veleno
potentissimo.
Ancora una volta Biancaneve non resistette alla curiosità.
Sporse un braccio, prese la mela, l'addentò e subito cadde a terra,
senza vita.
Così la trovarono i nani, alla sera. E non conoscevano altri
rimedi per intervenire, troppo potente era stato il veleno, troppo
tempo era passato da quando Biancaneve l'aveva assorbito.
La piansero. L'adagiarono in una bara di cristallo per poterla
vedere sempre, tant'era bella anche da morta, e misero la bara sul
limitare del bosco, dove i fiori profumavano e gli uccellini
cantavano.
Passò per quel sentiero un giovane principe a cavallo. Un
principe bello come il Sole. Vide la bara, contemplò la fanciulla
bella come la Luna, e subito se ne innamorò. Allora, sollevato il
coperchio, baciò Biancaneve sulle labbra. E si compì il prodigio.
La principessa si sollevò, tossì, dalla gola le uscì il pezzetto di
mela avvelenata che l'aveva condannata a quella morte
apparente.
"Mio principe, mio salvatore!", esclamò Biancaneve abbracciando
il cavaliere che, vestito tutto d'azzurro, era conosciuto, appunto,
come il Principe Azzurro. I nani non stavano in sé dalla gioia.
Applaudivano.
E, sapendo come sarebbe andata a finire, cioè che il Principe
avrebbe fatto salire Biancaneve sul suo cavallo per prenderla in
sposa nel suo castello, le donarono un sacchetto di gemme
sfavillanti, che valevano un patrimonio, da aggiungere alle già
immense ricchezze del principe.
Infatti, così avvenne. Su quel cavallo, una coppia di giovani
più bella non la si sarebbe potuta immaginare.
"Addio, miei cari nani!".
"Addio, Biancaneve! Ci mancherai".
Il cavallo disparve al galoppo nel folto del bosco, con i due
innamorati in groppa.
E se qualcuno volesse sapere cosa ne fu della cattiva regina,
eccolo soddisfatto. Saputo dallo specchio che non solo Biancaneve
era viva, ma che la sua bellezza era ancor di più cresciuta, essa
provò una tale rabbia che cadde al suolo, stecchita.
E a far rivivere lei non vi furono certo i dolci baci di un
principe. |