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La storia dei
figurini militari è antichissima. Nel Museo del Cairo sono
oggi custoditi due gruppi di soldatini di legno risalenti al
2000 a.C. circa, ordinati su quattro file e otto righe, su un
supporto unico: è la guardia del principe Ensah, nobile
condottiero egizio nella tomba del quale furono ritrovati a
vegliare il suo lungo sonno.
Dopo un buco di secoli, da cui non ci è giunto alcun reperto, nel
corso del Seicento i soldatini ricompaiono. Sono ancora destinati a
dei principi, i piccoli eredi delle case regnanti europee, che ne
possiedono di preziosi, in argento, di cui i più celebri sono
quelli che la regina di Francia Maria de' Medici fece costruire per
il figlio, il futuro re Luigi XIII.
Ma anche in età adulta i sovrani non si privano di questo piacere.
Presso il Museo di San Martino, a Napoli, sono esposte in assetto
da parata le truppe borboniche di Ferdinando II con Sua Maestà in
testa: centinaia di figurette in cartoncino dipinto su entrambi i
lati.
Bisogna attendere la fine del XVIII secolo perché anche la gente
comune - grazie al diffondersi dello stagno, a volte miscelato con
piombo e antimonio - possa cominciare a permettersi questi marziali
giocattoli, che per i meno abbienti i tipografi stampano e vendono
anche in umile versione cartacea.
In tempi più recenti, per rendere maggiormente accessibile
l'acquisto di soldatini, si è giunti anche a sostituire i metalli
con un materiale assai meno costoso come la cartapesta, secondo
l'idea messa in pratica nel 1836 dal tedesco Hausser, titolare
della storica ditta Elastolin.
Qualche decennio più tardi, nel 1893, un'altra marca storica
inglese, la Britain, introduce un sistema innovativo di produzione
veloce, consistente nel fabbricare soldatini ronde-bosse (a tutto
tondo), vuoti all'interno perché ottenuti incurvando la lastra, poi
saldata con una vistosa linea di congiungimento. Una soluzione che
però non incontrò il gradimento dei ragazzi di allora.
Col nuovo secolo, il soldatino scompare quasi completamente dalla
scena. Il lungo periodo di declino termina nel secondo dopoguerra,
che vede il rilancio dei militari in miniatura in versione
giocattolo, ma anche, progressivamente, come oggetti da collezione
per adulti. Ormai sono fabbricati in materiali plastici, e venduti
già dipinti oppure da dipingere.
I bassi costi fanno sì che, finalmente, tutti i bambini possano
schierare eserciti numerosi.
A tenere il campo sono le tradizionali giubbe rosse britanniche,
le truppe napoleoniche e gli altri eserciti europei; ma presto
hanno larghissima diffusione i "nordisti" e i "sudisti"
statunitensi, insieme con i cow-boy e gli indiani, ai quali va la
preferenza infantile.
I grandi, intanto, possono scegliere fra i "tutto tondo" e i
classici "norimberga" piatti, in metallo bianco, il cui successo è
in nettissima ascesa.
In ogni caso, il collezionista diventa sempre più esigente e non
si accontenta più delle approssimative figurine di un tempo,
gradevoli ma così poco precise nei particolari e così poco
attendibili nella ricostruzione storica delle uniformi. Ecco che
allora nascono e si sviluppano attività di sostegno quali lo studio
di documenti dell'epoca e la redazione di pubblicazioni di storia e
di uniformologia, comprensiva delle relative armi e
buffetterie.
A questo punto è necessario soffermarsi in una spiegazione più
tecnica, che metta anche la persona meno esperta in condizione di
orientarsi in questo settore specialistico, con le sue odierne
distinzioni e le differenti tecniche pittoriche.
Cominciamo col dire che i pezzi disponibili sono di varie
dimensioni. Le scale più diffuse, che vengono definite in
millimetri (la misura va dalla fronte ai piedi, copricapo escluso),
sono di 25, 30, 54, 75, 90; ma esistono ditte che producono anche
pezzi da 60, 80 e 120 millimetri.
I formati più frequenti sono il piatto, il semitondo e il tutto
tondo, o ronde-bosse. Una suddivisione sostanziale è quella che
distingue i vecchi modellini, o Toy Soldiers (soldatini
giocattolo), realizzati all'inizio del XX secolo e ormai divenuti
oggetti di antiquariato, dalle loro più economiche riproduzioni.
Indipendentemente dalla dimensione, queste ultime sono accomunate
dalla approssimazione delle fattezze, dall'essere raccolte in
piccoli gruppi organici, in parata o in rassegna, dalla pittura
solitamente a finitura lucida.
I soldatini-modello richiedono invece una fattura raffinata, con
dovizia di particolari, e prevedono soprattutto un approfondito
studio uniformologico. A dipingerli sono abili esperti del settore,
che con la loro opera paziente accrescono la preziosità
dell'oggetto. Alcuni collezionisti esigenti giungono addirittura a
ordinare specifiche sculture, ottenendo così dei pezzi unici.
L'arte di
dipingere questi figurini non nasconde segreti particolari, ma
implica la conoscenza e la pratica di svariate tecniche, anche
poco comuni o applicate in combinazione, e soprattutto tanto,
tanto esercizio.
Non ci sono limiti ai tipi di colore che si possono adoperare. I
primi a essere stati impiegati sono gli smalti sintetici, molto
coprenti ma poco agevoli da stendere, e che comportano lunghi tempi
di asciugatura e l'uso di diluenti dall'odore sgradevole. Con la
comparsa sul mercato dei colori acrilici - diluibili con acqua,
pratici, inodori e di quasi immediata asciugatura - si assiste a
una svolta in questo particolare genere di pittura. La tecnica
consiste nello stendere una mano di fondo che funge sia da
antiossidante che da idonea base per favorire una buona presa del
colore. Successivamente si dipingono le varie parti del soggetto
(per esempio giacca e pantaloni) con il colore di fondo per poi
creare la profondità delle forme applicando svariate mani della
stessa tinta molto diluita e progressivamente schiarita con
appropriati colori complementari.
Un'altra tecnica diffusa è quella che ricorre ai più aristocratici
colori a olio, che data la loro lentezza nell'asciugare permettono
di miscelare il colore sul soggetto, ottenendo così sfumature più
delicate, ma con un effetto finale di maggiore lucidità; l'olio è
quindi particolarmente indicato alla pittura dei cavalli e delle
parti nude del corpo umano.
A queste metodologie principali si aggiungono quelle che si
avvalgono di colori vinilici, alla caseina, alla mica, di tempere
di vario tipo oltre che di gessetti e polveri per artisti. La
scelta dipende dall'effetto desiderato, dalle preferenze del
mercato, nonché dalla personale predisposizione e dal gusto di ogni
pittore di soldatini.
È probabile a questo punto che qualche lettore sia colto dalla
curiosità di conoscere anche le operazioni che portano alla
creazione della scultura da dipingere.
Nella gran parte dei casi lo scultore modella il soldatino
originale, detto master, servendosi di uno stucco epossidico a due
componenti, che permette di plasmare il soggetto prima che il
materiale si indurisca e di rifinirlo ulteriormente una volta
conclusa la catalizzazione.
Terminato il lavoro dello scultore, tocca al fonditore operare per
ricavare più copie in metallo (anche queste sono dei masters)
fedeli all'originale, in modo da ottenere i migliori risultati
dalle fusioni di serie.
I soldatini possono essere prodotti in ottone, con la tecnica
della fusione a "cera persa", oppure in metallo bianco mediante la
fusione in stampi di gomma siliconica.
I figurini in ottone hanno il vantaggio di essere resistenti, ma
necessitano di apparecchiature specifiche per le microfusioni ad
alta temperatura e di un procedimento lungo e laborioso.
Invece - a livello dilettantistico - per ottenere pezzi di serie
in metallo bianco è sufficiente utilizzare anche solo un pentolino
per fondere la lega (in genere piombo, ora vietato, stagno e
antimonio), posto su di un semplice fornello (va bene anche quello
da cucina). L'unico inconveniente che presentano i masters
in metallo bianco è la loro delicatezza.
Per la linea professionale dei produttori di soldatini, viene
realizzato uno stampo rotondo e forato al centro con un diametro
massimo di 500 mm, composto da due dischi di gomma siliconica
morbidissimain cui vengono immersi i masters.
Successivamente lo stampo in gomma si vulcaniza a circa 170°C per
due ore. Una volta terminata l'operazione, i masters sono
rimossi e sui dischi vengono creati con un taglierino i canalini di
afflusso del piombo fuso.
Ora che lo stampo, detto "pizza", é pronto lo si inserisce nella
centrifuga dove - dopo aver programmato il numero di giri al minuto
e la pressione - lo si fa girare introducendovi attraverso il foro
centrale il piombo fuso, che grazie appunto alla forza centrifuga
raggiungerà tutte le cavità.
Ottenuti così i soldatini da dipingere, basterà staccarli con cura
dai coni di fusione per poi pulirli dalle sbavature e dalle lievi
imperfezioni con limette e/o taglierini.
A questo punto il modello viene confezionato in una scatola
colorata, con il logo della ditta e corredato da un foglietto
illustrativo, e sarà messo in vendita per gli appassionati che li
coloreranno per i collezzionisti più esigenti.
Angelo Renato
Boggia |