|

Un re
e una regina vivevano d'amore e d'accordo nel loro castello, al
centro d'un reame tranquillo e pacifico. Ma non erano completamente
felici, perché non avevano figli e la regina ne desiderava
ardentemente uno.
Così il re, così i sudditi.
Invano il re si era rivolto a maghi e
indovini, anche di lontane contrade, chiedendo il loro intervento
in modo da orientare le stelle verso la nascita di un erede. Non
c'era stato nulla da fare.
Già i sovrani si stavano rassegnando al
destino, quando la regina s'accorse, con immensa gioia, d'essere
prossima a diventare madre.
Alcuni mesi dopo nacque la
principessina, e la sua nascita fu accolta con giubilo immenso in
tutto il territorio del regno.
Il re era fuori di sé dalla gioia.
Dispose che si tenesse una gran festa di benvenuto in onore della
neonata, a cui partecipassero tutti i sudditi. E cuochi e servitori
ebbero, per alcuni giorni, il loro da fare, dovendo preparare lo
straordinario ricevimento.
Alla festa intervennero sette fate, che
si offrirono di essere madrine della principessa. E ciascuna di
esse le fece un dono.
"Io ti regalo la bellezza", disse la
prima fata.
"Io, l'intelligenza", disse la
seconda.
La terza annunciò: "Da me, arai la
bontà".
E la quarta: "Io ti assicuro nobiltà
d'animo".
La quinta fata donò la sapienza e la
sesta le dette il dono della pazienza.
Stava per farsi
avanti la settima fata, quando nel salone della reggia apparve
una creatura magica, tutta vestita di nero, metà fata e metà
strega, che con le sue minacciose parole gettò il gelo e lo
sgomento in tutti i presenti.
"Non sono stata invitata alla festa",
sibilò risentita, "ma anch'io faccio alla principessa un dono, che
è questo. Ella morrà al compimento dei sedici anni, e morrà per la
puntura di un fuso, di quelli che si adoperano per filare la lana e
la seta".
Poi scomparve, lasciando nella
costernazione e nel dolore il re, la regina, e tutti i loro
sudditi.
"Ti prego, fa' qualcosa contro questa
maledizione", supplicò il re rivolgendosi alla settima fata, che
non aveva ancora espresso il suo dono.
"Purtroppo", lei confessò, "io non ho
poteri sufficienti per annullare la minaccia. Però potrei...".
"Cosa potresti fare?", implorò
trepidante la regina.
"Posso trasformare la morte in un lungo
sonno, un sonno che duri cent'anni. Dopo di che, si vedrà".
Un poco risollevati da questo rimedio,
re e regina adottarono subito adeguate misure perché la maledizione
della fata cattiva non potesse avverarsi. Perciò mandarono araldi
in tutto il reame, a trasmettere l'ordine del sovrano: "D'ora in
avanti, è proibito filare con fuso e conocchia. Tutti i fusi
dovranno essere bruciati, distrutti. Chiunque verrà trovato in
possesso d'un fuso, sarà punito con la morte".
Passarono gli anni. La principessa
cresceva felice, ignara della predizione che pesava su di lei.
Diventò una bellissima fanciulla, poi una giovinetta splendente.
Risplendeva soprattutto per la grazia e per la bontà d'animo, per
l'amore che portava ai suoi genitori e a qualunque creatura. No,
non sarebbe mai stata capace di fare del male a nessuno, una
principessa così deliziosa.
Un'estate, l'estate in cui lei compiva
sedici anni, la Corte reale si trasferì nella residenza di
campagna.
Il re e la regina avevano infatti
diritto a riposarsi, dopo le fatiche di governare il loro regno. E
la principessa fu ben felice di lasciare per qualche mese il
castello, andando incontro a quello che la Natura sa offrire quando
si ha il tempo e la voglia di contemplare le sue meraviglie.
Furono allestite ventidue carrozze,
ognuna trainata da due pariglie di cavalli bianchi, dove presero
posto i sovrani, la principessa, il ciambellano, il maggiordomo e
il resto del seguito. Anche i paggi vi presero posto. I servi,
invece, dopo aver caricato i bagagli, com'era d'uso a quel tempo se
ne andarono a piedi.
In campagna, la dimora reale era di
magnificenza pari alla reggia. C'erano laghetti, giardini, piccoli
boschi ben curati dove cantavano migliaia di uccelli d'ogni specie,
d'ogni colore, ognuno con il proprio gorgheggio. E, per la
principessa, erano state predisposte altalene, giostre e casette
piene di bambole.
Ma quell'anno la principessa non
riusciva più a interessarsi a quei giochi. Con i suoi sedici anni,
ella era attratta da curiosità d'altro tipo.
Così passeggiava ogni giorno alla
ricerca di qualcosa di nuovo. Montava a cavallo e se ne andava un
po' in giro, sempre sperando in qualche incontro capace di
movimentarle la vita.
Un giorno, nonostante la regina le
avesse raccomandato di non spingersi troppo lontano nelle
perlustrazioni, la principessa si avventurò al di là dei boschi, al
limitare di una foresta, e qui scorse una capanna tanto mal ridotta
da sembrare disabitata.
Incuriosita, spinse la porta ed
entrò.
In fondo alla stanza, vicino a una
finestruola che dava un po' di luce, c'era una vecchina, seduta su
una bassa seggiola, con degli strani attrezzi in mano.
"Buon giorno, signora", salutò la
principessa.
"Buon giorno a te, bella ragazza. Vieni
avanti. Non sai che piacere mi dai a venirmi a trovare. Sono anni
che non ricevo una visita", disse la vecchina.
"E che cosa stai facendo, con quegli
arnesi, che non li ho mai visti?".
"Come, non li hai mai visti?", si stupì
la vecchina. "Questo è un fuso, e questa è la conocchia. Non hai
mai visto filare la lana, la seta? Guarda bene. Si fa così".
Talmente fuori mano era quella
casupola, praticamente nascosta alla vista, che gli araldi, mandati
in giro dal re tanti anni prima, non avevano potuto portarvi
l'ordine di distruggere i fusi. E per tutto quel tempo la vecchina
aveva continuato a filare.
"Un fuso?",
s'incuriosì la principessa. "Voglio vederlo da vicino. Voglio
prenderlo in mano". Afferratolo, si punse un dito e cadde a
terra, immobile.
Spaventata, dopo averle prestato i
primi soccorsi, la vecchina corse a chiedere aiuto. Furono
informati il re e la regina, la cui disperazione si può ben
immaginare.
Ma il re non si rassegnò. Mandò un suo
scudiero a cercare la settima fata, quella che aveva tentato di
bloccare la maledizione della strega. Lo scudiero si precipitò da
lei. La trovò e la condusse al cospetto del re.
"Sta dormendo", constatò la fata.
"Dormirà per cento anni, come vi dissi, né io posso svegliarla.
Posso però fare in modo che, quando si desterà, vi trovi accanto a
lei, come siete adesso". E con la bacchetta magica toccò tutti
coloro che vivevano nel castello.
Subito essi caddero addormentati, nella
posizione in cui si trovavano. La regina mentre si asciugava gli
occhi dal gran piangere, il re mentre discuteva col ciambellano sul
da farsi, i cuochi mentre armeggiavano in cucina.
Quindi, la
settima fata fece sorgere attorno al castello una foresta
inestricabile, in modo da renderlo inaccessibile a chiunque
fosse passato di là...
Ma di lì passò, giusto cent'anni dopo,
un giovane principe che se ne andava a cavallo. Dall'alto della
sella scorse le punte delle torri del castello, s'incuriosì, e
pensò di raggiungerlo.
"Voi ne sapete qualcosa?", domandò a un
boscaiolo che si aggirava là attorno.
"Per quel che ne so, nel castello
giace, addormentata, la più bella principessa del mondo. Almeno
così ho sentito dire", rispose il boscaiolo.
"Voglio vederla", esclamò il
principe.
"Ma è impossibile", scosse il capo il
boscaiolo, "la foresta è così intricata che ve lo impedirà".
Per nulla rassegnato, il principe prese
ad avanzare, e a mano a mano, al suo passaggio, i rami degli alberi
si ritraevano. Giunse al castello, vi entrò, vide la principessa
che dormiva. Era davvero la più bella creatura del mondo. Si chinò
su di lei e la baciò.
La principessa si svegliò, e subito
ricordò quel che era accaduto. Allora buttando le braccia al collo
al giovane, esclamò: "Grazie, mio bel principe. Avete rotto
l'incantesimo. State a sentire, vi racconto com'è andata la storia,
come cominciò".
E mentre la principessa raccontava,
tutti gli abitanti del castello si risvegliarono. Il re riprese a
discutere col ciambellano, la regina seguitò ad asciugarsi le
lacrime, i cuochi tornarono a sfaccendare in cucina.
"Volete sposarmi, mia principessa?",
domandò il giovane a quel punto.
"Sì, mio bel principe. Con tutto il
cuore", rispose raggiante la fanciulla.
Senz'altri indugi, si celebrarono le
nozze fra i due. Venne imbandito un banchetto, che mai si vide
l'uguale per sapori, varietà e quantità di cibi, e ad esso
parteciparono tutti i sudditi del reame. Poi il re e la regina, si
misero, felici, a ballare.
Dopodiché gli sposi partirono verso il
regno del principe. Dove si amarono per altri
cent'anni. |