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Domenica
3 gennaio 1954, ore 11. Hanno inizio ufficiale le
trasmissioni televisive in Italia. La prima annunciatrice,
Fulvia Colombo, presenta i programmi della giornata.
Autocelebrazione del nuovo servizio, riti ufficiali,
interventi delle autorità e poi, finalmente, verso le 14,30
la sigla della prima trasmissione vera e propria, uno show
dal titolo Arrivi e partenze. Comincia una
nuova era nella storia delle comunicazioni di massa, l'era
della televisione. Ed è anche, per l'Italia, l'era della
crescita economica e civile. Il Paese ha superato, ormai,
anche se da poco, la faticosa e difficilissima fase della
ricostruzione e sta attraversando gli anni esaltanti di uno
sviluppo che, di lì a qualche tempo, si trasformerà in
miracolo, nel "miracolo economico".
Già agli albori degli anni Cinquanta
il successo dei rotocalchi ha fatto capire che qualcosa sta
cambiando in un Paese che, pur ancora lontano, in termini di
reddito e di distribuzione del reddito, dai livelli dei Paesi più
industrializzati, ha imboccato ormai la strada dello sviluppo
culturale e civile oltre che economico. Il televisore appare, ben
presto, come lo strumento più "rivoluzionario" e funzionale alla
profonda trasformazione della società. Qualche intellettuale "à la
page" storce il naso in una smorfia di sufficienza o disgusto nei
confronti di questo nuovo mezzo di comunicazione di massa che viene
percepito e presentato come pericoloso in quanto diffusore di idee
omologate e omologanti. Ma il successo è enorme e molti
intellettuali dovranno ricredersi. Nel 1954 soltanto 88.000
italiani, una piccola élite, possiedono un apparecchio televisivo,
ma già due anni dopo, nel 1956, gli abbonati sono saliti a 366.000
e, da quel momento in poi, la diffusione dei televisori crescerà a
un ritmo esponenziale, ancor più massiccio e veloce di quello che
accompagna lo sviluppo dell'automobile come bene di massa.
La televisione, dunque, fin dal suo
primo apparire, è ben presente nella vita degli italiani.Arriva
subito come strumento di socializzazione per tutti coloro che, la
sera, si riuniscono presso qualche famiglia o in un locale pubblico
dotati di apparecchio televisivo, per assistere insieme a uno od
altro programma. Appare ancora, la televisione, come strumento di
unificazione culturale o di trasmissione di valori comuni e di
sentimenti civili attraverso la diffusione di programmi culturali e
informativi, ovvero anche di programmi ludici non privi comunque di
intenti culturali. I carabinieri sono presenti sul piccolo schermo
fin dai primi giorni di trasmissione.
Lo sono - è ovvio - all'interno dei
servizi giornalistici e di informazione, ripresi nello svolgimento
di attività operative; ma lo sono anche, se non come protagonisti,
come ingranaggi peraltro essenziali in
quanto colti dalla macchina da presa nello svolgimento dei
loro compiti istituzionali, in alcuni dei primi sceneggiati il
cui successo è clamoroso. Forse, a prescindere da altre
considerazioni, per la novità stessa di una fiction che si
sviluppa in più puntate fino a dilazionare nel tempo la
conclusione della storia. La dimensione del successo, per
esempio, è verificabile in uno di questi sceneggiati, Il caso
Mauritius, realizzato nel 1961 dal regista Anton Giulio Majano
come una libera trasposizione di un romanzo dello scrittore
tedesco Jacob Wassermann: trasmesso in prima serata la
domenica, raggiunge punte di ascolto tali da spingere le sale
cinematografiche a posticipare l'orario dell'ultimo
spettacolo.
I carabinieri diventano, però, veri
e propri protagonisti di telefilm soltanto nel 1968, in una serie,
I racconti del Maresciallo, realizzata dal regista Mario Landi,
sulla base dell'omonimo libro di Mario Soldati, pubblicato nel 1967
e contenente quindici storie imperniate attorno alla figura di un
maresciallo di provincia, Gigi Arnaudi, interpretato sul piccolo
schermo, con grande finezza e con commossa partecipazione oltre che
con sicura professionalità, da Turi Ferro. Mario Soldati aveva scritto questi
racconti - dei quali solo nove vengono sceneggiati e uniti in sei
trasposizioni televisive - ispirandosi alle vicende reali di un
maresciallo dei carabinieri da lui incontrato durante la
realizzazione di una fortunata inchiesta televisiva, "Viaggio lungo
la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini", da lui ideata e
realizzata. Non è, questo richiamo all'ispirazione di Mario
Soldati, una nota erudita, quanto, piuttosto, l'indicazione di una
circostanza importante che spiega la chiave dei racconti e dà
ragione del loro successo.
I casi che il maresciallo Arnaudi si
trova a dover risolvere non sono particolarmente eclatanti secondo
i canoni tradizionali del poliziesco, ma sono piuttosto, al
contrario, vicende di ordinaria quotidianità che coinvolgono
persone normali, gente comune alle prese con i problemi di
sempre.
Il maresciallo li
affronta, pur nella sua veste di tutore dell'ordine, con
grande umanità e con un sentimento di profonda pietas nei
confronti del colpevole, del quale si sforza di comprendere le
motivazioni non solo individuali, ma anche sociali che lo
hanno portato a delinquere. E le stesse caratteristiche si
ritrovano in una seconda serie di racconti (alcuni dei quali
scritti da Mario Soldati appositamente per il piccolo schermo)
trasmessi dalla televisione ben sedici anni dopo, nel 1984, ma
interpretati, questa volta, da un grande Arnoldo Foà nel ruolo
che era stato di Turi Ferro, e diretti, in qualità di regista,
da Giovanni Soldati.
Carabinieri protagonisti, dunque, in
questi telefilm: carabinieri vicini alla gente comune e ai suoi
problemi, carabinieri che rappresentano, sì, lo Stato e la legge,
ma che lo fanno non come arcigni tutori di una legalità astratta e
percepita come ostile. Il maresciallo
Arnaudi è il simbolo, la personificazione di un archetipo di
carabiniere, per così dire, popolare, insomma del carabiniere
amico pronto a porgere una mano a chi ne ha bisogno, del
carabiniere che, al di là del ruolo istituzionale, diviene
forza rassicurante.
Che è, poi, quanto raccomandava, con prosa ottocentesca, Il Galateo
del Carabiniere, pubblicato nel 1879 da un tenente colonnello dei
carabinieri, Gian Carlo Grossardi: "Il carabiniere sarà urbano,
ogni qualvolta cercherà d'ottenere quanto gli è imposto, procurando
di non offendere né l'amor proprio, né la suscettibilità altrui; e
quindi bandendo la petulanza e la prepotenza, e mostrandosi
soltanto fermo e risoluto nel voler raggiungere lo scopo; e
soprattutto quando non avrà l'erronea idea di volere, perché forte
e perché dalla legge privilegiato, sopraffare gli altri; anzi farà
di questa sua forza e di questo suo privilegio un motivo per
rassicurare maggiormente il cittadino alla cui tutela e sicurezza è
preposto".
E' un puro caso che la
prima serie di I racconti del Maresciallo venga trasmessa nel 1968,
l'anno della contestazione, l'anno in cui viene messo in
discussione, a tutti i livelli, il principio di autorità, l'anno
che simboleggia, nell'immaginario collettivo, una crisi di
coscienza e di valori del corpo sociale del paese. E' un caso, una
coincidenza, ma una coincidenza che assume una valenza emblematica,
e mette ancor più in luce il valore simbolico di un'Arma, quella
dei Carabinieri, che, nel tempo, fa registrare una sempre crescente
fiducia da parte dei cittadini. In lei essi vedono una garanzia di
stabilizzazione sociale, un baluardo contro le forze e le
suggestioni disgregatrici, un mezzo per rafforzare o ricostituire
la coesione sociale, e stabilire un canale di comunicazione fra i
cittadini, la Nazione cioè, e le istituzioni, ovvero lo Stato.
Considerazioni in parte analoghe
potrebbero essere fatte a proposito di un'altra fortunata, e più
recente, serie di telefilm, dei quali i carabinieri sono
protagonisti assoluti: Il Maresciallo Rocca. Andata in
programmazione nel 1996, con picchi di ascolto particolarmente
elevati: una media di 11 milioni di spettatori a puntata e oltre 15
milioni per l'ultimo degli otto episodi realizzati.
Un successo fuori
del comune, che ha spinto la Rai a realizzarne altre due
serie. Il soggetto di due maestri dello sceneggiato, Laura
Toscano e Franco Marotta, e la regia di Giorgio Capitani e
Ludovico Gasparini si sono rivelati particolarmente felici per
un cast di interpreti di ottima qualità, a cominciare da Gigi
Proietti nel ruolo del maresciallo Rocca e di Sergio
Fiorentini nella parte dell'inseparabile e umano brigadiere
Cacciapuoti.
Uomo dei nostri tempi, con i
problemi di tutti gli uomini dei nostri tempi, il maresciallo
Rocca, vedovo con tre figli, innamorato di una matura farmacista
separata, si trova a dover risolvere casi di usura, prostituzione,
sequestri di persona, ricatti, sfruttamento minorile, droga, cioè a
dire quei casi di criminalità comune di cui le cronache quotidiane
sono oggi purtroppo piene. La plausibilità delle vicende - anche
quando indagini complesse richiedono azioni spericolate e
spettacolari, mai spinte sopra le righe come accade spesso in gran
parte della filmografia seriale d'oltreoceano - , la credibilità
dei protagonisti, la verosimiglianza delle situazioni e delle
ambientazioni caratterizzano l'intera serie dei telefilm. I
carabinieri, a cominciare dal protagonista, sono ancora una volta
uomini inseriti appieno nel contesto sociale, uomini che si
presentano, in certo senso e in certa misura, come punti di
riferimento e come garanzia di
stabilità. |