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Una volta una
ragazza gli scrisse: «Sei uno Zorro più affascinante di
Alain Delon». Di lettere di questo genere ne riceveva
parecchie, perché - oltre a essere un campione di scherma
- era un ragazzo aitante, biondo, con gli occhi glauchi, di
quelli che fanno sognare le adolescenti. Fosse nato una
ventina di anni più tardi, il cinema - o la televisione -
l'avrebbero certamente catturato. I suoi erano tempi
diversi, e la distanza fra il mondo dello sport e quello dello
spettacolo era praticamente incolmabile (a parte il caso,
unico, di Carlo Pedersoli, campione di nuoto, trasformato in
divo dello schermo con lo pseudonimo di Bud Spencer, ma quasi
nessuno sapeva che fosse stato il primo italiano a scendere
sotto il minuto nei cento metri stile libero).
Maffei, uomo di sport, è sempre
rimasto tale, anche se il suo volto da attore contribuì in
misura determinante a rendere popolare la scherma,
disciplina tecnica di cui i media s'accorgono soltanto in occasione
delle Olimpiadi o dei Campionati del mondo.
È ancora un uomo di sport. Il suo ufficio è al quarto piano del
nuovo palazzo delle Federazioni Sportive del Coni, in via Flaminia,
a Roma. È rimasto nell'ambiente, dopo aver chiuso parecchi anni fa
la carriera agonistica. E adesso è il segretario generale della
Federazione Italiana Scherma.
Prima ha ricoperto altri importanti incarichi nello sport italiano:
è stato il responsabile dei Giochi della Gioventù, s'è occupato
dello sport per disabili, è stato segretario della Federazione del
Pentathlon Moderno, ha guidato (in un momento complesso e
difficile, ma con risultati eccellenti) le sorti della medicina
sportiva.
Un'altra ragazza, sempre ai tempi delle sue medaglie d'oro, gli
scrisse: «Sei il mio Scaramouche».
La scherma ha un forte potere
evocativo. Richiama alla memoria i duelli, Alessandro Dumas
e i tre moschettieri, la cavalleria, i tornei medievali e
Walter Scott, i tempi andati nei quali l'onore si difendeva
sul filo di una lama, magari all'alba, dietro un convento. Il
cinema di Barry Lindon, eredità nobile del genere cappa e
spada che furoreggiava all'epoca di Errol Flynn o - prima
ancora - di John Barrymore. O i versi indimenticabili di
Edmund Rostand, scritti per l'eroe sfortunato Cyrano de
Bergerac: «e giunto al fin della licenza / io tocco!».
Il controllo totale del proprio corpo, delle proprie emozioni,
la capacità di colpire al momento giusto, quello utile per una
rima, e una stoccata.
Gli schermidori, nonostante la scarsa
notorietà di cui godono rispetto ai calciatori, ai ciclisti o ai
piloti di formula Uno, hanno il potere di affascinare le
adolescenti. Poi sono in pochi a distinguere la spada dal fioretto
o dalla sciabola, a capire le finezze tecniche e le sequenze di
parate e risposte che costituiscono il succo di una disciplina
difficile e faticosa, che richiede una preparazione dura e
lunghissima. Le ore in palestra e in sala d'armi, la concentrazione
assoluta, presupposto indispensabile per "toccare" al
momento giusto, cercando il punto debole dell'avversario e coprendo
il proprio.
Michele entrò la prima volta in
una sala d'armi che aveva appena nove anni. «Un amico di mio
padre, il maestro De Sanctis, mi volle portare in palestra.
Lui si dimostrò subito convinto delle mie possibilità.
Cominciai con il fioretto, ma non riuscivo ad emergere: mi
mancava la zampata. A sedici anni passai alla sciabola. Mi
accorsi subito che era quella la mia specialità. Rispetto al
fioretto, la sciabola è un'arma meno pignola, più guascona. In
qualche modo, a bersaglio ci si va». La guasconeria può essere
letta come una caratteristica romana, e Maffei è un romano
purosangue. «Un po' pigro, un po' fatalista, con un pizzico
di superstizione», disse una volta.
Per altri versi,
Maffei era invece considerato, quando tirava, molto poco
italiano. Freddo e compassato, quasi nordico. «Prima di una
competizione importante», confessava, «sono nervoso
anch'io: dormo meno bene del solito e fumo qualche sigaretta
in più. Ma cerco di non lasciar trapelare nulla per togliere
sicurezza all'avversario. Evito anche di fare scene inutili, e
questo finisce alla lunga per accattivarmi le simpatie delle
giurie».
Conquistò il titolo di Campione
del Mondo nell'individuale di sciabola nel 1971 a Vienna,
quando aveva venticinque anni, e le giurie internazionali non
avevano ancora avuto modo (forse) di apprezzare in pieno la sua
compostezza. Tre anni prima, alle Olimpiadi di Città del Messico,
s'era classificato secondo nella sciabola a squadre, e settimo nel
fioretto a squadre (segno di una versatilità notevole). In quello
stesso anno (il 1986) era salito sul gradino più alto del podio nel
fioretto individuale ai Campionati Mondiali Militari e aveva
conquistato la medaglia d'argento nella sciabola a squadre.
Quando vinse il mondiale di
Vienna da due mesi era entrato a far parte del Centro Sportivo
Carabinieri. Vi sarebbe rimasto fino al 1974. Un periodo, tutto
sommato, breve nell'arco una carriera agonistica protrattasi - ad
altissimi livelli - per oltre quindici anni, dalle Olimpiadi del
1968 fino ai Mondiali del 1983 (ancora Vienna) quando fu medaglia
di bronzo nella sciabola a squadre.
Eppure, quei tre anni nell'Arma lasciarono una traccia
profonda.
«Furono anni molto intensi», ricorda Maffei, «anche
perché coincisero con un periodo di rinascita dello sport italiano.
L'Arma mi aiutò moltissimo, come aiutò molti altri miei colleghi. I
Carabinieri e, più in generale, le Forze Armate svolsero allora (e
svolgono ancora oggi) un ruolo decisivo perché il movimento
sportivo italiano crescesse e maturasse profondamente. Questa è la
ragione per la quale i miei legami con l'Arma sono rimasti sempre
strettissimi».
I ricordi si intrecciano: la caserma in cui prestava servizio a
Roma, il corso Allievi, la sala di scherma in viale Romania (dove
c'era anche il maneggio), il colonnello Giancarlo Giudici, che
aveva creato il Centro Sportivo dell'Arma, e il Maestro Pietrolati,
insegnante di scherma.
Alla fine degli anni Sessanta -
ai tempi dei primi successi internazionali di Maffei - la
scherma stava cambiando pelle. Non erano più sufficienti, come
in passato, l'eleganza e la fantasia: occorrevano doti
atletiche, e questo comportava allenamenti pesanti e gravosi.
Tramontava l'epoca delle due grandi scuole: l'italiana
(morbida e fluida) e la francese (possente e vigorosa),
tutte e due basate su un'agilità felina, e sullo studio
psicologico dell'avversario. Solo i maestri erano ammessi ai
grandi tornei: i dilettanti erano classificati in una
categoria a parte.
Furono i Paesi dell'Est, e in
particolare l'Unione Sovietica, a rivoluzionare il modo di
combattere, operando una sintesi fra le due differenti
impostazioni, e puntando molto di più sull'errore avversario. E -
appunto - sulla preparazione fisica.
Anni di lavoro. La prima volta in pedana a nove anni, la prima
Olimpiade a ventidue. Un numero incalcolabile di medaglie. Quattro
campionati italiani, due Giochi del Mediterraneo. Un palmares
importante, e un bilancio ancor più positivo. «Spero», riassume
oggi Maffei, «di aver offerto un esempio ai giovani. Credo di aver
interpretato nel modo giusto il rapporto con lo sport: correttezza
e onestà».
Corretto e onesto al punto da riconoscere che altri schermidori
italiani del dopoguerra sono stati più grandi di lui: Edoardo
Mangiarotti (un mito), Valentina Vezzali, ancora in
attività, e Mauro Numa, carabiniere anche lui.
Numa, in carriera, ha vinto di più. Ma il nome di Maffei è rimasto
più del suo nella memoria dell'Arma. Per una serie di ragioni,
alcune impalpabili. Il momento storico dei suoi successi, il volto
da divo del cinema, la carriera proseguita ben oltre la fine
dell'attività agonistica. Una vita dedicata interamente allo sport.
E poi quelle lettere delle ragazze che lo paragonavano ad Alain
Delon, a Zorro, ai moschettieri.
La scherma è uno
sport complicato. Serve eleganza e fantasia, come
s'è detto. E doti atletiche. Occorre una grande serietà e costanza
negli allenamenti. Ma serve anche la testa: il massimo della
concentrazione. Altrimenti una gara vinta, ti scivola via.
È quanto accadde a Maffei nel 1972, alle Olimpiadi di
Monaco, nella gara individuale. «Ero tra i favoriti»,
raccontò in un'intervista di qualche tempo dopo, «e avevo la
vittoria a portata di mano. Mi sarebbe bastato un successo sul
mancino sovietico Sidiak, la mia bestia nera. Credo di aver sentito
troppo quell'incontro. Mi emozionai, e persi. Avrei potuto ancora
farcela a entrare in zona medaglie ma, fra errori e sfortuna,
infilai altre due sconfitte e rotolai al quarto posto. Che cosa
provai? Di tutto. Rabbia, delusione, avvilimento, voglia di
smettere. Mi ero preparato meticolosamente per un anno e non mi era
riuscito neppure di salire sul podio olimpico: per la gente era
come se non avessi fatto nulla».
Si riabilitò,
per fortuna, nella prova a squadre, contribuendo in misura
determinante alla conquista della medaglia d'oro, prendendosi
anche la rivincita su Sidiak, che sconfisse per 5 a 2.
Un anno più tardi, ai
mondiali di Göteborg, un'altra cocente delusione.
«Durante le qualificazioni mi infortunai a una caviglia.
Un'infrazione ossea. Volevano ingessarmi, ma io chiesi, e ottenni,
di tornare in pedana, perché ero ormai vicino alla finale. Fu un
errore: non c'ero con la testa: paravo e rispondevo, ma pensavo
alla caviglia malandata. Il titolo andò al mio amico Montano, e
improvvisamente ebbi la sgradevole sensazione di essere stato
dimenticato da tutti. Ci misi due anni per riprendermi e tornare a
galla. Fu un'esperienza che mi maturò moltissimo». Dopo di
allora provò molto più gusto a vincere.
Nel 1976, a Montreal, fu secondo nella
sciabola a squadre e sesto nell'individuale. Nel 1980, a Mosca,
ottenne gli stessi piazzamenti. Ai Mondiali salì sul podio a
Göteborg (squadre), Grenoble (1974, squadre), Amburgo (1978,
individuale e squadre), Melbourne (1979, squadre), Clermont Ferrand
(1981, individuale), Roma (1982, squadre), Vienna (1983,
squadre).
Una volta, quando era ancora nel pieno dell'attività agonistica,
disse: «Quando smetterò, mi piacerebbe dedicarmi
all'insegnamento per curare il settore giovanile. Credo che potrei
fare ancora qualcosa per la scherma italiana».
Ha fatto molto, sia per la scherma che per lo sport italiano. E
continua a fare, nel suo ufficio al quarto piano del nuovo palazzo
delle Federazioni Sportive. Dirigente sportivo, con l'animo del
Carabiniere. |