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Cinque Storie
Alberto Tomba
Un gigante molto molto
speciale
In Tomba
la bomba. Lo chiamavano così - in italiano - anche in
Giappone, o negli Stati Uniti. Come spaghetti e pizza. Un
fuoriclasse, ma non solo. Un personaggio, un
protagonista assoluto, uno che riempiva gli schermi
televisivi, con le sue vittorie, le sue
smargiassate, gli errori di sintassi, le
capriole al traguardo, le coppe lanciate a chi
gli era antipatico, le piccole prepotenze. Ma anche,
e soprattutto, con una classe impareggiabile, una potenza
e una leggerezza che gli permettevano di vincere a ripetizione
in specialità tecniche e complesse - come lo slalom speciale e
lo slalom gigante - nelle quali è quasi impossibile vincere
due gare consecutive. Una volta, lui, ne vinse undici di
seguito. Era il 1995, e lui da otto anni era ormai il numero
uno. Un mito, nel vero senso della parola. Talmente forte da
creare nei suoi avversari un complesso di inferiorità;
talmente forte da costringerli all'errore.
Albertone scrive il
primo capitolo della sua favola nel 1987. Ha esordito in
Coppa del Mondo nella stagione precedente, ottenendo un
paio di buoni risultati. Me nessuno lo considera ancora un
campione. Nessuno immagina che possa esplodere come una
bomba.
Al Sestriere vince la sua prima gara di Coppa, uno slalom
speciale. Ventiquattro ore dopo si ripete in gigante, battendo
Ingemar Stenmark, mostro sacro dello sci. Quella gara di gigante al
Sestriere è una specie di passaggio delle consegne, fra due
grandissimi campioni. Stenmark, introverso e taciturno, passa il
testimone a Tomba, estroverso, ciarliero, spavaldo ed esuberante.
Davanti alle telecamere, al traguardo, annuncia: «E due!».
Pochi giorni dopo dirà: «E tre!». Alla fine della stagione
sarà arrivato a nove. Senza contare Calgary, che è una storia a
parte.
La leggenda. Calgary,
25-29 febbraio 1988, Olimpiadi Invernali. Il 25, giovedì,
si corre lo slalom gigante. Calgary è un puntino nella carta
geografica del Canada, Stato di Alberta. Alberta: forse il
nome è augurale. Scende con il pettorale numero uno. Scivola
sulla neve. Da novembre, quando è cominciata la stagione, ha
stracciato gli avversari: ha corso cinque volte in
gigante, vincendo tre volte, e cinque volte in speciale,
mancando il primo posto soltanto una volta. Praticamente
imbattibile. Gli altri, in cima, seguono la sua gara, e
capiscono che aria tira. Nella prima manche lascia Strolz
a 1"14, Zurbriggen a 1"66, Stefano Camozzi a
1"95. Distacchi incolmabili. Nella seconda scende
tranquillo. Strolz gli recupera 10 centesimi, gli altri
perdono ancora. Scende per ultimo, come vuole il regolamento,
e al traguardo lancia un urlo. Un urlo terribile «che nasce
dal profondo della carica selvaggia che c'è in lui», scrive la
Gazzetta dello Sport. Lunedì 29, quattro giorni dopo. Il
pettorale per lo speciale è il numero 11. Al termine della
prima manche è terzo, dietro Nilsson e Woerdl. Nella seconda
travolge tutti. Woerdl è secondo, a sei centesimi. Nilsson
sparisce. Stavolta, Alberto deve aspettare gli altri due al
traguardo, prima di lanciare il suo urlo selvaggio.
Vince,
rivince, stravince. Ma quel che maggiormente
esalta il pubblico - non soltanto italiano - è il suo
temperamento, il suo modo di fare. Lo sci è uno sport di
montanari. I campioni italiani hanno quasi tutti cognomi
impronunciabili, come Thoeni, o Toetsch, o Schmalzl. Gli
stranieri, peggio. Sono tutti taciturni, come Stenmark. Non
gli cavi una parola di bocca neppure con le pinze. Non gli
strappi un sorriso neppure quando hanno una coppa in mano. Lui
parla, riparla, straparla. È un acrobata della parola.
Rende felici quelli di Striscia la notizia. Qualche anno dopo
(nel 1996) quando Alberto lascia l'uniforme, il Comandante
Generale Luigi Federici, esprimendogli tutta la gratitudine
dell'Arma per i suoi successi, per la schiettezza, per lo
spirito di sacrificio, ricorderà anche - ma senza alcuno
spirito polemico - l'"imbarazzo" procurato da alcuni
suoi comportamenti. Il personaggio è così, prendere o
lasciare. Debordante, esagerato in tutto. Simpatico e
arrogante. Se lo può permettere.
Quattro anni più tardi,
1992. Di nuovo Olimpiadi. Non tutte le stagioni sono state
trionfali. Nel 1988-89 ha ottenuto una sola vittoria in Coppa
del Mondo, fermato da una serie di malanni e disavventure.
L'anno dopo i successi sono stati tre. Nel 1990-91 è tornato
ad essere il più forte, ottenendo sei vittorie. E nel 1991-92
è di nuovo grandissimo. Le Olimpiadi si svolgono in Francia,
ad Albertville. Albertville: forse il nome , anche qui, porta
bene.
Il 18 febbraio, martedì,
si corre il gigante. La giornata non è niente male per
l'Italia. La staffetta italiana nel fondo (con Silvio Fauner,
ultimo atleta) è medaglia d'argento dietro la Norvegia. Deborah
Compagnoni vince l'oro nel supergigante. Poi tocca a lui, ad
Alberto. Al termine della prima manche è in testa, davanti a Marc
Girardelli. Ottiene il miglior tempo anche nella seconda. Con lui
salgono sul podio Girardelli e Kjetil Andre Aamodt.
«È indescrivibile
quello che provo», dichiara Alberto al traguardo:
«emozione, gioia, stupore. Questa pista è incredibile. Dal
cancelletto vedi la gente fino all'arrivo. Ho sentito il cuore
della gente». Non ci si abitua mai alla vittoria. Gli
altri - i suoi avversari, gli spettatori - non sono affatto
stupiti. Che vinca lui è naturale; sarebbe lecito stupirsi se
lui perdesse. Lo stupore arriva quattro giorni dopo, sabato
22, perché Tomba non vince lo speciale, ma la bomba non è
affatto disinnescata. Al termine della prima manche
Alberto è soltanto sesto. Un disastro. Qualche telecronista,
in vena di psicanalisi, spiega che l'uomo è appagato, gli
mancano ormai gli stimoli, non ce la fa più a reggere i ritmi.
Poco ci manca che lo diano per un atleta finito, cento ore
scarse dopo la terza medaglia d'oro olimpica in una carriera
che è già da affidare alla storia. Nella seconda manche
scende come una furia, ma con la leggerezza ineffabile di un
gigante di un metro e ottantadue centimetri per ottantanove
chilogrammi di peso. Dopo Alberto scende il quinto, lo svedese
Thomas Fogdoe: ha 16 centesimi di vantaggio su Tomba, arriva
al traguardo con un ritardo di 81 centesimi. Poi è la volta
dello svizzero Paul Accola: i suoi 37 centesimi di vantaggio
diventano 95 di ritardo. Patrick Staub, svizzero anche lui,
terzo dopo la prima manche con 45 centesimi di margine su
Alberto, accusa all'arrivo 77 centesimi di ritardo. Scende il
secondo, l'austriaco Michael Tritscher, che ha su Tomba un
vantaggio di 51 centesimi: ne perde 69 nella seconda manche.
Manca soltanto Christian Jagge, norvegese, autore di una prima
manche strepitosa, nella quale ha guadagnato più di un secondo
su Tritscher e 1'58 su Alberto. Dall'intertempo si capisce che
la medaglia d'oro si giocherà sul filo dei centesimi. La
spunta Jagge, per soli 28 centesimi. Quando guarda il
tabellone, al traguardo, lui, norvegese, impassibile per
definizione, tira un gran sospiro di sollievo. Il secondo
posto di Tomba vale quanto un primo, per come è maturato. Vale
più di un primo; e lo spiega lui stesso ai giornalisti: «Di
medaglie d'oro, alle Olimpiadi, ne ho già vinte tre. Questa è
diversa e mi mancava».
Continua a mancargli la
Coppa del Mondo generale. Quel trofeo di cristallo che gli
hanno sfilato dalle mani i vari Zurbriggen, Accola,
Girardelli, tutti grandissimi campioni, tutti favoriti da un
regolamento che premia le combinate. E lui, Alberto, non corre
in discesa. Non vuole la mamma, ha spiegato un mucchio di
volte. La mamma, Maria Grazia, si è sempre rifiutata di
assistere di persona alle gare. Ha paura (e forse è anche un
po' superstiziosa). Il cuore non le reggerebbe a vedere quel
suo ragazzone scendere a centotrenta all'ora lungo la Streif.
E lui, da bravo figlio, s'è sempre rifiutato di indossare il
casco e andar giù, dritto per dritto. I primi tempi
partecipava a qualche supergigante, ma poi ha lasciato perdere
anche quelli. Poi fa il matto in macchina, ma quella è
un'altra cosa: mamma come potrebbe impedirglielo. Non glielo
impediscono neppure le sue fidanzate, che sono numerose, e
tutte bellissime. Lui ne combina di tutti i colori, per la
gioia dei settimanali scandalistici. Ma si ostina a non
partecipare alle libere, per la disperazione dei cronisti e
dei tecnici, convinti che così non vincerà mai la coppa di
cristallo.
La vince, invece,
quando forse non se l'aspetta più nessuno, nel 1994-1995. E se
l'aggiudica infilando undici successi consecutivi fra speciale
e gigante. Senza correre in discesa libera, senza correre in
superG. È il sigillo a una carriera eccezionale. L'anno
precedente è salito ancora una volta sul podio olimpico, con
il secondo posto nello speciale di Lillehammer, conquistato in
modo rocambolesco, al punto da cancellare il ricordo della
rimonta di Albertville. Dopo la prima manche, stavolta,
Alberto non era sesto, ma dodicesimo. Qualcuno (i soliti
cronisti afflitti da tentazioni psicanalitiche) aveva
previsto che non si si sarebbe presentato al cancelletto di
partenza per la seconda manche. Si presenta, invece. E dopo di
lui dieci atleti si fanno superare, o inforcano. Si salva
soltanto Stangassinger, che poteva contare su un vantaggio di
due secondi, e finisce con 15 centesimi di vantaggio. Un
soffio, l'impercettibile frazione che segna l'esplosione di
una bomba. |
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